Anche quest’anno parteciperemo alle commemorazioni dell’eccidio di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci previste a Padova. La più densa di significato sarà quella ufficiale, frutto di lotte e battaglie per la verità, che si terrà domenica, 17 giugno, alle ore 11:00 in via Zabarella presenti i familiari delle vittime. Sono trascorsi quarantaquattro anni da quel terribile 17 giugno durante i quali abbiamo sentito che qualcuno tra noi mancava. Quarantaquattro anni di battaglie e di presenza politica senza di loro con un susseguirsi di ipotesi, di campagne d’odio, di tentativi per squarciare il velo di omertà che si era abbattuto su questa vicenda.
Passare davanti al civico 24 di via Zabarella e non poter vedere più la bacheca dove Giuseppe esponeva quotidianamente Il Secolo d’Italia, non poter più salire quelle “maledette scale” della vecchia sede mi riempie l’animo di tristezza e di ricordi.
Io non conobbi personalmente né Giuseppe nè Graziano perché entrai a far parte della nostra comunità proprio a seguito di quel tragico fatto di sangue.
Ricordo la notizia data dal telegiornale ed il clima cupo dei funerali ai quali non partecipo nessuna autorità ad eccezione dei vertici del Movimento con Almirante in testa.
La città era in stato d’assedio per lo straordinario spiegamento delle forze dell’ordine. Oltre ai massimi dirigenti del partito erano affluiti numerosi militanti da diverse città .Alcuni esponevano insegne abbrunate altri portavano corone di fiori che testimoniavano la partecipazione delle Federazioni di tutta Italia.
Ricordo la folla farsi largo davanti al sagrato del Duomo all’arrivo di Almirante. Le forze dell’ordine appostate persino sui tetti attorno alla piazza, i balconi semichiusi, le serrande abbassate , l’assenza quasi spettrale della città che non volle rendersi conto dell’accaduto. Poi l’impegno nelle organizzazioni studentesche, la militanza fra le fila del Fronte della Gioventù e in seguito nel Movimento in quelle stesse stanze dove si consumò quel tragico delitto che Padova ha dimenticato in fretta. Ricordo ancora, che fino a quando la federazione non si trasferì nella nuova sede di Riviera Ponti Romani rimasero ben visibili i fori del proiettile che in quel drammatico lunedì si conficcò nella porta della segreteria .

LA CAMPAGNA DIFFAMATORIA E IL LINCIAGGIO CONTRO LA DESTRA
Per anni nubi si addensarono su questa vicenda, grazie ad una campagna diffamatoria ben orchestrato dal regime e dalla stampa dell’epoca fino al momento che permise l’apertura del processo: le dichiarazioni della “signora della parrucca”, al secolo la brigatista Susanna Ronconi, colei che diede certezza alla tesi che attribuiva alle BR il barbaro omicidio.
Se dopo 44 anni si può affermare che la giustizia ha fatto il suo corso è senz’altro necessario inquadrare l’irruzione nella sede di via Zabarella nel contesto storico nel quale maturò il primo assassino delle Brigate Rosse.
Eravamo in un periodo in cui la strategia della tensione, abilmente alimentata da un regime che s’incarnava nel partito Stato della Democrazia Cristiana, aveva raggiunto punte estreme con le stragi di Piazza Fontana e, la recentissima, di Piazza della Loggia. A questi tragici fatti corrispose la mobilitazione di tutta la sinistra, compresa quella extraparlamentare, nell’identificare il Movimento Sociale Italiano quale autore di quelle stragi ed additare i “fascisti” come il nemico da abbattere.
Iniziò in quegli anni infatti la campagna per mettere “fuorilegge” il partito di Almirante e per legittimare la violenza senza quartiere perpetrata dalle sinistre con la complicità della stampa e degli organi preposti alla sicurezza dello Stato. Basti pensare che dopo l’efferato delitto il Questore di Padova affermò di non poter attribuire con sicurezza un marchio di fabbrica politico, mentre il sostituto procuratore Aldo Fais avvalorò la tesi di una matrice interna al MSI dichiarando alla Stampa: “me ne vado tranquillamente in vacanza”.
Sulla stessa linea fu il Ministro degli Interni Taviani intento a dare corpo all’esistenza delle “trame nere” che servirono solamente a coprire un preciso disegno politico realizzato con la complicità dei servizi segreti. Anche la magistratura fece la sua parte nel progetto di criminalizzazione ed isolamento della Destra.
Non a caso le indagini su questo delitto furono condotte con maliziosa superficialità: appena un anno dopo (novembre 1975) uno zelante magistrato di nome Pietro Calogero in una visione complementare alle tesi del sistema ,apri una inchiesta sul presunto tentativo di ricostituzione del disciolto Partito Nazionale Fascista contro 33 militanti del fronte della gioventù di Padova ,dei quali 12 subirono una lunga carcerazione preventiva . Si trattò di una prova ulteriore a cui venne sottoposta la nostra comunità in un clima di linciaggio politico e morale che in parte impedì che fosse fatta piena luce anche sul duplice assassinio di via Zabarella. Dopo queste vicende Padova assistette inerme al salto di qualità dell’estrema sinistra che si riconosceva nelle tesi del professor Toni Negri di Autonomia Operaia protagonista della lunga stagione Padovana degli anni di piombo. Il “7 Aprile “ il regime ,sempre per mano dello stesso giudice Calogero, inventò il secondo grande processo per reati associativi per eliminare quella sinistra che era stata la sentinella del sistema negli anni 70.

LA GIUSTIZIA ARRIVA SEMPRE IN RITARDO
Questo è il contesto storico e politico della “Padova bianca” in cui maturò il primo assassino delle Brigate Rosse .Le colpe non furono, quindi ,solo di chi quella mattina sparò convinto di abbattere il nemico da colpire, ma anche di chi non volle sentire gli spari e volle coprirne la provenienza. Nel febbraio 1980 Giancarlo Caselli ,allora giudice istruttore Torinese ammise:” sono cose alle quali purtroppo non abbiamo pensato molto”. Perché se di responsabilità civile si deve parlare bisogna allargare l’orizzonte ai peccati di omissione e a chi per troppo tempo è stato zitto favorendo il divampare di una stagione di violenza che ha visto generazioni intere“ bruciarsi nelle piazze”. Una fetta della storia politica nostra nazione macchiata di sangue del terrore che cominciò in quella strada della Vecchia Padova. Mi piace pensare che Graziano e Giuseppe abbiamo reagito di fronte ad una sicura condanna a morte, evidenziando quella dignità che fa parte del nostro credo. Il loro sacrificio ha forse evitato altre vittime dimostrando che nelle sedi del Movimento Sociale non vi erano generazioni disposte ad arrendersi di fronte alle intimidazioni ed alle prevaricazioni . Solo nel 1992 finalmente la Giunta comunale di Padova decise di onorare la memoria dei due missini con l’intitolazione di due vie nella zona di Altichiero. Successivamente Mazzola e Giralucci vennero ufficialmente ricordati ad ogni anniversario sul luogo dell’eccidio, e viene da pensare che se solo gli apparati statali avessero preso sul serio l’allarme lanciato dalla Destra, la storia degli anni di piombo avrebbe potuto prendere un percorso diverso.