Lo scorso dicembre, camminando a Milano nei pressi di Porta Romana, ho visto una scritta su di un muro fatta con gli “stencil” (insomma, in serie): “- eroismo + erotismo”. A febbraio, il responsabile di un’altra provincia del Corpo di Soccorso dell’Ordine di Malta si è sfogato: si dice tanto che i ragazzi di oggi sono generosi, ma di venerdì e sabato sera si deve aiutare quelli fra loro che sono in giro a fare i cretini. Ci sono le nobili eccezioni, ma troppe di meno rispetto agli ignavi.

Ha suscitato scalpore e sdegno, l’ignobile sceneggiata di sabato 7 marzo: era stato, incautamente, reso noto in anticipo il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che rendeva “zona rossa”, per l’emergenza del coronavirus, tutta la Lombardia e alcune province di Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna; al che, una folla costituita quasi all’unanimità di studenti universitari fuori sede si riversava nelle stazioni ferroviarie di Milano, in cerca di treni interregionali.

La generazione che si autodefinisce “la più intelligente la più informata la più colta la più aperta” e via blaterando, così facendo, non solo si dimostrava la più vigliacca e più isterica della storia; si rendeva anche responsabile d’un deliberato contagio di regioni fino ad allora considerate meno in pericolo di quelle del Nord.

Intervistati, dicono: vogliamo rivedere le nostre famiglie. Le dichiarazioni d’affetto cozzano col dannosissimo egoismo con il quale hanno esposto i parenti al virus. Con la loro codardia, la loro disinformazione, la loro reazione pavloviana a un allarme di cui hanno peggiorato le conseguenze, i fighetti che piagnucolavano “ci sembra di essere dei profughi” si sono resi degni di tutti gli insulti ricevuti.

Sono stati comunque beffati: stupidamente fuggiti da Lombardia e dintorni per paura di qualche settimana di confino domestico, si sono visti anche nelle regioni in cui contavano di ritrovarsi capricciosamente disinvolti. Per una volta, rimproverino se stessi.

Difficile fare di peggio. Ma ci si riesce. Mi sono iscritto tardi all’università, a 25 anni. Ho avvertito come un abisso i sei anni in più rispetto alle matricole, e ammetto di averci messo del mio. Andavo a lezione e in biblioteca incravattato, ho sempre esibito il mio essere un rudere. Un errore gravissimo. Ma qualcuno sbagliava più di me. Peggio di me.

Una ragazza stava per andare in Francia, per l’Erasmus. Aveva il ragazzo a Bergamo, non ebbe nessun problema a dire: beh, prima di andare lo lascio, in questo frangente è un peso. Lo disse con una naturalezza tale, come se si trattasse di un arnese lasciato su di una mensola mentre si fa altro, che soltanto vari secondi dopo mi resi conto della laidezza del pensiero. La stessa mentalità di chi abbandona i cani per essere più disinvolto con le ferie estive. Un affetto, in certi frangenti, è un peso: un animale che ti guarda con devozione, una persona che magari ti mette al centro del suo mondo… zavorre, fastidi. La generazione che rompe fidanzamenti con gli sms o con le mail.

Fui invitato a una cena. Era il periodo in cui accettavo più inviti possibili, a volte addirittura me li procuravo, per uscire dal guscio. Stavolta rifiutai: si festeggiava la riuscita d’un aborto (e no, non si trattava di un’emergenza: uno stupro, una minorenne incinta, mancanza di mezzi di sostentamento… nulla di ciò, solo si volevano evitare alla ragazza le smagliature da gravidanza). C’è chi è favorevole e chi è contrario. Potremmo aprire un dibattito. Su una cosa spero si possa, si debba essere d’accordo: un aborto non si festeggia. E se si è abbastanza cretini per farlo, almeno per il resto della propria vita non si dice più nulla di nessuno. L’organizzatrice di quella cena invece, nei mesi successivi, mi ha inquietato (non bastasse il macabro invito) per una smania inquisitrice costante, anche crescente. I due genitori mancati? Due gran fighi.

