Nel  giudicare, come è avvenuto in queste ore,  la figura di  Margaret Thatcher,  è possibile superare la netta distinzione amore/odio, che ha accompagnato gran parte dei commenti  ?  C’è “già” spazio, soprattutto in Italia, dove a trionfare sono sempre le logiche da “tifoseria”, per analisi finalmente  scevre dalle “appartenenze “ per partito preso ? Ed ancora:  senza cadere nelle becere schematizzazioni di certa sinistra nostrana (da quella estrema al falso-moderato Romano Prodi, che ha addossato a lei e a Reagan le responsabilità della crisi mondiale) ci sono, anche a destra, margini per la critica ?

Bisogna subito dire che al personaggio non si adattano i modelli preconfezionati. La “signora di ferro” fu – da un certo punto di vista – una “conservatrice rivoluzionaria”, capace di stravolgere un sistema socio-economico consolidato e condiviso, sia dal Tory Part che dal Labour, costringendo  un Paese sostanzialmente depresso, quale era la Gran Bretagna della metà degli Anni Settanta,  ad una nuova stagione di profonde e travolgenti trasformazioni. “Privatizzare” fu la parola d’ordine per le aziende pubbliche di vario tipo; mano libera venne data alle imprese, in particolare in termini di licenziamenti ed assunzioni, con la creazione di una super-flessibilità di tipo “americano” del mercato del lavoro, con pochi eguali in Europa occidentale; tutto questo passò attraverso un forte   scontro sociale ed il ridimensionamento del sindacato. La Thatcher ne uscì vincente, creando –a sua volta – un modello a cui guardarono molti Paesi e a cui si ispirarono varie forze politiche di ispirazione liberale, senza tuttavia mai eguagliarne i risultati.

D’atra parte alla “Lady di ferro” va riconosciuto un ruolo importante nella lotta al comunismo, peraltro in un momento storico in cui il comunismo manifestava già  tutte le sue debolezze, contraddizioni, intime smagliature ed era – come poi avvenne – sul punto di collassare.

Il fatto che la Thatcher sia stata ed ancora  è una delle persone più odiate dalla sinistra internazionale, non  la può tuttavia  “sdoganare” completamente ai nostri occhi.

Oggi ci troviamo a dovere fare i conti con un’idea della destra, sulla quale l’opera della Thatcher ha avuto una forte influenza, segnandola con la sua visione individualista, liberista, economicistica, laddove – in Italia – l’idea della destra è sempre stata associata ad una visione comunitaria, partecipativa, nazionale.  Ciò – sia chiaro – non esclude la necessità e l’opportunità, in certe fasi, di terapie “liberalizzatrici”, a fronte di una presenza eccessivamente invasiva dello Stato,  ma sempre all’interno di una “cornice” in cui chiari siano gli obiettivi e gli interessi nazionali, efficaci i contrappesi sociali, salve le relazioni sindacali.

Il rischio di certo radicalismo thatcherista è che si confondano i mezzi con i fini, trasformando in un’”ideologia” (le privatizzazioni a tutti i costi, lo svuotamento dello Stato Sociale, l’economicismo, il ridimensionamento dei sindacati) quelle che invece andavano e vanno  considerate delle opzioni non assolute.

Come ebbe peraltro a scrivere la stessa Thatcher nelle sue memorie: ““Prima ancora di leggere una riga scritta dai grandi economisti liberali, avevo imparato dai conti di mio padre che il libero mercato è come un ampio sistema nervoso che risponde agli eventi e ai segnali di tutto il mondo per incontrare le esigenze sempre mutevoli delle persone in ogni Paese, di ogni classe e religione con una sorta di benigna indifferenza alle loro condizioni”. Il dubbio è: può la politica essere indifferente di fronte  alla necessità di rispondere alle “esigenze mutevoli” ed  insieme alle “condizioni” delle persone  ? Ed in un  momento di grave crisi “di sistema” possiamo permetterci di costruire sul conflitto le possibili sintesi risolutive ? Ed ancora:  in un  contesto di globalizzazione selvaggia è giusto che lo Stato abdichi alle sue funzioni di regia, indirizzo, controllo ?

La scomparsa di una “Lady di ferro” quale fu Margaret Thatcher anche a questo può “servire”, ripensandola alla luce dei nuovi contesti,  più che ad amarla od odiarla a prescindere.  In definitiva: guardare il mondo per quello che è e non per quello che certe interpretazioni “ideologiche”, liberiste o “di sinistra” si immaginano che sia, comportandosi di conseguenza.