Alle anime belle che osservano inorridite le strabordanti immagini, proposte a rete unificate dai principali canali informativi, provenienti dalla Siria, relative al Ghouta, una delle ultime sacche di resistenza dei terroristi ribelli anti Assad, vorrei richiamare un episodio che, pur appartenente al passato della mia famiglia, giudico emblematico anche al giorno d’oggi.
Non viene da un altro continente, non riguarda popolazioni di lingua, cultura o religione differenti, coinvolge comunque tanta gente innocente capitata incolpevolmente al centro di una guerra spietata (come tutte le guerre) ma con caratteristiche di crudeltà rimaste pressoché ineguagliate.
Era un tempo in cui la popolazione civile non veniva più solo coinvolta nei combattimenti tra le fazioni ma era essa stessa un obiettivo.
Come avvenuto a Dresda, a Hiroshima, a Nagasaki e – pur su scala minore – in molte altre circostanze.
L’intento punitivo cercato in questi attacchi è sottolineato dalla forma utilizzata che evoca la biblica punizione divina della pioggia di fuoco che distrusse Sodoma e Gomorra.
Non è certo casuale, infatti, come il tipo di armi utilizzate: bombe al fosforo a Dresda e atomiche sul Giappone uccida proprio con il fuoco emulando la narrazione biblica.
Chi si strappa le vesti per le sorti delle famiglie dei ribelli rimaste nella sacca vicino Damasco dovrebbe perlomeno notare che gli autori (impuniti) dei più gravi crimini contro l’umanità sono gli stessi che oggi fanno leva sui sentimenti di pietà per le sorti dei civili siriani, vittime di una guerra peraltro da essi stessi fomentata.
Invito chi oggi si commuove per il bimbo in valigia del Ghouta a provare la stessa empatia per il piccolo giapponese di 10 anni che aveva caricato sulle spalle il corpo del fratellino perito a Hiroshima o ad una delle 184 piccole vittime del bombardamento della scuola di Gorla del 20 ottobre 1944 a Milano.
Magari osservando le colonne di profughi in fuga dai combattimenti potreste pensare ai tanti bambini vittime anche in Italia dalla guerra. Tra essi anche i fratelli di mia madre che, adolescenti di 12 e 15 anni, hanno raccolto quel che rimaneva della casa di famiglia distrutta nel 1944 dai bombardamenti dei ‘liberatori’, caricandolo su un carretto a mano e spingendolo per circa 60 km da Milano a Casteggio nell’Oltrepo pavese dove mio nonno aveva trovato rifugio per la sua famiglia.
Con uno sforzo di fantasia potreste spingervi a pensare al baronetto sir ‘bomber’ Harris pianificatore dei bombardamenti criminali inglesi in Europa che così scriveva nelle suo libro Bomber Offensive:…non abbiamo mai scelto una determinata fabbrica, come obiettivo (…) la distruzione d’impianti industriali è qualcosa di più, una specie di premio, il nostro vero bersaglio era sempre il centro della città…” e premiato con il titolo nobiliare nel 1953 da Churchill.
Se non fosse sufficiente provate a leggere cosa scriveva nel suo diario Harry Truman (presidente USA) il 25 luglio 1945: «L’arma (la bomba atomica ndr) sarà usata contro il Giappone tra oggi e il dieci di agosto. Ho detto al segretario alla Guerra, Stimson, di usarla su un obiettivo militare, in maniera che il bersaglio siano soldati e marinai e non donne e bambini. Anche se i giapponesi sono selvaggi fanatici, senza scrupoli e senza pietà, noi in quanto leader del mondo libero non possiamo lanciare questa terribile bomba sulla vecchia capitale [Kyoto] o su quella nuova [Tokyo]. Io e Stimson siamo d’accordo. Il bersaglio sarà puramente militare.»

Colpisce come – oltre all’evidente falsità delle presunte raccomandazioni (verbali) su come usare la nuova arma (che invece nei fatti era stato scelto proprio di impiegare contro una città abitata solo da civili inermi) ‘su un obiettivo militare’ il disprezzo del popolo giapponese definito ‘selvaggi fanatici senza scrupoli’.
In fondo è ancor oggi la stessa cosa che gli anglosassoni dicono sempre di tutti i loro nemici.