Stiamo assistendo da qualche tempo ad un rigurgito, piuttosto virulento, di antifascismo militante. Fortunatamente, almeno per il momento, solo a parole, anzi a paroloni; non siamo ancora agli eccessi degli anni’70 (che speriamo di non rivedere) ma gli ingredienti di quella malefica ricetta ci sono tutti: comunisti fanatici ed esaltatati, retorica resistenziale da un tanto al chilo, demagogia politica di bassa lega, autorità compiacenti, giornalisti “democratici” falsari e manipolatori.

Gli episodi di intolleranza antifascista, a volte ridicoli a volte preoccupanti, non si contano più e il campionario è oramai piuttosto voluminoso.

Ha iniziato il sindaco di Milano Beppe Sala, sempre più impacciato e sempre più ostaggio di una sinistra milanese estremista e inconcludente, con la gazzarra isterica dei saluti romani il 25 aprile che, con la benevola collaborazione delle autorità preposte – anch’esse piuttosto spaesate o forse solo opportuniste – ha portato all’occupazione militare di un cimitero, alla repressione di una innocua riunione di vecchi reduci, ripetuta per decenni senza problemi, e al divieto, beffardamente aggirato, di una manifestazione non pubblica per commemorare i caduti della RSI.

Così, in un crescendo di retorica e chiacchiere vuote, arriviamo all’escalation di questi ultimi giorni: sindaci di paese (Cassano Magnago e Bubbiano) che istigati dalle zitelle isteriche dell’ANPI tentano di impedire con ridicole ordinanze di dubbia legittimità un raduno di Lealta’ e Azione che un giornalista di Repubblica – non si capisce quanto male informato e quanto in mala fede – si sforza di descrivere come una specie di adunata nazista di Norimberga.

Poi la protesta di Casapound a Palazzo Marino: una decina di militanti srotola uno striscione chiedendo le dimissioni del sindaco (una forma di protesta vista molte volte al Consiglio Comunale per le cause più disparate) e naturalmente apriti cielo: parte il coro delle prefiche antifasciste (sempre guidate dal sindaco Sala, la cui interessata conversione a sinistra esige sempre nuove conferme) contro il vile attentato alle istituzioni democratiche, i giornaloni senza farsi troppe domande fanno da grancassa e le autorità blindano Palazzo Marino. Non per prevenire il pericolo di jihadisti imbottiti di tritolo, ma per impedire proteste irrituali e non gradite spacciate per atti di violenza.

Eppure il video dell’episodio è chiarissimo: i ragazzi di Casapound, preventivamente identificati, tirano fuori il loro striscione, urlano qualche slogan e sgomberano l’aula senza opporre troppa resistenza non appena i vigili presenti li invitano a farlo.

I problemi, casomai, cercano di crearli i due antifascisti che si fiondano infuriati – non si sa a quale titolo – contro i manifestanti: Basilio Rizzo, per la verità il meno agitato, e un energumeno dall’aspetto poco rassicurante che, totalmente fuori controllo, sbraita insulti e minacce accompagnati da gesti eloquenti.

Si tratta di Paolo Limonta, già braccio destro di Giuliano Pisapia e ora consigliere comunale (ripescato) di Sinistra X Milano, uno che per divertirsi si fa fotografare mentre strappa i manifesti di Sergio Ramelli ed il cui estremismo è sempre più che evidente, nonostante questo tizio ami camuffarsi ipocritamente sotto i soliti panni del difensore degli oppressi senza macchia e senza paura.

Secondo il suddetto “i fascisti qua dentro [cioe al consiglio comunale] non possono entrare e non hanno alcun diritto di parola” come ha poi precisato sulla sua pagina Facebook raccogliendo un letamaio di commenti entusiastici, da vecchi classici sempre attuali: “si allagano le strade e qualche topo di fogna salta fuori. Bravo Paolo!” (ne sa qualcosa Ignazio Marino) e “Paolone fateli accompagnare in piazzale Loreto” ad altri più minacciosi come: “Paolo grazie. C’è bisogno di antifascismo militante come qualche decennio fa”; “ci vorrebbe una bella spazzolata come ai vecchi tempi. Altro che chiacchiere!” o “Non mi dire che sono usciti tutti illesi”.

