Nel dedicare alla grande guerra il numero monografico recentemente pubblicato, «Nuova Rivista Storica» intende anche celebrare il proprio centenario di prestigiosa attività scientifico-culturale, che ha accompagnato un secolo di dibattito storiografico. E’ anche il modo migliore per rinnovare lo spirito che fu del fondatore della Rivista, Corrado Barbagallo, il quale, come ricorda la citazione che il volume opportunamente reca in apertura, fu mosso assieme ad altri studiosi dagli angosciosi quesiti sollevati dalla furiosa mischia di popoli scatenatasi nel 1914.

In tema di Grande Guerra, o più opportunamente di “primo conflitto globale”, il direttore della Rivista, Eugenio Di Rienzo, ricorda i limiti storiografici ancora diffusi e dalle quali non si sono salvate neppure alcune delle innumerevoli riflessioni e iniziative avviatesi nel 2014 e ancora in corso. Continua così ad avere troppa eco la tesi della marginalità del ruolo bellico italiano, nonostante i ben noti contributi di Gooch e di Thompson sulla cosiddetta “guerra bianca”. Analogamente la rilevanza attribuita al ruolo militare della Russia zarista è stata quasi del tutto schiacciata dal prevalere dell’interesse per la rivoluzione bolscevica, come se Brest-Litovsk non avesse gettato nell’angoscia più profonda l’Intesa o Caporetto non fosse stata in qualche modo predisposta dal venir meno del noto “rullo compressore” russo. E ancora: la storiografia, dei vincitori, ha preferito far calare l’oblio sull’Impero Ottomano, forse per l’imbarazzo generato da Gallipoli, così come da rivalutare è il ruolo dell’emergente Giappone, prima alleato dell’Intesa, poi temibile antagonista degli Stati Uniti già prima che il conflitto giungesse a termine.

Questo per ricordare che anche per la prima guerra mondiale si rende necessaria quella correzione ottica già attuata per la seconda guerra, ovvero un’attenuazione della prospettiva eurocentrica a vantaggio di altre aree che contribuirono significativamente alla globalizzazione dell’evento. Come rileva Di Rienzo è sul terreno sempre fertile degli errori interpretativi che il limite storiografico si salda, in un circolo vizioso, con le contraddizioni della pace. Un inaudito vulnus dello Jus Publicum Europaeum impose ai tedeschi, secondo la formulazione dell’articolo 13 del trattato di Versailles, di riconoscersi moralmente e civilmente responsabili della guerra e delle sue devastazioni. Anche per questo la pace fu in realtà, come ammisero Foch e Lloyd George, un armistizio lungo venti anni, ma l’interpretazione dominante fu avvalorata anche da autorevoli testimoni del tempo, come Luigi Albertini.

Come la storia diplomatica ha da tempo rilevato il meccanismo infernale che originò la guerra è da individuarsi nel progressivo costituirsi e radicalizzarsi di due sistemi di alleanza attraverso varie crisi periferiche che chiamarono in causa le maggiori potenze, dall’”imbroglio balcanico” già individuato da Trockij come epicentro di tensioni nazionali infinite, alle contrapposizioni coloniali per Marocco e regioni libiche, fino al Great Game asiatico. Questa enorme mischia per l’egemonia mondiale rappresentò per il Regno d’Italia una formidabile sfida in cui, come intuì Sonnino, non erano in gioco solo terre irrdente e espansionismo extraeuropeo ma addirittura il ruolo internazionale del paese, per andare definitivamente oltre il retaggio risorgimentale e cogliere l’ultima chance per fare dell’Italia una vera potenza.

Se alla fine la vittoria conseguita a Vittorio Veneto fu solo parziale fu, oltre che per gli oggettivi limiti d’azione riservati all’Italia, anche per gli equivoci cui si prestò la proposta di un nuovo ordine internazionale elaborata da Wilson. Sostenuto opportunisticamente da inglesi e francesi, non prima di essersi spartiti il Medio Oriente con il famigerato accordo Sykes-Picot, poi legittimato attraverso il sistema dei mandati, per colmo di ipocrisia, dalla nascente Società delle Nazioni, il mito dell’autodeterminazione e della sicurezza collettiva nacque orfano proprio degli Stati Uniti, che dopo aver finanziato la guerra e aver indirizzato la pace lasciarono l’Europa alle prese fra vecchie e nuove questioni nazionali, molte sconfitte e vittorie mutilate.

