Bruxelles, 26 maggio. All’apparire dei primi risultati elettorali i commentatori televisivi e i loro ospiti iniziano a balbettare. Incespicano e traballano. Urlano e si disperano. Uno spettacolo imperdibile.
Per quanto prevista l’avanzata del Vlaams Belang (Interesse Fiammingo) è poderosa, netta, inconfutabile. Sugli schermi rimbalzano i numeri della vittoria nazionalista: nelle Fiandre dal 9 per cento ottenuto nel 2014 il partito balza al 18,65 (più 8,28) ottenendo tre eurodeputati (1 nel ’14), 18 deputati federali (da 3) e 23 deputati (da 6) nel parlamento fiammingo. Il partito del 32enne Tom Van Grieken diventa la seconda forza politica della porzione più popolosa e ricca del regno e tallona da vicino gli ammaccati conservatori di Nieuw-Vlaamse Alliantie arretrati di sette punti percentuali e arenati sul 25 per cento nelle Fiandre e il 16 a livello federale.

Tom Van Grieken, leader del Vlaams Belang


Un successo pieno che ha le sue radici nella lunga e tormentata vicenda del movimento nazionalista. Una storia decisamente interessante. Tutto ebbe inizio nel 1830 all’indomani della creazione del Belgio, una realtà artificiale che riuniva Fiandre e Vallonia, già province meridionali dei Paesi Bassi. L’operazione — voluta da Londra e Parigi e affidata a Leopoldo di Sassonia-Coburgo, zio del principe Alberto consorte della regina Vittoria — mirava a costituire uno “stato cuscinetto” nello scacchiere nord europeo, economicamente legato alla Gran Bretagna ma con forme istituzionali e culturali francesi. Una costruzione fragile che privilegiava scandalosamente la Vallonia francofona e industriale a discapito delle Fiandre nederlandesi e agricole.
La reazione alla francesizzazione forzata (e alla subalternità politica ed economica) si sviluppò inizialmente negli ambienti artisti e culturali e dai movimenti giovanili (per lo più cattolici) e assunse presto una dimensione importante costringendo a fine Ottocento la classe dirigente liberale e centralista ad alcune, timide concessioni. Lo scoppio della prima guerra mondiale e l’invasione tedesca segnarono lo spartiacque definitivo. Mentre una minoranza di nazionalisti (“gli attivisti”) collaborarono con il kaiser, all’interno della piccola armata belga schierata sul fiume Yser e prevalentemente composta da fiamminghi prese forma una specie di sindacato militare che da posizioni lealiste (almeno verso il Re Alberto I, senza dubbio il sovrano più amato della dinastia…) contestava apertamente le gerarchie militari use a comandare le truppe soltanto in francese. Il motto dei soldati — inciso sulle lapidi e poi nel dopoguerra riprodotto su due grandi torri erette a Dixsmuide — divenne “AVV-VVK” (Allen voor Vlaanderen – Vlaanderen voor Kristus; Solo per le Fiandre – Le Fiandre per Cristo).


Con la pace, forti del tributo del sangue versato, i reduci s’organizzarono nel Frontpartij e nel 1932 lo Stato belga fu costretto a concedere un parziale bilinguismo. Un primo successo ma ancora insufficiente. La battaglia linguistica presto s’intrecciò con la critica radicale al modello liberale e al marxismo e il movimento si orientò decisamente verso posizioni filo-fasciste. Mentre in Vallonia cresceva il Rex di Leon Degrelle, nelle Fiandre presero forma il VNV (Unione Nazionale Fiamminga) e il Verdinaso guidato da Joris Van Severen. Personaggio di grande spessore, teorico originale e insofferente del minimalismo della politica locale, Van Severen tratteggiò nuovi orizzonti immaginando un impero pan-neerlandese (una sorta di Benelux più le colonie belghe e olandesi e la nazione boera) imperniato su solidarismo e corporativismo. Idee che affascinarono larga parte della gioventù fiamminga prima che il secondo conflitto mondiale spazzasse ogni illusione. Nel maggio del 1940 Van Severen, sebbene distante da ogni ipotesi hitleriana, venne fucilato come spia dai francesi in ritirata. Una perdita grave. Negli anni dell’occupazione fatalmente gran parte della galassia nazionalista scelse la collaborazione con la Germania: una scelta pesantissima che determinò nel 1945 una feroce repressione culminata con 240 condanne a morte. Un vero e proprio regolamento di conti.


Lo Stato belga si convinse d’aver azzerato per sempre il movimento, ma già nel 1949 nasceva un nuovo partito, il Vlaamse Concentratie, trasformatosi poi nella Volksunie e successivamente nella Nieuw-Vlaamse Alliantie. Da subito accanto al partito ufficiale (e molto conservatore) si formarono circoli politico-culturali — Were Di e Voorpost — che riattualizzarono il pensiero di Van Severen e rilanciarono la battaglia linguistica. La querelle riprese con vigore supportata dall’impetuoso decollo economico delle Fiandre e la parallela recessione, con la chiusura di fabbriche e miniere, della Vallonia.

Dal 1993 il Belgio è una federazione ma i problemi di fondo, aggravati dalla massiccia immigrazione extraeuropea, permangono. Anzi, come dimostrano i recenti attentati jihadisti, si aggravano sempre più.
Mentre la parte francofona e la stessa città di Bruxelles, dominate da una insopportabile sinistra globalista, sono sempre più simili ad un “Belgistan” fuori controllo, le Fiandre mantengono (con molte difficoltà, viste le leggi federali…) la propria identità. Sino a quando?


È la domanda che si pongono, viste le incertezze e i continui cedimenti della Nieuw-Vlaamse Alliantie, per decenni forza maggioritaria, sempre più elettori, principalmente giovani. E sono proprio gli under-30 ad aver votato in massa il Vlaams Belang. Il partito — gemmazione dei gruppi radicali confluiti nel Vlaams Block sciolto nel 2004 — ha ridimensionato (non dimenticato…) i messaggi secessionisti e anti immigrazione per puntare massicciamente sui social rimbalzando con abilità parole d’ordine chiare anche e soprattutto in campo sociale: lavoro, disoccupazione, pensioni, tasse, salute. Visti i risultati una scelta pagante che ha sconvolto gli schemi degli avversari che da settimane cercano di arroventare il dibattito politico e culturale. Con ogni mezzo.


Su “Le Soir”, il principale quotidiano francofono è addirittura uscito un appello per stendere attorno al Vlaams Belang «non solo un cordone sanitario politico, ma anche un cordone mediatico: giornalisti e media debbono proteggere i valori democratici e i diritti dell’uomo. Dopo anni di politiche di tolleranza (?) Verso i fascisti e i razzisti, dobbiamo ribadire nuovamente “no pasaràn!». Due passi (e forse più..) nel delirio belga.