Il peggiore ciarpame dell’antifascismo più becero e violento per il quale la nostalgia di P38, spranghe e chiavi inglesi non passa mai e che, visto il clima, non promette niente di buono.

Ma proseguiamo: dal nostro catalogo non può certo mancare il deputato PD Emanuele Fiano, propugnatore di una bislacca proposta di legge, che proprio in questi giorni sta ingombrando inutilmente il parlamento, diretta a sanzionare penalmente “comportamenti …. come ad esempio può essere il cosiddetto saluto romano che, non essendo volti necessariamente a costituire un’associazione o a perseguire le finalità antidemocratiche proprie del disciolto partito fascista, finiscono per non essere di per sé solo sanzionabili”. Non solo, anche: “…tutta la complessa attività commerciale che ruota intorno alla vendita e al commercio di gadget o, ad esempio, a bottiglie di vino riproducenti immagini, simboli o slogan esplicitamente rievocativi dell’ideologia del regime fascista o nazifascista”.

Saluti romani e bottiglie di vino: questo sarebbe il grave pericolo per la democrazia italiana di cui dovrebbe occuparsi secondo Fiano il Parlamento a fine legislatura, come se non avesse altro da fare.

La trance antifascista non permette, evidentemente, a Emanuele Fiano (come all’ANPI e ad una buona parte di tromboni della sinistra) di rendersi conto che la portata dell’articolo 21 della Costituzione è assoluta e che il diritto di opinione in una vera democrazia può essere limitato solo in casi eccezionali, solo entro confini ben circoscritti e solo per rilevanti e concrete ragioni di carattere generale, come stabilito chiaramente dalla già discutibile legge Scelba e dall’interpretazione che ne hanno dato negli anni la Corte Costituzionale e la Cassazione.

Ben difficilmente una bottiglia di vino o un saluto romano, per quanto riescano ad infastidire Fiano e compagni vari, potrebbero giustificare una deroga indiscriminata all’art. 21.

Nemmeno i vertici dell’intellighenzia radical chic da salotto disdegnano la partecipazione a questa hit parade del ridicolo: ecco infatti che anche Michele Serra, principe dei commentatori di sinistra moralmente superiori e politicamente corretti, irrompe in classifica non resistendo alla tentazione di dire (malamente) la sua.

“C’è un neonazista eletto in Consiglio comunale a Monza. Tanto per la chiarezza: fa parte della maggioranza vittoriosa, quella che appoggia il sindaco di centrodestra” ha scritto l’esimio commentatore democratico il 1^ luglio su Repubblica.

Il “neonazista” sarebbe Andrea Arbizzoni, capolista a Monza non del NSDAP di Adolf Hitler ma di Fratelli d’Italia (fossi Arbizzoni querelerei sia Serra che il suo suggeritore), già assessore in quota AN/PDL in giunte precedenti (senza che nessuno – Repubblica compresa – abbia mai avuto da ridire), democraticamente votato dai militanti di Lealtà e Azione del capoluogo brianzolo, cioè cittadini come tutti gli altri che godono pienamente dei diritti civili e sono quindi liberi di votare (almeno per il momento in attesa che Emanuele Fiano con un’apposita legge glielo vieti) per chi gli pare.

Tutto nasce dall’ennesimo articolo, come sempre allarmistico e fantasioso, del cronista di Repubblica Paolo Berizzi, che da mesi cucina pastoni disinformati, confusi ed angoscianti sul mondo della destra milanese e lombarda valendosi, oltre che dell’immaginazione, di fonti più che discutibili come il sedicente “Osservatorio democratico sulle nuove destre”, in realtà la semplice pagina Internet di Saverio Ferrari, negli anni 70 tra i capi di Avanguardia Operaia, condannato con sentenza definitiva a 3 anni e due mesi per gravi reati di violenza politica (l’assalto al bar di Largo Porto di Classe a Milano nel 1976) e, nel 2011, anche dal Tribunale di Milano per diffamazione proprio per avere diffuso sulla pagina informazioni false e calunniose oltretutto nei confronti di un morto.

Deciso a dare il suo contributo al dotto dibattito sulla caccia alla streghe nere, Michele Serra si chiede se “il reato di apologia del fascismo non sia una di quelle insegne che è meglio riverniciare oppure riporre nel retrobottega: così com’è, è esposta al dileggio dei passanti e agli sputi dei camerati”.

