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Rompendo una tradizione diplomatica di quasi 40 anni, Donald Trump, neo-presidente eletto Usa, ha avuto una conversazione telefonica diretta con la sua omologa taiwanese, la signora Tsai Ing-wen. Il fatto è assolutamente inusuale perché dal 1979 gli Stati Uniti riconoscono la Repubblica popolare cinese e, almeno ufficialmente, non hanno relazioni diplomatiche con Taiwan.

Il gesto irrita Pechino perché sembra mettere in crisi la politica della “unica Cina”, con cui la Cina popolare obbliga coloro che la riconoscono a rompere le relazioni con “l’isola ribelle”, come viene definita Taiwan dal gigantesco vicino.

Wang Yi, ministro cinese degli esteri, ha subito buttato acqua sul fuoco, dichiarando che la telefonata è stata “un piccolo trucco” di Taiwan. La politica “dell’unica Cina”, ha aggiunto, è “la pietra angolare” delle relazioni fra Cina e Stati Uniti.

La telefonata è avvenuta ieri sera verso le 11 (ora di Taiwan). Secondo l’ufficio della presidenza di Taipei, la conversazione ha affrontato “gli stretti rapporti economici, politici e di sicurezza fra Taiwan e gli Stati Uniti”. L’ufficio di Trump ha confermato la discussione sugli stessi temi, esprimendo le congratulazioni per l’elezione di Tsai a presidente di Taiwan.

Davanti allo stupore diffuso dai media, il neo-presidente ha diramato un tweet in cui dice: “È interessante che gli Usa vendano a Taiwan miliardi di equipaggiamenti militari, ma io non dovrei accettare una telefonata di congratulazioni”.

Subito dopo la telefonata, Ned Price, portavoce del Consiglio nazionale di sicurezza ha voluto tranquillizzare l’opinione pubblica mondiale dichiarando che “il nostro fondamentale interesse è un pacifico e stabile rapporto fra i due lati dello Stretto [fra Taiwan e la Cina]”; gli Usa rimangono “fermamente impegnati nella politica dell’unica Cina”.

Il gesto inusuale di Trump dimostra ancora una volta la sua insofferenza verso una diplomazia convenzionale. Finora Washington si è mantenuta nel riconoscimento diplomatico di Pechino, non avendo rapporti diplomatici con Taiwan, ma garantendo ad essa la protezione militare necessaria in caso di attacco da parte della Cina.

Pechino, che dal 1949 – dalla fuga di Chiang Kai-shek a Taipei – considera Taiwan una “provincia ribelle” – ha schierato sulle coste cinesi centinaia di missili pronti a colpire l’isola in caso essa si dichiari indipendente. Dopo decenni di tensione, negli scorsi anni, grazie alla politica distensiva del presidente taiwanese Ma Ying-jeou, i due lati dello Stretto hanno collaborato nel campo della comunicazione, del business, del turismo. Nel gennaio scorso le elezioni presidenziali a Taiwan sono state vinte da Tsai Ing-wen, del Partito democratico del progresso, i cui membri sono più propensi verso l’indipendenza o almeno verso la non riunificazione. Per questo Pechino ha congelato molti rapporti economici e di comunicazione.

Quando gli Stati Uniti hanno riconosciuto la Cina, rompendo i rapporti diplomatici con Taiwan, si sono impegnati anche per la riunificazione delle due entità, ma in modo pacifico.

Non è ancora chiaro se questa telefonata è segno del cambiamento di politica Usa verso la Cina. Durante la campagna elettorale Trump ha spesso criticato Pechino accusandola di distruggere l’industria americana e di essere un “manipolatore di valuta” facilitando le sue esportazioni.

Analisti pensano che il gesto sia una specie di ricatto verso Pechino per ricevere concessioni economiche, tenendo conto che la Cina è il Paese straniero a possedere una larga fetta del debito estero Usa: circa il 10%, con 1240 miliardi di dollari.

 

fonte: Asia News