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Aprire tutti i (tele)giornali odierni significa leggere della clamorosa sconfitta di Orbàn: appena il 43% di affluenza alle urne per il referendum da lui indetto (“un terzo degli elettori”, addirittura, secondo l’inclito e aritmeticamente creativo Pio D’Emilia) contro le quote dei migranti imposte dalla UE significa che il referendum non diventerà automaticamente legge, malgrado il 98% dei consensi. Niente di fatto quindi? No: anche se sotto il quorum è comunque un valevole indirizzo politico.

Come era successo con il referendum del 2003, quello per chiedere agli ungheresi se volevano entrare nell’Unione Europea: votò il 45% degli aventi diritto e vinse il sì 84 a 16. Allora si celebrò la democrazia e invocò la svolta storica. Europeisti dunque dai due pesi e due misure: bene il referendum sottoquorum per entrare, male il referendum sottoquorum per criticare le politiche migratorie comunitarie.

Ma pochi fanno questo immediato paragone. Eppure basterebbe informarsi, ricordarsi il minimo di storia (recente, nemmeno antica) per sapere fare dei paragoni corretti. Consocenze che non si possono pretendere dai comuni cittadini, ma che almeno i giornalisti di professione dovrebbero se non sapere almeno recuperare. Eppure. Eppure non è il primo caso in cui la stampa istituzionale, e non solo italiana, prende posizione in maniera netta – libera di farlo – pretendendo però si tratti di informazione, non di un editoriale. Si legga dell’ascesa di Trump negli USA o della Brexit nel Regno Unito, affrontate in maniera a dir poco parziale da quasi tutti gli organi di stampa.

Ancora più clamoroso è il caso siriano: pochi anni fa tutti i media tradizionali ci raccontavano degli eroici ribelli pro-democrazia e anti-Assad. E dire che già allora esistevano giornalisti professionisti e indipendenti – non blogger improvvisati – che si erano preoccupati di andare davvero sul territorio a vedere cosa succedeva, raccontando di una situazione estremamente più problematica. Ma per i media istituzionali, si trattava “solo” di una ulteriore “primavera araba” (a sua volta un concetto estremamente semplicistico): si scelse di ignorare la complessità della situazione siriana finché non divenne impossibile negare l’evidenza, in buona parte anche per l’intervento rocambolesco della Russia neo-zarista di Putin.

Altri esempi si potrebbero fare, ma la morale è semplice: accanto a una politica internazionale che – più o meno esplicitamente – agisce negli interessi di potentati e lobby sovranazionali, similmente agisce buona parte della stampa istituzionale. Quello di cui oggi si sente fortemente la necessità è quindi una controinformazione che non scada nel complottismo da blog. Il mezzo esiste già: internet. Libero, veloce, verificabile (se si ha minimo spirito critico), gratuito.

Quello che occorre è la volontà e, specialmente, la preparazione culturale. Su questo la destra italiana post-diaspora ha un bagaglio e una consapevolezza storica importanti. Può essere questa missione un punto qualificante e (ri)aggregante? Se si vuole cominciare a parlare di cose serie, questo potrebbe essere un primo, concreto obiettivo dal quale far ripartire il viaggio confuso della destra culturale, e politica, italiana.