Ovviamente ci sono le eccezioni. Splendide, e nemmeno rare. Ma se si parla di “generazione”, è lecito “generalizzare”. Che poi questa degenerazione, questa putrescenza (chi festeggia un aborto è un degenerato, profondamente marcio) siano fenomeni di massa, è evidente. Infatti coincidono col conformismo, e questo è tale quando lo attua una maggioranza, magari ampia.

Una generazione di ragionierini, pronti a dire signorsì. Non per nulla la fata madrina dei bocconiani, la Bonino, li vuole irregimentati, contabilizzati. D’ora in poi, i laureati siano soltanto automi. Basta scienze umanistiche: solo pragmatismo, sono funzionalità. E tanta droga, che ha due funzioni: stordire i soldatini e fare cassa.

Basta arti, basta belle lettere. Basta spirito: la religione è da sfigati, meglio obbedire a FanPage e Wired, in un profluvio di “bigotti”, “retrogradi”, “medievali” a chi resti perplesso di fronte alla svalutazione della vita umana (quanto rende venderti della droga, quanto ti costa un bambino e che impatto avrà sul pianeta, che impatto avrai tu scegliendo di non sopprimerlo, quanta CO2 produci, quanto costi all’Unione Europea se iscrivi tuo figlio alla facoltà di Lettere d’una università pubblica, quanto conviene togliere il latte ai bambini greci, quanto si fa guadagnare alle ONG facendo invadere le coste europee, quanto costi ai contribuenti se ti ammali (e quanto fai risparmiare se ti levi di torno), alla riduzione dell’essere umano a un “dare” o “avere” nella partita doppia dell’Unione Europea spietatamente iperliberista.

Non per nulla, nel programma di +Europa c’è l’eliminazione della sanità pubblica (in nome della “libertà”… come se ora sia vietato farsi curare da privati, vado ogni settimana da una terapeuta privata e nessun socialista e me lo impedisce). M.lle Bonino, colei al quale gli ingenui (sopravvalutando i meriti d’un Partito Radicale comunque diversissimo da quel +Europa tuttora guidato da un Benedetto Della Vedova qualsiasi secondo i dettami della Bonino, a sua volta vincolata ad altrui direttive) attribuiscono tutte le possibili libertà che i cittadini italiani tuttora detengono (d’espressione, di divorzio, d’aborto, di bere e mangiare).

Quella stessa sanità pubblica che sta curando le vittime del coronavirus. Mentre i millennial italiani, i soldatini dell’iperliberismo ateo, spargono il contagio scappando da Milano (non quella del 1630, ma quella del 2020; la colonna infame resta però attuale).

Non ho nessuna intenzione di difendere le dichiarazioni di Boris Johnson sul coronavirus (“prepariamoci a perdere i nostri cari”). Trovo però ipocrita che lo accusi di inumanità quella stessa schiera che non trova nulla di male nell’esporre i parenti a un rischio di contagio, o nel gettare via un fidanzato come un sacco della spazzatura, o nel festeggiare un aborto.

Il motivo delle invettive contro il premier inglese è evidente: la vendetta per la Brexit, e di conseguenza per l’esclusione di Londra e dintorni dalle mete del progetto Erasmus. Gli studenti della generazione più carina bellina buonina si sono trovati deprivati del diritto a far baldoria a Londra, e rinfacciano – imbeccati dalla propaganda di +Europa, che con le solite bugie ha paventato che la Brexit avrebbe rovinato tutta una generazione, tutta la Gran Bretagna, tutta l’Europa – a Johnson una dichiarazione che è sì inumana, ma che non è peggiore di tanti loro atteggiamenti, e della loro mentalità utilitarista, del loro conformismo di utili idioti, del loro nichilismo straccione e analfabeta.