Il referendum catalano è stato precipitato nel (provinciale) dibattito pubblico italiano e, nella generale superficialità delle solite tifoserie nostrane, ha un poco scompaginato la Destra, dato l’accostamento – improponibile a ogni livello – con gli imminenti referendum consultivi per l’autonomia di Lombardia e Veneto.

 

Si scopre così anzitutto che la Lega salviniana, sotto le velleità nazionali che portano Matteo a chiedere voti fino ai piedi del Vesuvio e più giù ancora, continua a pulsare un cuore secessionista, celodurista; un’anima che sventola la quasi-cubana bandiera dalla Catalogna e spera che la lotta tra Barcellona e Madrid – destinata peraltro ad aggravarsi – sia d’esempio anche nel resto d’Europa o almeno in Italia.

 

Ma il referendum di fine mese in Lombardia e Veneto non c’azzecca nulla con secessioni e catalogne varie. Diciamolo per quella destra che secessionista non è e non lo è mai stata, per quella destra che al di sotto del fiume Po può vedere nella consultazione di fine ottobre sia un preludio alla nascita della Padania: non è così. Anzi, è forse una possibilità per (trat)tenere unita l’Italia.

 

La richiesta di una maggiore autonomia delle regioni del nord si accompagna infatti alla richiesta che lo stesso valga per le altre regioni d’Italia. Tradotto: più responsabilità per tutti. Dopodiché, si possono preferire altre forme di organizzazione territoriale: il suggerimento in questo caso è di proporle alla svelta. Perché è innegabile il sottotesto nordico: siamo stanchi di pagare per tutti. Proprio questo è il meccanismo da disinnescare subito per conservare unita l’Italia.

 

Vedremo cosa accadrà in Spagna, dove c’è il forte sospetto dell’interessato coinvolgimento di quei poteri forti internazionali tifosi della disgregazione non solo dello stato spagnolo, ma anche degli stati-nazione europei tutti. Rendiamoci però conto che per quegli stessi poteri la preda più ambita e desiderabile è proprio la nostra Italia.

 

Una penisola proiettata nel Mediterraneo, la cui posizione (e ambiguità) nei rapporti con Europa, NATO, Africa e Medioriente la rende un naturale centro geopolitico mondiale oggi e ancor più domani con lo sviluppo delle economie medio ed estremo orientali; una penisola commercialmente divisa quasi perfettamente tra un nord vicino alla kerneuropa tedesca e un centro-sud più legato a Francia e USA, dotata di una quantità enorme di asset strategici industriali, infrastrutturali ed economici che mai sono stati messi a reddito, perché slegati tra loro dall’assenza di politiche illuminate e, quindi, oggi a buon mercato. L’Italia è la nazione più conveniente da smembrare per le potenze statali ed economiche internazionali.

 

L’errore da non fare è renderglielo facile. Per quanto controintuitivo a qualcuno possa sembrare, disinnescare le armi retoriche e ideologiche di un’Italia in divisione, concedendo una maggiore autonomia fiscale per tutti, quindi maggiore responsabilità, nell’immutata cornice della solidarietà nazionale, potrebbe essere più un vantaggio che uno svantaggio. Diamoci alla fantapolitica: forse quelle in Catalogna sono prove generali per cavalcare il fallimento politico degli stati-nazione occidentali nei quali la democrazia non riesce più a ricomporre le fratture sociali e territoriali, creando Nazioni disgregate, deboli dinanzi ai nuovi potentati globali che hanno interesse nelle secessioni?

 

Cerchiamo di capire allora che a foraggiare lo spirito secessionista non sono i referendum per l’autonomia, ma uno Stato inefficiente. I lombardi e i veneti favorevoli all’autonomia non sono regionalisti, ma persone che vedono i loro enti locali funzionare meglio dello Stato. In altre parti d’Italia è il contrario. Se il sovranismo italiano vuole una Patria più forte e libera deve far comprendere alle aree più ambiziose della Nazione che uniti si vale più che divisi; ma deve anche avere il coraggio di affrontare, con urgenza e fermezza, il tema di uno Stato che in molte parti d’Italia dimostra di non funzionare più (ammesso che l’abbia mai fatto) come dovrebbe.