Il punto non è, naturalmente, quello che indicano il Corriere e Repubblica. Non è, cioè, che l’U.n.a.r (leggasi Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali stretto da un rapporto organico e continuativo con il MIUR) abbia utilizzato fondi pubblici per finanziare club di sesso omo a pagamento. Da tempo, infatti, siamo abituati al fatto che lo Stato utilizza il nostro denaro per finanziare le finalità più dubbie: aborti, “unioni civili”, consiglieri e funzionari nullafacenti delle regioni a statuto speciale, onlus un tanto a migrante, cinematografari le cui pellicole non sono guardate neanche dalle loro madri, mediatori culturali, educatori di strada, quotidiani di partiti estinti, associazioni vegane.

Dunque, tutto a posto: che si finanzino con le tasse del cittadino circoli in cui gli omosessuali si prostituiscono è cosa che, in questa nostra Italia dalla società liquida e dal pensiero debole – ma dal contributo forte – può ben starci. Ne abbiamo viste e sentite tante, siamo uomini di mondo.

Ma, come dicevamo, il punto è un altro. Questo U.n.a.r. è uno degli ispiratori (insieme al “Gruppo Nazionale di Lavoro LGBT” cui fanno capo 29 associazioni accomunate dall’ideologia gender) della politica ministeriale che, con particolare intensità dopo il varo della renziana legge 107, si propone di cancellare il principio antropologico della distinzione fra i sessi e quello della famiglia naturale fondata sulla relazione fra uomo e donna, e quindi aperta alla procreazione. Quella politica che si avvale di diverse strategie: interventi di “esperti” che si sovrappongono alle obsolete lezioni di Italiano e Matematica, letture fortemente inquinate, drammatizzazioni in cui i bambini “giocano” a cambiare sesso, e via proseguendo. Dunque l’opera di finanziamento di club nei quali gli omosessuali si esibiscono nelle loro performances per il solluchero di spettatori paganti non è solo un qualcosa che rimane riservato agli affezionati del genere: se così fosse, nulla quaestio.

È invece una prassi che, data la cooperazione dell’Ufficio con l’attività educativa della scuola di Stato, proietta un’ombra su tutta intera l’Istituzione. E non è – sia chiaro – l’avvenuta giubilazione del responsabile dell’U.n.a.r. (giubilazione che comunque il sottosegretario Boschi ha circondato di cautele e riserve) a sanare la situazione. Si può ben dubitare, infatti, che le contribuzioni in favore di realtà quali il circolo gay scoperto dalle “Iene” siano il prodotto della generosità individuale del direttore. E non, piuttosto, il prodotto di un atteggiamento più diffuso nell’U.n.a.r. e in altri uffici prossimi al Ministero. Tanto da far esclamare ai padri e alle madri (padri e madri, non genitore1 e genitore2) la classica locuzione “in che mani sono i nostri figli!”