Il numero monografico di «Nuova Rivista Storica» esamina vari teatri europei. Fabrizio Rudi approfondisce la questione dell’autonomia dell’Epiro settentrionale a partire dalle guerre balcaniche. Come noto la ridefinizione degli assetti regionali fu una delle priorità della politica estera italiana, che non avendo ipotizzato la dissoluzione dell’Impero asburgico auspicò un compromesso che potesse sventare la minaccia di un forte blocco panslavo ad orientamento filorusso. Uno dei nodi cruciali in tal senso fu rappresentato dalla nascita dell’Albania e dalla definizione dei suoi confini meridionali con la Grecia per la presenza ellenica nell’Epiro, riconosciuta a livello internazionale come presupposto di autonomia regionale. L’accordo Tittoni-Venizelos sembrò sciogliere i principali nodi fra Roma e Atene, almeno sino ai successivi sviluppi del confronto greco-turco. Nel contesto balcanico di particolare interesse appare anche l’azione della Regia Marina, illustrata da  Oreste Foppiani. Nel mostrar bandiera nell’Adriatico essa dovette confrontarsi non solo con i nemici ma perfino con gli alleati, in particolare la Francia, che per gli italiani protese la propria mano sino all’Adriatico attraverso le influenze sulla nascente Jugoslavia. Il modo estemporaneo in cui venne sollevata la questione di Fiume e perfino l’avventurosa iniziativa di D’Annunzio nel Carnaro contribuirono a rafforzare la supremazia strategico-politica dell’esercito, a danno dell’azione della Marina, in un crescendo di nazionalismi.

Giacomo Innocenti si sofferma sul contributo del contingente britannico spedito in Italia dopo Caporetto, bistrattato dalla storiografia italiana, esaltato da quella inglese, ed espressione della più generale ambiguità di rapporti fra alleati che, parafrasando il titolo di un libro di Luca Riccardi, non furono mai veri amici. La rovinosa rotta segnò un ridimensionamento dell’autonomia strategica italiana che per Sonnino avrebbe potuto compromettere l’azione che egli si riprometteva di esercitare al tavolo negoziale a guerra conclusa. Simili timori erano del resto già giustificati dall’ingresso in conflitto degli Stati Uniti, portatori di un programma postbellico poco compatibile con le mire che avevano indotto il Regno a superare l’originaria neutralità. Il contributo delle divisioni inglesi e francesi si rivelò più politico e psicologico che strategico, anche perché Diaz le considerò come riserva. Nondimeno la presenza alleata favorì il ricompattamento del fronte italiano e disincentivò più vaste campagne nemiche. D’altra parte questo era quanto bastava, dato che a Londra e a Parigi si era temuto un disimpegno bellico dell’Italia che avrebbe favorito la Germania, e non vi era alcuna intenzione di far impiegare i propri soldati sotto comando italiano, pretendendo, tanto per cominciare, la rimozione di Cadorna. Un atto dovuto, questo, si dirà, che tuttavia da parte italiana si voleva presentare come una decisione autonoma e non come un pieno cedimento agli alleati.

Di particolare interesse è la sezione della Rivista dedicata alla dimensione coloniale della grande guerra. Come ha rilevato Andrea Ungari gli interessi extraeuropei condizionarono significativamente i tentativi di collocazione italiana fra le maggiori potenze, a partire dall’iniziale  scelta della neutralità, evidentemente dettata dall’incompatibilità fra un impegno militare al fianco di Germania e Austria-Ungheria e la salvaguardia delle colonie. D’altra parte in Africa le ostilità avevano preceduto lo scoppio della guerra in Europa e avevano contrapposto l’Italia all’alleato tedesco, pronto a fomentare a fianco degli ottomani le ribellioni locali, a partire dal Fezzan, in nome di una rinascita panislamica. Simona Behre aggiunge riflessioni interessanti sul mancato coinvolgimento delle truppe coloniali italiane nel fronte europeo, per una diffidenza di cui certo non si aveva riscontro nel rapporto con le rispettive colonie di Francia e Gran Bretagna. Circa duemila ascari furono trasferiti, ma si potrebbe dire deportati, nell’arretrata Sicilia, in modo da essere sufficientemente lontani sia dal fronte europeo che da quello coloniale, e in Libia furono inviati parte dei responsabili del cosiddetto “sciopero militare” di Caporetto. Non sorprende quindi la conclusione della Behre in base alla quale l’Italia vinse la guerra in Europa ma la perse in Africa.

Sul piano diplomatico come rileva Luciano Monzali il Corno d’Africa ebbe scarsa rilevanza nei negoziati con gli alleati, sia nella formulazione del Patto di Londra che nelle successive trattative di pace. Nonostante le pressioni del ministro delle Colonie Colosimo e del suo direttore per gli affari politici Agnesa la risistemazione del Corno d’Africa in senso favorevole all’Italia non fu mai una priorità nelle trattative condotte da Sonnino, né d’altra parte i francesi si dimostrarono disposti a cedere su Gibuti o gli inglesi pronti ad assecondare i piani italiani.

