In principio fu “Il sogno di una destra normale”, rapido scambio di idee tra due rappresentanti della “vecchia sinistra”, Furio Colombo e Vittorio Foa, pubblicato,  nel 1995, da “Reset” (editore Donzelli). Erano gli anni dello “sdoganamento”, dell’arrivo al governo dei rappresentanti del Msi non ancora AN, autentico scandalo per un sistema che aveva fatto della discriminazione a destra l’espressione di una bizzarra e tutta italiana idea di democrazia.

 

Il senso del libretto era quello di mettere sotto analisi il partito dei post-fascisti, considerato ancora “anomalo” rispetto alla vulgata corrente, indicando, nel contempo,  un percorso di redenzione/assimilazione.

 

Il tempo passa, ma non il vizio originario di certa sinistra (che si considera geneticamente superiore) di decidere quale sia la “destra giusta”, la sola legittimata ad essere accolta e rispettata nei salotti buoni della democrazia. Il tormentone è sempre lo stesso: per essere credibile la “destra buona” deve essere liberale, europea, moderata, popperiana e dunque “aperta”. Tutto ciò che non rientra in questo “cerchio magico” non può evidentemente essere considerato “normale” e dunque accettato.

 

La situazione è, in tutta evidenza, paradossale e va denunciata, proprio ora che una ricomposizione politica “ a destra” rischia di costringere il nuovo soggetto alle manipolazioni di parte e alle interpretazioni strumentali.  

 

Presa coscienza del pericolo, si cerchi allora di essere, in partenza, chiari, dicendo che la destra italiana non è e non può essere  ciò che un avversario in malafede vuole che essa sia, costruita cioè a misura delle criminalizzazioni intellettuali e delle  interpretazioni fasulle,  piuttosto che  intorno alle ragioni storiche e culturali che l’hanno legittimata e ai percorsi politici che l’hanno realmente caratterizzata.

 

Si respinga al mittente l’idea di una destra che, per usare la distinzione di Norberto Bobbio, “è per la gerarchia” laddove “la sinistra per l’uguaglianza”, tesi da cui discenderebbe che gli uomini di sinistra sarebbero più impegnati nella loro azione politica ad attenuare e ridurre i fattori della disuguaglianza, mentre coloro che si dichiarano di destra sarebbero convinti che la disuguaglianza è un fatto ineliminabile e dunque sarebbero impegnati a lasciarla tale e quale.

 

E si evitino i complessi d’inferiorità rispetto a principi che storicamente appartengono alla destra e che  vanno rivendicati, con orgoglio, proprio in ragione del loro valore attuale, ponendo  finalmente in prima fila la legalità, il rigore, il  merito, la partecipazione,  il senso dello Stato, l’ equità fiscale, la giustizia sociale, l’ identità nazionale, la coesione, il ruolo della famiglia, la sacralità della Vita,  le ragioni dell’appartenenza ad un destino comune.

 

Da qui passano le autentiche discriminanti “di principio” in grado di rendere palesi identità ed appartenenze, non certo da quelle strumentali di un avversario in malafede, abituato a campare sulle proprie rendite di posizione e ad inquinare le ragioni altrui.