La storia di Giovanni Falcone raccontata ad ogni commemorazione è un esempio ed un insegnamento per ogni cittadino onesto che vuol continuare a credere nella giustizia e nelle istituzioni. Spesso però le celebrazioni fisiologicamente virano verso la retorica lasciando sullo sfondo il clima di ostilità nel quale operò il giudice assassinato insieme alla moglie e alla sua scorta a Capaci il 23 maggio del 1992.

Alcuni colleghi di Giovanni Falcone negli anni hanno mantenuto la memoria e ricordato chi, ai primi anni ’90, con polemiche politiche, invidie professionali o atteggiamenti equivoci contribuì ad isolare il magistrato palermitano.

Ad alzare la voce sull’argomento, nei giorni scorsi, è stato il procuratore di Trapani Giovanni Morvillo, fratello di Francesca, la moglie di Falcone. “Giovanni Falcone è stato oggetto di tanti siluri, da parte di persone che non l’hanno amato. Sarei felice se una sola di queste persone avesse il coraggio di dire di aver fatto su di lui valutazioni errate e che gli provocarono sofferenze. In 25 anni non è accaduto, ma se avvenisse, solo allora potremmo riabbracciarci tutti insieme nel nome di Falcone”.

Morvillo non ha sparato nel mucchio, e pur senza fare nomi e cognomi ha ricordato gli episodi che contribuirono a delegittimare e isolare Giovanni Falcone. A cominciare dalla bocciatura della sua candidatura alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo da parte del Consiglio superiore della magistratura. Poi la lettera che lo accusava di essere mandante degli omicidi commessi da Totuccio Contorno e ancora il sospetto che si fosse organizzato lui stesso l’attentato all’Addaura allo scopo di “impietosire – dice Morvillo – il Csm” .

Consiglio superiore della magistratura che, come ha ricordato oggi anche il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, non riconobbe mai fino in fondo i meriti di Giovanni Falcone. Atteggiamento palesato durante il voto della Commissione del Csm sul procuratore nazionale antimafia che vide una maggioranza più ampia per Cordova e più ristretta per Falcone.

Infine il “fuoco amico” della politica, che si diceva vicina alla sua aziona contro i boss mafiosi, con l’accusa di essere un “venduto al governo” quando Martelli gli offrì di dirigere gli Affari penali al ministero della Giustizia. Una polemica aspra che divampò in una celebre trasmissione televisiva con l’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando e l’avvocato Alfredo Galasso. Al giudice Falcone fu attribuita la colpa di essersi di fatto arreso alla politica accettando l’incarico del governo. Ma non solo, la polemica con Orlando, allora leader del neonato movimento della “Rete” vide un ulteriore passaggio.

Il sindaco di allora (e attuale) non si limitò a chiedere che venissero trovate le prove sulle collusioni tra mafia e politica, richiesta legittima se chi la faceva non avesse avuto il retropensiero che era proprio la politica che chiamava Falcone a Roma ad essere collusa, ma rivolse, in proposito, pesanti accuse a Falcone sottoscrivendo assieme ad altri un esposto inviato al Consiglio superiore della magistratura.

Nel documento Leoluca Orlando, insieme ad Alfredo Galasso e Carmine Mancuso, chiedeva che si facesse luce sulle prove che, su quelle collusioni, Giovanni Falcone avrebbe tenuto ‘nascoste nei cassetti’. Un esposto che dal magistrato palermitano fu considerato come “fuoco amico” da parte di quella parte della politica che, ad ogni piè sospinto, diceva di sostenere l’azione antimafia dei giudici.

Per Falcone fu l’ennesima umiliazione. Fu convocato davanti ai componenti del Csm e dovette giustificarsi di colpe che non aveva, rispondendo alle incalzanti domande di molti dei componenti che certamente non nutrivano per lui sentimenti di amicizia e simpatia. E mentre politica e istituzioni giocavano le loro partite interne, i macellai di cosa nostra preparavano il tritolo.

Per non dimenticare pubblichiamo il video con la ricostruzione fatta da Michele Santoro, su “Annozero”, dei rapporti tra Giovanni Falcone e la politica di allora.