Dopo la scomparsa di Menelik si erano rimesse in moto le vecchie contrapposizioni fra tigrini e scioani e con esse gli interessi di Gran Bretagna, Francia e Italia, precedentemente composti nell’accordo del 1906. Gerardo Nicolosi, che al fenomeno del mullismo ha già dedicato approfonditi studi, ricostruisce la trama antioccidentale che faceva capo al leader Mohammed Abdullah Hassan, irradiandosi dalla Somalia all’intero Corno d’Africa attraverso le tariqe, organizzate e influenti confraternite islamiche. Il timore di una possibile saldatura fra il derviscismo somalo e le propensioni filoislamiche del reggente abissino  Ligg Iasu furono accentuate dalla forte propaganda tedesco-ottomana. Nel 1916 le pressioni delle potenze coloniali dell’Intesa sul governo etiopico favorirono la destituzione di Iasu, che aveva attentato al carattere cristiano dell’Abissinia nell’errato convincimento di un’affermazione bellica delle potenze centrali che avrebbe favorito l’unificazione delle regioni del Corno d’Africa.

Matteo Luigi Napolitano illustra, fra passato e presente, una visione classica della geopolitica continentale di matrice tedesca volta ad indebolire la Russia attraverso la separazione di questa dall’Ucraina. Sul finire dell’800 essa fu lo spauracchio con cui Bismarck tentò di indurre lo Zar di tutte le Russie a respingere le avances della Francia per un’alleanza antitedesca. Fu però proprio Guglielmo II a rinnegare in seguito il sistema di equilibri diplomatici a lungo curato dal Bismarck e mai abbastanza celebrato a causa del luogo comune sul Cancelliere di ferro, che fu in realtà anche fine diplomatico. Il mancato rinnovo tedesco del trattato di contro-assicurazione spalancò la via all’accordo franco-russo, uno dei due presupposti, assieme all’Entente anglo-francese successiva a Fashoda, della futura Intesa che tanto avrebbe nuociuto al Reich. Esso finì accerchiato, secondo una visione strategica tipicamente inglese e volta a dare adeguata risposta alla sfida lanciata dal Von Tirpitz al primato della Royal Navy.

Di grande interesse anche il contributo di Valdo Ferretti che rivisita l’evoluzione diplomatica dei rapporti fra le potenze occidentali e il Giappone. Alleato della Gran Bretagna ad inizio ’900, a partire dalla sconfitta inflitta alla Russia affermò progressivamente la propria influenza in Asia e nel Pacifico finendo per entrare in collisione con gli interessi americani. Si trattò di una lunga parabola che partì dallo scontro per la Cina, dove gli americani intesero imporre il principio della Open Door commerciale, conobbe una fase intermedia di compromesso fra l’accordo Ishii-Lansing e la conferenza di Washington, per poi degenerare nel corso degli anni ’30 fino all’acme di Pearl Harbor e oltre. Se in Europa si ebbe un lungo armistizio, nel Pacifico si ebbe la lenta involuzione di un rapporto di alleanza.

Sul fronte socio-politico interno si segnalano interessanti studi sull’Italia del sud. In Calabria, come rileva Giuseppe Ferraro, l’acceso dibattito fra neutralisti e interventisti esacerbò lo stato di tensione sociale che ad inizio secolo si era acuito a seguito dei terremoti. La critica rivolta alla classe dirigente liberale era quella di non aver attuato le tanto attese riforme per il progresso regionale al punto che sulla stampa locale non mancarono i riferimenti nostalgici al passato borbonico. Così i calabresi erano stati “ammiseriti dal terremoto” e “abbrutiti dal Governo”. Le manifestazioni studentesche trasformarono la Calabria da “piazza rossa a tricolore”, per riprendere Isnenghi e Rochat, e al fronte interventista si iscrissero, in un esteso anti-giolittismo, anche cattolici e socialisti come Pietro Mancini. Esso prevalse sulla “maggioranza silenziosa” non interventista nell’illusione che la guerra potesse essere il grande evento catartico in grado di far superare tutti i mali dell’arretratezza.

La Sicilia, come ricorda Giancarlo Poidomani, fu la regione del Meridione a fornire il più elevato quantitativo di uomini alla grande guerra. Per oltre 500.000 siciliani il conflitto rappresentò un improvviso fattore di nazionalizzazione o di italianizzazione. Più duratura si rilevò la nazionalizzazione postbellica condotta di paese in paese per celebrare con iniziative di vario genere, una vera e propria “effusione della memoria” costellata di lapidi, intitolazioni, parchi della Rimembranza. Una sorta di “discorso nazionale” presente in tutto il paese come una religione civile nascente dal basso e raccolta dalle istituzioni, in particolare da quelle fasciste, in una sublimazione della patria come grande famiglia in cui si celebrava e additava come modello il sacrifico estremo.

Tutto questo ci ricorda come la prima guerra mondiale, grande e tragica levatrice della modernità, abbia contribuito a modellare la realtà quale noi oggi conosciamo e viviamo, rendendo inesauribile lo sforzo storiografico della «Nuova Rivista Storica» e di chi continua a confrontarsi con tanta complessità.

Paolo Soave, 21 dicembre 2017 Corriere della Sera