Innanzitutto una dichiarazione d’intenti. La commemorazione dei tragici fatti avvenuti a Trieste nel Novembre ’53 può ancora oggi alimentare divisione e fratture ideologiche ma non possono fermare la ricerca della verità storica.

Recenti sviluppi storiografici e di ricerca, resi possibili anche dall’emersione di documenti sino a ieri secretati, come previsto dalla legge, aprono nuovi scenari e opportunità di comprensione di aspetti che ancora oggi sono negati dalle sinistre, ancorate alla loro visione missionaria quanto miope.

In questo contesto di conservatorismo condizionato spetta ai “tanto odiati” revisionisti di fatto, coloro che intendono ancora muovere degli sforzi per comprendere la realtà oltre i muri illusori dell’ideologia, di giocare un ruolo chiave nella definizione del passato per meglio comprendere il presente.

Li ho chiamati revisionisti di fatto perché ritengo tali studi mossi da una genuina quanto naturale propensione all’analisi dell’esistente e delle fonti storiche, indipendente dal mandato o dalla censura politica o cesura culturale. Quando emerge il lato marcio e decadente della “rivoluzione culturale” di scuola sovietica applicata si è capaci di aprire la caccia alle colombe e anche il buon senso e la dovizia di particolari è cagione di inquietudine.

La ricerca storica dovrebbe idealmente tradursi in una minuziosa ricerca di tutte le fonti tra loro intrecciabili nella formulazione di un quadro d’insieme sempre aggiornato, mai cristallizzato.

Oggi assistiamo all’involuzione della storiografica di scuola social/comunista, un tempo paladina di una presunta campagna d’avanguardia, oggi assume i connotati di difesa di retroguardia delle conquiste che con la prepotenza delle armi dei vincitori riuscì a imporre.  

 

Nel 1947, nel cuore di una delle fasi più buie e incerte della nostra storia nazionale, si consumava, con il trattato di Parigi, la cessione punitiva di Fiume, Zara, le isole di Lagosta e Pelagosa, gran parte dell’Istria, settori del Carso triestino e goriziano e l’alta valle dell’Isonzo alla Repubblica Jugoslava.

Nella città di Trieste, dove più vicina e forte era sentita questa lacerazione dei propri tessuti connettivi e arrivavano gli echi delle barbarie compiute dai comunisti Jugoslavi nelle terre ora consegnate al fagocitante vicino, da tempo le forze di occupazione alleate riuscivano faticosamente a contenere le tensioni all’ordine pubblico.

La popolazione italiana era costantemente oggetto di un’aperta ostilità rivolta a sopirne e sopprimerne l’identità, anche fosse la sola manifestazione della sua esistenza.

Dominava la scena un clima d’incertezza e di sicurezza perennemente in bilico, percependo lo strisciante fantasma di una prossima imminente prova di forza Jugoslava finalizzata alla sua conquista.

Le scaramucce locali furono prontamente sedate con clinica quanto non propriamente neutra ostilità.

I sottili equilibri delle trattative per la definizione dei due fronti vedono Trieste come uno degli snodi fondamentali da sciogliere, ove però la determinazione del popolo italiano nell’assicurare questa nuova postazione difensiva, allontanando le mire titine, non può che essere foriera di pericolose destabilizzazioni per un disegno affine alle strategie anglo-americane.

Le diplomazie Inglese e Americana lavorano, infatti, instancabilmente e nel contempo reprimono ogni sentimento popolare, dettaglio insignificante nella politica di gioco su più tavoli che vede nella Russia e nella Jugoslavia le principali controparti. Si tratta di un gioco astuto fatto di colloqui conoscitivi, dove il posizionamento della Jugoslavia di Tito, ormai orientata alla dissociazione sovietica diviene l’ago della bilancia di questo precario equilibrio. 

 

Dicevo, invece, di una Trieste legata da profondi tessuti connettivi ai territori abbandonati alla foga espansiva titina e mi riferivo alla funzione di asilo che questa città aveva rappresentato e rivestito per i molti profughi istriani, ma anche dalmati e fiumani costretti sotto la minaccia di una fine infausta a fuggire dalla loro madre-terra.

Si uniscono e si rinsaldano i legami familiari e questo diventa guisa di una memoria e di un’unità inscindibile, che nemmeno i disegni dei potenti globali di turno o della minaccia dei vicini persecutori possono piegare.

A Trieste si respira ormai l’atmosfera di ultimo bastione degli esuli e dell’italianità, e la nuova barricata difensiva diverrà tragicamente forgiata dai sacrifici di coloro che doneranno la loro la vita, “di quei ragazzi del ’53”.

Localmente i processi di epurazione operati slavo-comunista della sede triestina di partito sono vicende divenute ormai note e non fanno che confermare l’applicazione del teorema del cavallo di troia dell’ideologismo applicato all’espansione etnica.

Qui più che altrove questa evidente ingerenza assume i connotati espliciti, al punto di definire una cesura netta tra i partigiani bianchi, alcuni dei quali attivamente impegnati nella difesa dell’identità della città e quelli rossi, deposti molto spesso dai nuovi occupanti, disgregati e incapaci di predisporre una lettura autonoma alla convulsa realtà esistente.

Altro fattore è invece l’attendismo diplomatico del Governo italiano, per troppo tempo succube dei reciproci scacchi e veti , incapace di perorare esplicitamente i suoi legittimi interessi nella Trieste contesa. I sempre crescenti distinguo di Tito nei confronti del dirigismo centralista sovietico, accolti con subitanea strumentalità dagli anglo-americani, erano infatti ragione di questa imbarazzante stasi. Giocando abilmente su più fronti la strategia titina aveva congelato la prevedibile mossa italiana di far ponte sulla collocazione occidentale quale avamposto difensivo strategico.

