Nel volume, fresco di stampa (è apparso nello scorso ottobre), Ascesa e declino dell’Europa nel mondo 1898 – 1918 , Emilio Gentile svolge in alcune pagine un’analisi attenta, minuziosa e seria, del fenomeno migratorio, quasi sempre esaminato in questi anni in forma superficiale, acritica e faziosa.

   La ricostruzione storica in maniera indiretta ma eloquente spiega ai tanti politicanti e polemisti l’inconsistenza e la vacuità del precedente migratorio italiano, in innumerevoli occasioni, richiamato ed usato come misura devastante delle misure assunte da Salvini con il consenso di FdI.

  Gentile segnala che “la grande massa degli europei che emigrarono oltre l’Atlantico, tra la fine dell’Ottocento e la vigilia della Grande Guerra, costituiva una “nuova emigrazione”, sia per la dimensione numerica sia per i paesi di origine, le condizioni sociali degli emigranti, i paesi di destinazione. Le masse della “nuova emigrazione”, costituita in massima parte da proletari e contadini, provenivano prevalentemente dai paesi dell’Europa orientale, dall’Italia [in risalto per la loro quantità i veneti], dalla Spagna e dal Portogallo, dirigendosi sia verso gli Stati Uniti sia verso i paesi dell’America Latina”.

   Di rilievo e tale da smentire luoghi comuni, coltivati con caparbietà presuntuosa dalla sinistra laica e cattolica, è la rivisitazione della esperienza traumatica ed avvilente, vissuta da “quegli europei della “nuova generazione” di religione cattolica, ortodossa o ebraica, che non conoscevano l’inglese e spesso erano analfabeti”, per i quali “l’inserimento nella società americana fu molto più arduo e più lento, perché la loro integrazione fu sempre osteggiata da pregiudizi culturali, religiosi, etnici e razziali, che non avevano colpito gli emigranti provenienti dall’ Europa anglosassone e protestante”. Questo – non va dimenticato – è uno dei “conti”, uno dei primi fra i tanti che la storia non ha mai presentato l’altro ieri, ieri ed oggi agli americani.

   In un’altra pagina l’Autore rammenta che, ben prima dell’avvento del fascismo, “in Italia l’aumento della popolazione era addotto dai fautori dell’espansionismo territoriale [non era il solo protofascista Crispi] come motivo per esigere una politica di conquiste coloniali”.

   Accanto alla lettura autentica delle vicende, fatta da uno studioso prestigioso, va abbinata, conservata e tesaurizzata la voce di due pontefici. Giovanni Paolo II, innalzato poi alla gloria degli altari, nel 2001 avverte che “un’applicazione indiscriminata arrecherebbe danno e pregiudizio al bene comune delle comunità che accolgono il migrante”. Con il pensiero rivolto alle grandi potenze, solite decidere le sorti del mondo, ammonisce che “i Paesi ricchi non possono disinteressarsi del problema migratorio e ancor meno chiudere le frontiere o inasprire le leggi, tanti più se lo scarto tra i Paesi ricchi e quelli poveri, dal quale le migrazioni sono originate, diventa sempre più grande”.

    Benedetto XVI nel 2006 ha sottolineato la necessità di affidare alle autorità responsabili della vita pubblica il varo delle leggi opportune per una “sana convivenza”.    Sette anni più tardi lo stesso papa tedesco ha lanciato due ammonimenti, ingiustamente ignorati e dimenticati. Con il primo ricorda che “nel contesto socio – politico attuale prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”. Nel secondo Benedetto XVI impartisce una lezione saliente, che, ascoltata, farebbe giustizia della retorica tanto egemonica quanto sterile: “il cammino di integrazione comprende diritti e doveri, attenzione e cura verso i migranti perché abbiano una vita decorosa ma anche attenzione da parte dei migranti verso i valori che offre la società in cui si inseriscono”.

                                                                   

[dell’immigrazione]

[carichi di responsabilità coloniali]