Un intero popolo alla mercé di una sparuta minoranza di furbi, oppure un universo di menti scaltre votate all’eterna disputa del “tutti contro tutti”? L’annoso dilemma su etica, morale e civismo del popolo italiano si perpetua indisturbata nei nostri giorni, intricata e contorta come sempre e irrisolta più che mai.

Un dilemma che rimbalza e si diffonde ogni giorno su carta stampata e TV nazionali, in un diluvio di inchieste giudiziarie, scandali più o meno vorticosi e una rabbia che da troppo tempo lascia spazio alla rassegnazione, tra “furbetti del cartellino” e veri e propri artisti della delinquenza, malfattori senza onore e spudorati di ogni risma. Una questione che investe tutti e non risparmia nessuno, e che trascina nel gorgo della cronaca persino gli integralisti del moralismo duro e puro a Cinque Stelle fino a invischiare nel pantano del sospetto e del dubbio i Renzi padre e figlio, pesantemente segnati nella scalata al potere dai miasmi dello scandalo Consip.
Una questione, quella della moralità del popolo italiano, che ha visto nel tempo cimentarsi statisti e intellettuali, filosofi e studiosi, uomini di cultura e pensatori ai massimi livelli. Dal Massimo d’Azeglio che attestava a malincuore che «S’è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani» al Benito Mussolini franco e solenne nell’affermare che «Governare gli italiani non è difficile, è inutile», sono in tanti tra uomini di Stato ed esponenti della politica che hanno mostrato sconforto se non addirittura resa per l’assenza di senso civico e di spirito appartenenza della stragrande maggioranza del popolo italiano.
A definire gli italiani ci hanno provato in tanti, con esiti più o meno avvilenti. Ci ha provato Ennio Flaiano, autore della celeberrima frase: «Gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore», puntuale fustigatore sin dagli anni ’50 di un «popolo di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti, di cognati…». Di certo ci ha visto giusto il giornalista e intellettuale Roberto Gervaso nel suo “Il grillo parlante” del 1983 nell’affermare che «Nessuno, meglio dell’italiano, sa conciliare l’individualismo col conformismo», sino a concludere in modo amaro che «L’italiano, le leggi, le subisce, non le rispetta». Forse il più spietato è stato l’Umberto Eco de “Il cimitero di Praga”, inflessibile nel rilevare che «L’italiano è infido, bugiardo, vile, traditore, si trova più a suo agio col pugnale che con la spada, meglio col veleno che col farmaco, viscido nella trattativa, coerente solo nel cambiar bandiera a ogni vento». Non meno duro è stato Indro Montanelli, feroce fustigatore dei vizi italici e inclemente nel ragionare sul fatto che «Gli italiani non si dividono in furbi e in fessi, sono nello stesso tempo tutti furbi e fessi». Di certo chi si è avvicinato più di tutti alla verità è stato Giuseppe Prezzolini, il grande giornalista e scrittore italiano che vergò quasi un secolo fa (era il 1921) il celebre aforisma sui cittadini italiani che «si dividono in due categorie: i furbi e i fessi», frase che lo ha consegnato alla storia con le stimmate di un oracolo o di un profeta.
In realtà, ridurre un popolo variopinto, multiforme e a dir poco inestricabile come quello italiano a una banda chiassosa e irredimibile di furbi è il vero sport nazionale degli stessi italiani: uno sport che, grazie a formula logica lontana dalla verità e votata alla faciloneria spicciola, consente di dare una facile spiegazione buona per tutte le magagne dell’Italia. Una spiegazione che vuole l’Italia in balia di una maggioranza di poco di buono: una maggioranza di cui, guarda caso, chi stigmatizza non fa mai parte. Un argomento dialettico, questo, che fa a pugni con una realtà quotidiana fatta per la gran parte di gente perbene, onesta e che lavora, anzi fatica. La gente che costituisce la spina dorsale di questo Paese e che non fa notizia, ma di cui qualcuno prima o poi dovrà farsi carico dandole una degna rappresentanza. Un’Italia che non si vuole arrendere al coro perverso di chi pensa che gli italiani “tanto sono fatti così, non cambieranno mai”. Un’Italia che non ha nulla da farsi perdonare.