Mentre i “piazzisti” si affannano a conquistare le poltrone di Montecitorio e di Palazzo Madama, oltre quella più ambita di Palazzo Chigi, a bocce ferme è doveroso riflettere sul voto del 4 marzo scorso. Un dato di fatto: sono “piazzisti” sono coloro che, nel corso di una pessima campagna elettorale, hanno fatto a gara nel promettere la luna nel pozzo: istituzione del reddito di cittadinanza, abolizione delle tasse universitarie e dell’Imu sulla seconda casa, abbattimento delle aliquote fiscali, elargizioni di contributi senza la minima copertura finanziaria, sostegno alle famiglie numerose, ecc. ecc. Demagogia, irresponsabilità, ipocrisia perché i “piazzisti” sapevano che queste promesse, una volta arrivati al governo, sarebbero state irrealizzabili, per mancanza di fondi.

Pessima legge elettorale escogitata da Pd e Forza Italia, puniti giustamente dai votanti

Ma chi sono i vincitori e i perdenti delle politiche? Senza alcun dubbio il maggiore perdente è stata la riforma elettorale, escogitata dai “cervelli” del Pd e di Forza Italia per sbarrare la strada al Movimento 5 Stelle e porre la basi per un governo di larghe intese, buttando a mare Lega e Fratelli d’Italia. Mesi addietro quando venne approvata la nuova legge elettorale, numerosi, qualificati commentatori, scrissero che la classe politica aveva raggiunto il livello più basso di credibilità, dato che i partiti avevano preferito accettare una inevitabile ingovernabilità piuttosto di consentire ad uno di loro di vincere le elezioni. Certamente, un governo Pd-Forza Italia sarebbe stato ben accetto dai mercati finanziari e dalle cancellerie europee, ma avrebbe causato una rottura insanabile tra il partito del Cavaliere e i suoi alleati, senza contare la quasi scontata crisi di giunte regionali e comunali dove Lega- Forza Italia e Fratelli d’Italia governano ottimamente. Sarà un caso, ma gli elettori hanno ridimensionato Forza Italia e clamorosamente bocciato il Pd, la sinistra in generale ( va male anche in Germania, Francia, Olanda, Austria, Stati Uniti …). Uno sconsolato Luciano Violante, commentando la debacle del Pd ha detto “ La sinistra va male ovunque …. A quanto pare l’Occidente non ritiene più idonei i valori della sinistra per la guida della nazioni” (Si veda: Il Corriere della sera, 5 marzo 2018).

I vincitori? Senz’altro il Movimento 5 Stelle che sotto la guida del dinamico e scaltro Luigi Di Maio si è presentato agli italiani meno antisistema degli inizi e, accantonati i “Vaffa” di Beppe Grillo, ha indossato un abito governativo, con tanto di programma e lista di ministri. Una mossa quest’ultima che ha suscitato ironie e critiche da parte dei saccenti della politica e del giornalismo, ma in effetti lo ha premiato dal punto di vista mediatico.

La lega sorpassa Forza Italia e distacca nettamente FdI

Sul versante del centrodestra, non ha sorpreso il sorpasso della Lega su Forza Italia che, in questa occasione – essendo un partito aziendale a conduzione familiare – ha palesato tutti suoi limiti. Un Cavaliere visibilmente stanco e al tempo stesso provato dalle diatribe interne ha ritenuto di sopperire alle deficienze della sua classe dirigente, obsoleta e preoccupata solo di mantenere il seggio parlamentare, apparendo su tutti gli schermi televisivi, ad ogni ora del giorno. Ha impartito ai telespettatori che non cambiavano canale nella speranza di una qualsiasi novità, una lezioncina già vista e sentita negli anni scorsi, infarcita di vecchi slogan come “rivoluzione liberale” o “pensioni per tutti”, ha snocciolato promesse e impegni che, del resto avrebbe potuto mantenere e prendere quando ha governato il Paese per lungo tempo. Anzi, una novità c’è stata, proprio nelle ultime battute della campagna elettorale. Quando ha proposto d’imperio Antonio Tajani candidato premier del centrodestra, sollevando un polverone all’interno della coalizione. Possiamo ben dire che ormai il Cavaliere, schiacciato dalla poderosa avanzata della Lega, ha perso definitivamente la leadership della coalizione. Una parabola discendente, la sua, iniziata con l’ estromissione dal governo nel 2011, confermata dalla condanna subita nell’agosto 2013 e proseguita con la sua espulsione dal Senato.

Berlusconi si propone come regista. Quattro anni fa Fini voleva fare il commissario tecnico…

Incassato il negativo esito elettorale ( Forza Italia ai minimi storici, con il 14,01 alla Camera e 14,43 al Senato), si è proposto come “garante” o “regista” del centrodestra. L’ iniziativa del Cavaliere ci ricorda la singolare pretesa di Gianfranco Fini nel giugno 2014, dopo il flop del suo Futuro e Libertà, di proporsi non più come “centravanti” ma come “commissario tecnico” di una nuova destra per sbarrare la strada alla sinistra . (A proposito. Il prossimo 10 maggio il gup dovrà decidere se rinviare a giudizio e quindi a processo con l’accusa di riciclaggio internazionale di danaro, Fini, la sua compagna e il cognato, che da oltre un anno è latitante all’estero).

