Non è stata fatta un’analisi approfondita sulla personalità dei sindaci del centrodestra eletti alle elezioni di ballottaggio, in particolare per le loro appartenenze politiche. Se si prendono in esame le quindici principali città in cui hanno prevalso, noteremo che le appartenenze politiche sono chiare e manifestate per la Lega e Fratelli d’Italia. Alla Lega appartengono i sindaci di Alessandria e di Lodi; a Fratelli d’Italia i sindaci dell’Aquila e di Pistoia.

A Forza Italia appartengono, dichiaratamente, i sindaci di Catanzaro, Gorizia, Monza. Vi sono poi i casi di Cicchetti, sindaco di Rieti, e Sboarina, sindaco di Verona, i quali – al di là del loro attuale inserimento partitico – provengono entrambi da Alleanza Nazionale, di cui certamente non hanno dimenticato i principi nazionali e sociali.

Ma gli altri sei sindaci di Asti, Como, Genova, La Spezia, Piacenza, Oristano sono degli indipendenti: avvocati, funzionari pubblici, amministratori di casse di risparmio o di camere di commercio, addirittura sindacalisti come Peracchini di La Spezia ed hanno partecipato alle elezioni con liste personali o civiche. Tutti certamente si considerano appartenenti al centro-destra, ma nel suo insieme e non ad un singolo partito.

Cosa dobbiamo dedurre da questa analisi? Che gli elettori cosiddetti di centro-destra (bisognerebbe poi stabilire quanto c’è di “centro” in questa dizione) gradiscono l’unità anziché la divisione in partiti, e comunque che i partiti più “militanti”, come la Lega e Fratelli d’Italia, riescono a far eleggere sindaci appartenenti apertamente al loro movimento.

Fra l’altro, l’analisi andrebbe approfondita – ma è più complessa – sui consiglieri eletti, dei quali la maggioranza aderisce ai gruppi ufficiali della Lega Nord e di Fratelli d’Italia, mentre sono pochi quelli iscritti al gruppo di Forza Italia, preferendo i gruppi con denominazioni locali o personale del sindaco.

Ciò comporta la conseguenza che la teoria, ripetuta anche dopo le elezioni da Berlusconi, di una legge elettorale del tutto proporzionale senza un collegamento di coalizione, è sbagliata perché non rispondente alla volontà degli elettori dello schieramento di centro-destra. Ed è anche sbagliato, come giustamente ha messo in rilievo Giorgia Meloni, l’affermazione di Berlusconi che gli elettori hanno scelto un “profilo liberale e moderato sul modello del centro-destra europeo”, ossia il PPE. Il fatto che a trainare la vittoria alle elezioni amministrative siano stati due partiti molto impegnati sulle questioni dell’immigrazione, dello ius soli, della critica alla politica europea, dello scandalo della CONSIP, dell’abolizione delle sanzioni alla Russia, del sostegno alla Siria di Assad, ed altro ancora, indica chiaramente che non è proprio la linea “liberale e moderata” che sta prevalendo. E questo non bisogna dimenticarlo nelle future battaglie politiche.