 

La crescente tensione venne scandita da episodi che non fanno che infiammare l’orgoglio popolare e alzare il livello della conflittualità.

Il 3 novembre 1953, 35° anniversario dell’ingresso degli Italiani a Trieste e festa di Santo patrono della città, venne issata sul Municipio di Trieste la bandiera tricolore, anche a seguito della Dichiarazione Bipartita dell’8 ottobre, dove gli alleati fecero inaspettatamente trapelare la volontà di riconsegnare all’Italia la zona A in un moto d’entusiasmo. Questa fu però prontamente fatta rimuovere dal Governo Militare Alleato per nulla disposto a concedere margine d’azione alla componente locale. 

 

E’ questa la miccia, perché non era più il tempo del silenzio e si formarono così cortei di protesta nella città. Uno degli studenti issò allora una bandiera italiana sul monumento a Domenico Rossetti, eminente figura cittadina. Anche questa bandiera fu rimossa dalla polizia civile, nei cui ranghi erano forti le infiltrazioni antitaliane.  

Si alza anche il livello dello scontro istituzionale quando il Generale inglese Sir Thomas Winterton, Governatore di Trieste, e protagonista dalla sua nomina dell’inasprimento dei toni e dei sistemi repressivi verso qualsiasi manifestazione filoitaliana, impone al Sindaco Gianni Bartoli di rimuovere il tricolore che svetta dal Municipio di Trieste. Ricevette un coraggioso rifiuto, ma nonostante questo gli inglesi, sempre più decisi a mostrare il muso duro, lo rimossero, non consci della tempra che la cittadinanza avrebbe presto dimostrato.

Il clima divenne allora insostenibile e portò alla costituzione di una nutrita folla, che come una marea in corteo raggiunge la centralissima Piazza Unità D’Italia per restaurare l’onore ferito e issare nuovamente il tricolore.

Esplosero allora violenti scontri con le forze dell’ordine occupanti che solo con l’intervento della violenza, forti anche dell’ausilio degli idranti montati sulle camionette militari, riuscirono temporaneamente a sedare.

Gli scontri proseguirono sino a sera e nel giorno successivo, dove il rischio di caduti fu altissimo e si sfiorò per pura fortuna.

 

Il giorno 5 di Novembre riaprono le scuole ed è l’occasione per gli studenti di unirsi in un corteo che arriverà sino “all’altare del sacrificio” di Piazza Sant’Antonio.

Il clima ormai surriscaldato fa si che l’arrivo della polizia sia accolto da un lancio di pietre al quale questa risponde con la veemenza dei manganelli e degli idranti, senza esclusione di colpi, violando anche la sacralità della Chiesa sita nell’omonima piazza.   

Nonostante la decisa opposizione del GMA il pomeriggio si ripresenta la stessa opposizione all’intervento dei “cerini” (così venivano apostrofati i poliziotti al comando dei britannici).
Comandati dagli ufficiali inglesi arriverà l’infame ordine di aprire il fuoco ad altezza d’uomo.

Sotto questi colpi cadono due persone, tra cui Piero Addobbati, quattordicenne, la situazione allora degenera e scoppiano molteplici focolai, vengono assaliti le forze anglo-americane e le loro sedi, dati alle fiamme e distrutti i loro automezzi.

Prosegue lo stesso clima il giorno 6 e la polizia difende ormai a fatica gli edifici del Governo Militare Alleato, un’ampia folla si consolida presso Piazza Unità e punta alla prefettura. Nel contempo la bandiera italiana viene nuovamente issata sul Municipio e su un altro palazzo storico del Lloyd Triestino di Navigazione, oggi palazzo della Regione.

L’assalto alla Prefettura assume forme para-militari con il lancio di bombe a mano e l’esercito risponde con toni ancora più duri, armato come si conviene alla guerra, aprendo nuovamente il fuoco ad altezza d’uomo. Cadono 4 patrioti Triestini e l’eco di questi tragici eventi riesce tragicamente a irrompere sulle testate nazionali.

Come mai accaduto prima, quando la diplomazia rinunciataria italiana aveva generato la preoccupazione e l’insoddisfazione che fu foriera di tali manifestazioni di ribellione, il Governo italiano protestò formalmente con quelli inglese e americano e vennero organizzati cortei e manifestazioni in tutto il paese per solidarizzare e contestare l’operato alleato.

L’imbarazzo verso questa gestione rigida quanto poco efficace dell’ordine pubblico fece sì che gli Americani presero le distanze dall’amministrazione inglese, imputandole la responsabilità strategica e dei metodi. 

 

Caddero come foglie d’autunno i nostri fratelli sull’altare del sacrificio:

 

Piero Addobbati (Zara, 1938), studente, esule dalmata 

Erminio Bassa (Trieste, 1902), lavoratore portuale

Francesco Paglia (Trieste, 1929), universitario, ex bersagliere della Repubblica Sociale Italiana

Leonardo “Nardino” Manzi (Fiume, 1938), studente, esule fiumano

Saverio Montano (Bari, 1903), ex partigiano

Antonio Zavadil (Trieste, 1889), lavoratore portuale.

 

A noi il compito di serbarne memoria e non rendere vani gli sforzi per rinsaldare il senso di sovranità che la nostra repubblica sembra aver smarrito.