Continuando ad occuparci del centrodestra, è indubbio che la Lega ha raggiunto traguardi che fino a poco tempo fa erano impensabili. La Lega, sotto la guida di Matteo Salvini dal 2013, ha cambiato pelle. Da “ Lega Nord” a “ Lega”. Dopo ben 28 anni è sparito il riferimento geografico del marchio elettorale più longevo d’Italia. E’ un partito che ha definitivamente accantonato le aspirazioni secessionistiche della Padania, in favore di più concrete ambizioni di governo nazionale. Dato che in politica sono i numeri che contano e non le chiacchiere: alla Lega sono andati alla Camera 5.691.921 voti (17,37%), al Senato 5.317.019 (17,63%). Sono stati eletti ben 121 deputati e 58 senatori. Nelle elezioni precedenti, quelle del 2013, aveva ottenuto alla Camera 1.390.534 voti (4,09%) , 18 seggi; e al Senato 1.329.555 ( 4,33%) , 17 seggi. Salvini ha avuto il merito, tra l’altro, di dettare l’agenda politica, di essere il primo partito per la comunicazione social e di avere fatto più appuntamenti di piazza. Nei suoi interventi è stato più incisivo e concreto dei suoi alleati. Motivo per cui abituali elettori di Forza Italia e di destra hanno scelto la Lega. Ha utilizzato abilmente la Rete, per non essere secondo ai Cinque Stelle. Non per niente su facebook la pagina ufficiale di Salvini è seguita da oltre due milioni di utenti.

Da parte sua Fratelli d’Italia ha conquistato alla Camera 32 deputati (1.426.564 voti, 4,35%) e al Senato 18 senatori ( 1.286.122, 4,26 %). Ma su 50 parlamentari ben 8 sono romani. Nelle precedenti consultazioni aveva ottenuto solo 9 seggi alla Camera. C’è da notare che la Lega non solo ha sorpassato Forza Italia ma ha distanziato notevolmente Fratelli d’Italia che, pur raddoppiando i propri suffragi, non ha saputo tenere il passo del suo principale alleato. Eppure il programma di governo, approvato dai tre leader di centrodestra solo il 18 gennaio scorso, era lo stesso. Dalle tasse alle pensioni, dall’immigrazione ai rapporti con l’Europa, dal lavoro alla sicurezza. Inoltre era previsto un ripensamento al regionalismo sul modello di Paesi come Stati Uniti, Germania, Svizzera e Austria. Da interrogarsi pertanto come mai si è verificato questo divario.

Giorgia Meloni ha dichiarato che si ritiene ( ma in parte) soddisfatta del risultato. Ha portato Fratelli d’Italia sopra il 4 per cento dei consensi, raddoppiando largamente la percentuale delle politiche del 2013 (1,96 %), si è proposta con coraggio candidata premier, ha scelto d’inserire il proprio nome nel simbolo del partito. Un punto di partenza, quello delle politiche 2018 oppure la constatazione che, considerate le caratteristiche del suo partito, non può sperare a traguardi più ambiti?

Alessandro Giuli, giornalista e saggista, analizzando con obiettività sul Tempo il risultato di Fratelli d’Italia (La scalata di Giorgia, 6 marzo 2018), ha dato atto alla sua leader di avere fatto il possibile per fare volare più in alto possibile il suo movimento, avendo “qualità, doti personali e aspettative politiche decisamente superiori alla tribù che si trova a guidare … E’ lei giovane mamma, volto autentico, battutista, comunicatrice naturale, a sobbarcarsi il novanta per cento dei sacrifici richiesti dall’impresa” anche se “non sarà mai una Marine Le Pen”.

Accanto a lei – continua Giuli – “soltanto Guido Crosetto ( di cui si era sentita la mancanza soprattutto nei dibattiti televisivi ), Fabio Rampelli e Federico Mollicone”. Pochino per salire più in alto. Resta il fatto, il nostro commento, che è la Meloni che sceglie i suoi collaboratori, i soggetti da inviare in Parlamento e disegna la strategia politica del partito, risultando ai più romano centrico e più attento agli interessi individuali e non a quelli generali. A differenza della Lega che è divenuta un partito nazionale e intercetta i consensi di un vasto elettorato di destra, il partito della Meloni è oltremisura sbilanciato sulla capitale. Lo comprova il fatto, come abbiamo accennato, che ben otto parlamentari risiedono, dimorano, vivono, mangiano, si divertono, fanno politica all’ombra del Cupolone. Alcuni di questi- per farli eleggere con matematica certezza- sono stati paracadutati in altre regioni, alla faccia di chi lavora faticosamente e quotidianamente sul proprio territorio. A questo punto converrebbe cambiare la sigla di Fratelli d’Italia in Fratelli di Roma.

 

(L’articolo di Adalberto Baldoni è in uscita sul Borghese).