Ovviamente anche al raffinato intellettuale radical chic, che non manca di stigmatizzare “le fronde ospitali del vecchio radicato neofascismo parlamentare (dal Msi a Fratelli d’Italia)”, sfuggono totalmente il senso, lo scopo e i limiti delle disposizioni di legge in tema di apologia, che si occupano di un tema delicatissimo come la possibile limitazione di un diritto civile fondamentale e non certo di tutelare la faziosità di certi militanti politici o di certi intellettuali impegnati e la loro avversione nei confronti di manifestazioni del pensiero che non condividono o detestano.

Solo una narrazione superficiale, falsa e ridicola può far credere che in un paese civile la legge tuteli a piacimento l’intolleranza settaria limitando il diritto di opinione e di espressione degli avversari politici.

La rassegna, che si arricchirà sicuramente di nuovi mirabolanti episodi, potrebbe continuare ad esempio con quei bravi sindaci che perdono tempo a revocare cittadinanze onorarie concesse al Cavalier Benito 90 anni fa (72 dei quali in democrazia) o con il comico scoop (sempre opera di un infaticabile Berizzi, stavolta in trasferta estiva) della spiaggia “fascista” di Chioggia.

E’ invece il momento di chiedersi cosa ci sia realmente dietro questa improvvisa ed esagerata recrudescenza di isteria antifascista.

Ovviamente non di tratta solo di fanatismo e folklore politico alimentati da qualche nostalgico manovale dell’antifascismo militante, dalle perpetue dell’ANPI ansiose di giustificare la propria esistenza o da inutili paturnie di intellettuali da salotto dotati di superiorità morale.

Le vere ragioni sono in realtà politiche e quello che sta andando in scena è solo il primo atto di un vecchio, becero copione trito e ritrito.

Basta guardarsi intorno: una sinistra in crisi e da anni allo sbando (culturale e anche morale) dopo avere abbandonato i temi sociali in favore della difesa di interessi particolari, da quelli dell’immigrazione (e del suo malaffare) a quelli delle oligarchie economiche e degli apparati burocratici e clientelari; il PD diviso e impotente legato mani e piedi al fallimento del renzismo, per parte sua sempre più inconcludente e lontano dalla realtà; un governo mediocre e incapace che galleggia a malapena, incapace di risolvere i veri problemi del paese, dall’immigrazione alla disoccupazione, dalla ripresa economica ai guai del sistema bancario passando per la crescita dell’economia.

Per di più con il gruppo di potere renziano che si ritrova pesantemente coinvolto in faccende molto poco chiare e molto poco edificanti, da Banca Etruria a Consip.

C’è n’e abbastanza per giustificare il ritorno del vecchio classico, buono per tutte le stagioni, del pericolo fascista, dello spauracchio che mina le fondamenta dell’ordine costituito contro il quale tutti i “democratici” devono unirsi, lasciando da parte quelle sciocchezze della disoccupazione o della crisi economica.

Niente di meglio che vecchie e inutili parole d’ordine condite di insulsa retorica fuori dal tempo per tentare di riunire i clan della tribù cattocomunista, divisa da odi profondi e rivalità insanabili.

E, ovviamente, distogliere l’attenzione dalle malefatte di un governicchio incompetente ed impotente.

La nuova puntata di una vecchia e oramai poco credibile sceneggiata, che ha solo il compito di sviare l’attenzione delle persone dai veri responsabili e deviare la rabbia popolare verso un nemico pubblico creato all’uopo e facilmente identificabile.

Il risultato delle recenti elezioni comunali, la vicinanza di quelle politiche, l’avvitamento della sinistra nelle sue contraddizioni, la sua lontananza dalla realtà sociale e il fallimento inevitabile della sua politica non potranno fare altro che alimentare il fenomeno, favorire la costruzione artificiale del babau nero in arrivo da destra con il solito contorno di provocazioni, strani complotti, improbabili trame nere.

Il tutto amplificato da zelanti giornaloni a disposizione, da una Rai totalmente occupata dal sistema di potere renzista, da autorità compiacenti e da utili idioti in ordine sparso.

Come si diceva una volta… trama nera trama nera, solo con te si fa carriera…