In Occidente, il liberismo economico ed il liberalismo ideologico, combinato ibrido di destra e sinistra, hanno predicato e praticato la modernità come “liberazione dell’individuo da tutti i vincoli con la società, con la tradizione spirituale, con la famiglia, con l’umanesimo stesso”; liberazione finanche dal gender.
In Russia, invece, sempre secondo Aleksander Dugin, autorevole politologo, il comunismo non è riuscito ad eradicare l’eredità “della tradizione romana, greca, bizantina e la fedeltà allo spirito cristiano antico”.
Ragione di più, se fosse vero, per guardare alla Russia come potenziale nuovo centro di gravitazione per le Nazioni europee, che non vogliano ridursi a meri, anonimi insediamenti demografici, infoltiti dalla crescente immigrazione africana, senza confini, senza sovranità e senza identità: un’immensa riserva di forza lavoro a basso costo e di consumi marginali.
La Russia ha le dimensioni geografiche, le risorse economiche e la forza militare per surrogare gli Stati Uniti in ritirata dall’Europa non tanto per ritorni isolazionistici, quanto per fronteggiare l’aggressiva concorrenza e la minacciosa sfida della Cina, dell’India e dell’Iran nelle aree dell’oceano Pacifico e dell’oceano Indiano.
A prescindere dall’analisi di Dugin, è vero che la Russia ha radici culturali, istituzioni e sentimenti intrinsecamente europei. È la patria di Tolstoj, di Dostoevskij, Puskin, Turgenev, Goncarov, Lermontov; la terra del cristianesimo ortodosso, del patriottismo popolare ed eroico, che ha sconfitto Napoleone e Hitler; lo Stato in cui la politica sovrasta l’economia. Connotati propri della civiltà europea.
Credo che l’Europa continentale trarrebbe grandi vantaggi integrando la Russia, sottraendosi al destino di sottomissione ai grandi sistemi, come la Cina e gli stessi Stati Uniti.