Sette dicembre 2013. Le agenzie annunciano che «Matteo Salvini è stato eletto segretario federale della Lega con l’82% dei voti, mentre Umberto Bossi si è aggiudicato il 18% dei voti. Lo ha annunciato in conferenza stampa il responsabile organizzativo federale Roberto Calderoli, che ha spiegato che l’affluenza è stata pari al 60%, ovvero 10.221 militanti. Per Salvini hanno votato 8.162 iscritti; per Bossi 1.833». Un’altra figurina dell’album della Seconda repubblica si evapora. Sparisce. Nel nulla. Dopo Prodi, Bertinotti, Mastella, Di Pietro, Fini ora tocca a Bossi. Solo Berlusconi, per quanto acciaccato e ferito, è ancora in piedi.

Bossi, l’uomo che voleva spaccare l’Italia, il capo dei fucilieri bergamaschi, l’arcigno vate del “dio Po”, il callido regista dei “giochi” romani, l’inutile padre di un inutile federalismo, dal sette dicembre 2013 non conta più nulla. Accanto al profeta del “celodurismo”, nel cupo tinello di Gemonio, sono rimasti solo i rapaci familiari e i lombrosiani Belsito e Rosy Mauro. Ciò che rimane della Lega Nord — Maroni, Zaia, l’imbarazzante Cota, qualche deputato, il manipolo degli amministratori locali e un gruppo di fedelissimi: poca roba, invero —, ha prontamente consegnato l’Umberto alla vergogna dei rimborsi elettorali, alle lauree albanesi, ai diamanti africani e altre facezie. Dal sette di dicembre tutto ciò è soltanto un problema del “senatur”.

Ovviamente i notabili verdi giurano che nulla sapevano degli intrighi del “cerchio magico” — l’imbarazzante gruppo di donnette e piccoli truffatori che influenzavano il “Capo” malato —, delle strambe attività del tesoriere calabro, delle stravaganze dei giovani Bossi, dello strano silenzio dei controllori interni. E, ovviamente, nessuno nulla sapeva dei 40 milioni di euro svaniti, secondo i giudici, nelle galassie padane.

Una storia è finita. Male. Alla vigilia della votazione gli antichi amici di Pontida avevano proposto all’Umberto un’uscita dolce.  Indolore. Ma lui, vecchio testone, ha voluto sfidare i suoi ex fedeli e si è rimesso in gioco incurante dei lazzi, delle insinuazioni, delle denunce. Perché? Forse per tigna, deriva senile, influenze nefaste. Può darsi, l’uomo non è mai stato equilibrato e, ora, l’età e la malattia lo hanno reso imprevedibile e ingestibile. Quindi, addio Umberto noi dobbiamo salvarci. In politica (anche quella padana) non vi è pietà. La Lega non è più un partito ma uno psicodramma collettivo.

Ma, per capire l’ultimo spettacolo del Bossi, le categorie della psichiatria sono insufficienti. Alcuni dirigenti “maroniani” sono convinti che d’aver sventato di misura con la trombatura, umiliante e secca, dell’Umberto, un’operazione complessa che mirava alla scissione della Lega in un ottica filo berlusconiana. In pratica, il “senatur” mirava a recuperare lo “zoccolo duro” per spaccare il partito e costruirsi un nuovo giocattolo personale con cui ricomporre l’alleanza con Silvio. Un’illusione. A parte qualche segmento di matti — quelli che indossavano elmi con le corna e si bagnavano solo con l’acqua del Po — la Lega, o ciò che ne rimane, è ormai “altro” da Bossi.  

Abbandonato l’uomo di Gemonio al suo non felice destino, rimane un problema, il problema. Che fare? Maroni e i suoi sanno che il giocattolo è rotto, irrimediabilmente. L’unica possibilità per sopravvivere è dimenticare velocemente le fregnacce separatiste, prendere le distanze dal berlusconismo, smarcarsi dal centrodestra e tentare di trasformarsi, sull’onda del grillismo, in un movimento regionalista ed eurocritico e anti euro. Da qui le sparate di Salvini contro Bruxelles e la Germania, gli inviti ad Alain De Benoist e il corteggiamento a Marine Le Pen (che De Benoist detesta), gli ammiccamenti all’elettorato destrista. Mani libere e spregiudicatezza. Il tutto per salvare, con qualche piroetta, ciò che resta della “cassa”. Si spiegano così, al di là delle urla del neo segretario, il low profile di Maroni e Zaia (Cotta è ormai bruciato) e gli accordi sottobanco con Pisapia per l’Expò, l’ostilità verso Fratelli d’Italia, la distensione con il partito democratico e l’apertura alle cooperative rosse in Lombardia e in Veneto.

Sepolto Bossi la strada è questa. Onestamente, non sembra una gran trovata. La critica all’Europa passa obbligatoriamente attraverso la difesa e il rilancio dello Stato nazionale, garante della sovranità nazionale ed economica. Opporre all’euroburocrazia brussellese piccole patrie immaginarie è semplicemente ridicolo. Immaginare di ricostruire senza Bossi una Lega di governo e d’opposizione (il doppio binario bossiano) è illusorio. Come annota perfido Vittorio Feltri, quella dei post bossiani sembra “solo la partita della disperazione, non più un progetto politico”. Vedremo.