Proprio qualche giorno fa, in un servizio giornalistico del Tg2 è stata detta una “cosa di destra”. Niente di strano, poiché il direttore del telegiornale della seconda rete, Gennaro Sangiuliano, viene dal mondo politico-culturale della destra seria, ma quello che ha osato “dire” il suddetto Tg, è particolarmente oltraggioso per i nostri tempi, e per certi versi anche pericoloso, in quanto, fortemente “impopolare”. È andato in onda, infatti, un servizio nel quale ci si permetteva di criticare i “malcostumi” contemporanei, soprattutto quelli relativi all’abbigliamento. Da anni, infatti, si assiste, soprattutto d’estate, a costumi sempre più sciatti e trasandati, al limite della cafoneria, con gente che passeggia per le strade o entra nei locali, indossando bermuda e infradito, canotte o a torso nudo. Siamo oramai talmente abituati a questo degrado, da non farci più nemmeno caso; lo si considera oramai normale, come sia sempre stato così. Con tutti i gravi problemi che ci sono in Italia e nel mondo, preoccuparsi del bon ton, sembra ridicolo, anacronistico oltre che donchisciottesco.

Ma la “forma” è sostanza, e lo dovrebbe essere ancor più per chi si proclama di destra. Bene ha fatto l’attuale governo a rintrodurre l’educazione civica nelle scuole, però, dobbiamo ricordare che i giovani sono circondati da TV e Web, consumismo e pubblicità, “forze” che quotidianamente operano un’azione disgregante di qualsiasi principio etico ed estetico, motivo per cui, l’educazione civica nelle scuole, può essere un’idea, ma rischia di rivelarsi un’arma spuntata. E soprattutto se le istituzioni sono le prime a dare il cattivo esempio.

In queste ore, ha fatto parlare di sé il Ministro dell’Interno per le sue “vacanze show”, al quanto “scollacciate”, raffrontate a quelle “riservate” di Aldo Moro. Le critiche a Salvini provengono naturalmente “da sinistra” e ovviamente, per riflesso, tutta la destra ha reagito difendendo il ministro. Non è difficile immaginare che la maggior parte dei cittadini (e quindi degli elettori), prenderanno ancora più in simpatia Salvini, facendolo potenzialmente crescere nei sondaggi. Di fatto, da un punto di vista tattico, Partito Democratico e sinistre sparse, continuano a fare clamorosi autogol, e non avendo argomenti, non sanno come arrestare la crescita sovran-populista, finendo in realtà per rinforzare l’avversario.

Tuttavia, a rischio di restare sgradevolmente antipatico, sono costretto a distinguermi dal “comune sentire destrorso”, dicendomi nostalgico di quell’alto senso dello Stato che possedevano politici come Moro, e pazienza se era un cattocomunista. Se è vero che la sinistra – antica e futura – è ammalata di un moralismo “politically correct” insopportabile e stucchevole, è altresì vero che da tempo stiamo assistendo a una deriva della condotta che dovrebbe allarmare. Non è con Salvini, infatti, che nasce quest’andazzo; gli anni Ottanta furono probabilmente l’inizio del declino; qualcuno ricorderà le frequentazioni discotecare di De Michelis, e i “nani e ballerine” del socialismo craxiano. Oppure, le gaffe di Berlusconi tra barzellette pecorecce, e squallide orge ad Arcore.

Nel caso di Salvini, assistiamo però a un salto di qualità, poiché, dalla TV si è passati al Web, che è il mezzo più immediato di comunicazione senza mediazioni. Il Web non deve essere demonizzato a prescindere; può essere un mezzo formidabile, tuttavia è spesso uno strumento privo di “filtri”, usato dai politici in dirette in tempo reale nelle quali si comunica agli elettori, questioni che spesso nulla hanno a che vedere con la sostanza politica; fatti personali, in un crescendo di esibizionismo morboso che assecondando la curiosità altrettanto ossessiva degli internauti, funziona come propellente elettorale.

Al di la dei meriti indiscutibili su determinate questioni (porti chiusi, legittima difesa, decreto sicurezza, etc.), dobbiamo tristemente constatare che gran parte della crescita di consensi di Salvini, è spesso più dovuta alla coltura del “mito”, che non a reali fatti. E in tutto ciò, c’è ovviamente del mestiere: Salvini (e chi lo consiglia), sa che quel suo mostrarsi “persona qualunque” in  mezzo alla gente mentre è intento a farsi i selfie con i suoi ammiratori, fino al trash più estremo del “Vinci Salvini”, ebbene, questa tecnica di comunicazione, “paga”, in termini elettorali. Questo è l’effetto collaterale del populismo, o della sua degenerazione. Non conta quello che fai, ma quello che sei, o che appari. E nel caso salviniano (ma il resto del parterre non è migliore), l’ossessione pirandelliana della maschera si rovescia: lo scrittore Premio Nobel si poneva il problema della forma come opposto della vita, ergo, della non coincidenza tra l’essere e l’apparire. Possiamo oggi sostenere che il problema contemporaneo è l’esatto contrario: le persone sono sempre più come appaiano, ovvero, maleducate, incolte, incivili, e i politici che assomigliano di più all’italiano medio sono coloro che attraggono più consensi, perché lo vedono – a torto o ragione – come uno di loro.

Il paradosso è che i politici, per attrarre consensi, imitano il cittadino qualunque, magari proprio il più rozzo, e per riflesso, i cittadini s’identificano in lui. Dopo aver passato un secolo a porsi problemi ontologici sull’essere, togliendo maschere, la borghesia è deceduta e il capitalismo è sopravvissuto al tramonto di essa come classe sociale avente una sua identità e una sua cultura di riferimento: siamo poveri e ricchi, ma tutti ugualmente cafoni, politici compresi.

Forse la “Maschera” era semplicemente “contegno”, che discendeva dall’educazione, e proprio dalla Maschera dovremmo ripartire, a patto che non sia un puro atteggiamento ipocrita, ma sublimazione dell’Essere, una proiezione esteriore ed estetica dell’anima. E se oggi ci afferriamo, quasi con disperazione, al populismo, è solo perché appare l’ultimo baluardo di resistenza all’oligarchia mondiale, ma non può essere la parola “finale” della politica. Superata l’emergenza (il ripristino della sovranità nazionale e la supremazia della politica sull’economia finanziaria globale), bisognerà essere in grado di andare oltre il populismo, ripartire dalla “qualità”, da un senso “aristocratico” della politica e della cultura, altrimenti non ci saranno altri esiti possibili al tramonto finale della civiltà occidentale.