Il mondo ricorda uno dei più grandi pontefici della storia moderna nel centenario della sua nascita. Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, nasceva 18 maggio 1920  in Polonia, a Wadowice. Eletto Papa il 16 ottobre 1978. Dopo una giovinezza di sofferenze e sacrifici, di lavoro (in una cava di pietre) e di privazioni dovute alla guerra, “scopre” la sua vocazione e viene ordinato sacerdote nel 1946 dopo aver studiato nel seminario di Cracovia. A Roma consegue un dottorato in teologia, nel 1948 torna in Patria e dieci anni dopo, Papa Pio XII lo consacra vescovo Ausiliare di Cracovia, poi Paolo VI lo eleva ad arcivescovo nel 1964, lo nomina cardinale nel 1967.

Inaugura il suo pontificato con queste parole , che lo segneranno per ventisette anni: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa!”.  La morte arriva dopo sofferenze inenarrabili il 2 aprile 2005. “Santo subito” fu il grido che si levò in tutto il mondo. Dopo nove anni, il 27 aprile 2014, Papa Francesco lo proclama santo insieme con Giovanni XXIII.

Wojtyla ha attraversato il suo tempo, caratterizzato anche da un attentato che per un miracolo non lo uccise, avendo ben presente l’inequivocabile tendenza alla scristianizzazione alla quale  si è opposto con tutte le armi che aveva a disposizione. Giovanni Paolo II si trovò a dover fronteggiare una crisi che avrebbe demolito le fondamenta stesse della Chiesa se al processo di distruzione non si fosse opposto energicamente.

Giovanni Paolo II cominciò dall’America Centrale la sua predicazione. Uno dei primi viaggi lo fece in Messico, a Puebla, dove, in occasione del Congresso eucaristico, pronunciò uno dei discorsi più forti del suo esordio pastorale mettendo in guardia la Cristianità dai pericoli incombenti.

L’unità della Chiesa, il ristabilimento della verità, la riproposta della Tradizione che a molti, nelle stesse istituzioni ecclesiastiche fece storcere in naso, sono stati i fondamenti del magistero di Papa Wojtyla, consapevole che le divisioni avrebbero fatto naufragare la fede ed avrebbero aperto le porte  alla speranza.

La lezione “politica” di  Wojtyla ha radici profonde. Il suo pontificato non si comprende se non partendo da essa, complessa nella struttura e dinamica perché calata nella realtà dei popoli, delle nazioni e del governo del mondo.

L’anticomunismo di Giovanni Paolo II non è stato soltanto dottrinario, ma pratico: oltre che rivolto alla liberazione dell’universo concentrazionario, ha avuto lo scopo di difendere la Chiesa da uno dei suoi nemici più implacabili, il materialismo pratico dominante nelle società opulente.

Con la sua prima enciclica, la Redemptor Hominis, il Pontefice esaminava la decadenza e ne indicava il superamento nella riscoperta del primato della persona messa in discussione dal dominio totalizzante della tecnica. In questa enciclica la polemica contro il materialismo pratico ed il relativismo etico era esplicita e suscitò importanti discussioni dentro e fuori la Chiesa. Ravvisando nei due fattori i segni evidenti della decadenza e del nichilismo, il Papa sosteneva che soltanto il ritorno al diritto naturale e, dunque, alla legge di Dio avrebbe potuto sottrarre l’uomo al destino di diventare un automa, rotella di un ingranaggio infernale nel quale avrebbe smarrito con la sua coscienza anche la sua stessa libertà.

Encicliche come la Laborem exercens, la Sollicitiudo rei socialis e soprattutto come la Centesimus annus  sono le “chiavi” che permettono la penetrazione più immediata del pensiero di Giovanni Paolo II sui mali della nostra epoca. In particolare l’ultima delle tre encicliche citate, redatta per celebrare il centenario della Rerum novarum di Leone XIII,  si opponeva all’errata concezione della natura della persona scaturita dall’ateismo, “strettamente connesso con il razionalismo illuministico che concepisce la realtà umana e sociale in modo meccanicistico”.

Mentre criticava lo statalismo, Papa Wojtyla in questo testo censurava anche uno dei modelli affermatisi dopo la seconda guerra mondiale, vale a dire la società consumistica. “Essa – sottolineava – tende a sconfiggere il marxismo sul terreno di un puro materialismo, mostrando come una società di libero mercato possa conseguire un soddisfacimento più pieno dei bisogni materiali umani di quello assicurato dal comunismo, ed escludendo egualmente i valori spirituali”.

Se è vero che questo modello sociale mostrava il fallimento del comunismo, aggiungeva il Papa, è altrettanto vero che negando autonoma esistenza e valore alla morale, al diritto, alla cultura ed alla religione, convergeva di fatto con il marxismo “nel ridurre totalmente l’uomo alla sfera dell’economico e del soddisfacimento dei bisogni materiali”. Insomma, la dottrina sociale della Chiesa “riconosce la positività del mercato e dell’impresa, ma indica nello stesso tempo, la necessità che questi siano orientati verso il bene comune. Inoltre essa “riconosce anche la legittimità degli sforzi dei lavoratori per conseguire il pieno rispetto della loro dignità e spazi maggiori di partecipazione nella vita dell’azienda, di modo che, pur lavorando insieme con altri e sotto la direzione di altri, possano, in un certo senso, ‘lavorare in proprio’  esercitando la loro intelligenza e libertà”.

Con queste espressioni forti e suggestive il Papa rinvigoriva la sua polemica contro il materialismo pratico lanciata nelle precedenti encicliche fino a chiamare sul banco degli imputati i sistemi politici che generano disfunzioni sociali ed allontanano dalla sfera pubblica i cittadini. Un messaggio chiaro contenente il rifiuto sempre opposto di assecondare lo “scontro di civiltà” cui opponeva la ricerca delle condizioni per costruire ponti tra religioni e culture; è questo, forse, il lasciato più significativo del grande Pontefice che ha interpretato meglio di qualunque filosofo, politico o morfologo della storia le distorsioni della modernità ed ha indicato la via sulla quale procedere per superare l’orizzonte nichilista, come testimonia, con un’efficacia straordinaria, il suo testamento spirituale, Memoria e identità,  pubblicato due mesi prima della morte, nel quale  si applica alla ridefinizione di concetti-chiave della politica infirmati da ideologie e pratiche  di potere che li hanno utilizzati distorcendoli: Patria, Nazione, Stato, Europa, Democrazia.  Un insegnamento straordinariamente attuale.

 

Fonte Il Dubbio