C’è chi ha strabuzzato gli occhi sulle dichiarazioni di Vecchioni, che ammette di riconoscersi sulle idee di Giorgia Meloni, e chi sa bene che proprio quei cantautori italiani, un tempo inneggiati dalle vestali della sinistra, hanno da sempre scritto opere attingibili anche dal patrimonio identitario della destra.
In questo frangente possiamo limitarci a passare in rassegna qualche breve ed emblematico esempio, lasciando tuttavia al lettore, come“compito per le vacanze”, quello di riprendere l’intera opera cantautorale italiana e, senza sentirsi “padrone in casa d’altri”, di rintracciare tutti gli orizzonti negati.
Francesco De Gregori nel ’83 scrisse“La leva calcistica del ’68”, da un lato un’allegoria tra il calcio e la vita, dall’altro metafora tra il pallone e le speranze della generazione partorita dal Sessantotto.
Se il poeta terminava con un anelito di speranza proprio nei confronti di quella generazione: “Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette…” venticinque anni più tardi, nel 2008, nel disco: “Per brevità chiamato artista”, De Gregori incide il brano dal titolo“Celebrazione” in cui decreta senza mezzi termini il fallimento di quella generazione “…E dove portano quelle scale/ ma tu davvero lo vuoi vedere?/chi vuole scendere scenda pure/ ma chi c’è stato non ne vuole più sapere…”
Sempre De Gregori, nel 2001, presenta il brano “Il cuoco di Salò” dove, attraverso la prospettiva di un cuoco della Repubblica Sociale, raccontava la tragedia collettiva della guerra civile italiana, consumata tra il settembre del ’43 e l’aprile del ’45, arrivando alla conclusione che l’Italia è stata fatta da tutti, sia da chi si trovava dalla parte giusta, sia da chi stava da quella sbagliata.
A chi davvero ha creduto che, prima del ’45, gli italiani erano tutti antifascisti, costretti al Fascismo dalla “mascella”, il cantautore risponde con il concetto per cui il popolo non è inifluente sul corso della storia ma, di riflesso, ne è anche responsabile.
Ce lo dice nel brano “1940”, tratto dal disco “Alice non lo sa”, in cui immortala gli stati d’animo eccitati e contenti della gente per l’entrata nella Seconda Guerra Mondiale, nel brano “Le storie di ieri”, prima dato a De Andrè e poi cantato dallo stesso De Gregori, in cui parla del Fascismo come di “mio padre ha una storia comune/ condivisa dalla sua generazione…” e, in un climax ascendente,
nella sua celebre canzone: “La storia” siamo noi, in cui esplicita in maniera chiara questa prospettiva, purtroppo abilmente oscurata, da quando questa canzone cominciò ad uscire dagli altoparlanti dei congressi dell’Ulivo.
Giorgio Gaber, nel 1992, nel suo teatro canzone, analizzò il Comunismo o meglio i Comunisti, con il monologo “Qualcuno era comunista”, in cui sottolineava la voragine che c’è stata tra l’ideale e la miseria di quando questo ideale è stato acquisito dai militanti del Partito Comunista Italiano.
Prendendo per un attimo in mano qualche accenno della produzione poetica “Contro la droga”: “Cantico dei drogati” di Fabrizio De Andrè, “Lilly” di Antonello Venditti, “Se me lo dicevi prima” di Enzo Jannacci ecc… arriviamo a Franco Battiato che, oltre al suo “Per Elisa”, cantata magistralmente da Alice, ci regala due perle davvero identitarie come “Povera Patria” e lo scenario celtico-tolkeninano de “L’Era del cinghiale bianco”.
Vorrei concludere con dei versi in cui, più che negli altri, vedo l’emblema dei valori identitari della destra.
Versi in cui il poeta torna tra i castagni dell’Appennino e precisamente accanto al suono del torrente Limetra, per interrogare la tradizione, la memoria, come unico punto fermo capace di dargli delle risposte sul suo presente e sul suo futuro: La casa sul confine dei ricordi, la stessa sempre, come tu la sai, e tu ricerchi là le tue radici, se vuoi capire l’anima che hai…”
State ricordando bene; questi versi sono proprio del “compagno” Guccini.