Durante l’attacco alle Torri Gemelle, in quel fatidico 11 settembre del 2001, i pompieri di New York si trovarono di fronte ad una catastrofe mai vista prima, non certo a loro preannunciata, per quanto i servizi segreti qualcosa sospettassero. Affrontarono il crollo delle torri, l’aria irrespirabile per la polvere, le macerie incandescenti, per salvare più vite umane possibile ; morirono in 343, tra cui il loro comandante ed il cappellano. I newyorkesi e gli americani tutti li hanno eletti a eroi nazionali; dedicando loro monumenti, lapidi con incisi i loro nomi , film e rassegne fotografiche sulla tragedia.

Oggi l’Italia sta vivendo gli ultimi giorni di una tragedia che ha visto cadere in prima linea 163 medici a cui vanno aggiunti infermieri e farmacisti, per fronteggiare un nemico invisibile e sconosciuto. Il nostro governo sapeva, perché il 31 gennaio fu firmato uno stato d’emergenza, ma il documento rimase nascosto nel cassetto per settimane. Ma cosa è veramente accaduto in quei giorni, nelle stanze d’ospedale di molte città italiane ?

Attraverso la testimonianza di Elena, giovane dottoressa, specializzata in urologia, che lavora in un ospedale di provincia, fuori Milano, raccontiamo alcuni momenti di quei giorni tremendi.

“Un lunedi mattina mi stavo recando in sala operatoria per il mio turno di interventi quando scopro che questa è diventata una nuova sezione del reparto di Rianimazione. Mi dicono che tutti gli interventi chirurgici sono saltati, che noi giovani medici siamo stati inseriti in nuove equipe, create dal nulla, anti covid-19. Io mi trovo assegnata a questo nuovo reparto con un collega ortopedico, una internista, un chirurgo generale; il più anziano di noi ha 39 anni. Ci affibbiano un protocollo  di 12 pagine da studiare, in cui sono contenute indicazioni generiche sulla lotta al coronavirus. Scaraventati in una cosa più grande di noi, mentre ancora stentiamo a riprenderci dallo stupore, i tecnici dell’ospedale, fabbri, elettricisti ed idraulici, improvvisando, creano dal nulla reparti anti covid , disponendo pannelli isolanti, preparando raccordi per l’ossigeno, allestendo impianti elettrici.

Arrivano i primi pazienti in Pronto Soccorso, e sono uno dopo l’altro, non si fa neanche a tempo a registrarli. Quella sera sfinita, prima di addormentarmi cerco di studiare quegli elementi di pneumologia che avevo appreso negli anni dell’università.

Da quel lunedi è iniziata una serie interminabile di giorni tutti uguali, con turni di 12 ore, dove i pazienti morivano come pesci usciti da un acquario, uno dopo l’altro. Con i ricoverati facevamo fatica a parlare o perché non ne avevano la forza o perché avevano la testa infilata in quello scafandro che era il C-PAP. Cosi il nostro unico momento di umanità era rappresentato dal colloquio telefonico con i parenti. Dovevamo rassicurarli ed al tempo stesso comunicare ai pazienti il loro interessamento. Ho raccontato in quei giorni un sacco di bugie per non creare il terrore nella mente di quegli uomini e quelle donne; la situazione era straziante e noi dicevamo: “ è stazionario, è tranquillo”. Poi nessun parente si capacitava se il giorno dopo arrivava la tremenda notizia della morte di un loro caro.

C’erano intere famiglie ricoverate in più ospedali ; un giorno un uomo venne a sapere dalla telefonata di un parente che la moglie era morta: dopo tre ore si spense anche lui, lasciandosi andare. Mi commosse una donna di 80 anni che dopo che riuscimmo a metterla in comunicazione con la figlia per telefono, visse un momento di serenità e dopo alcune ore mori’.

In tante occasioni i pazienti si rifiutavano di farsi mettere il CPAP, soffrivano di claustrofobia. Io ed i miei colleghi insistevamo ma spesso non c’era niente da fare e questo rifiuto accelerava la loro morte. Con noi era arrivata anche una psicologa , volontaria in quell’inferno, che si prodigava ad alleviare le sofferenze dei malati, districandosi fra 120 letti. Ma sai chi mancava in quell’ambiente e sarebbe certamente servito ?”

Chi ? Non saprei.

“Un prete, sarebbe stato utile; quella gente non aveva nessuno , nessun parente. Noi eravamo tutti uguali nelle nostre divise o cosi credevamo. E non potevamo parlare più di tanto, non ne avevamo il tempo. Mancava qualcuno che desse il conforto della fede ; eppure c’era anche il parroco ricoverato, sapevano cosa stava accadendo, qualcuno avrebbe dovuto provvedere.”

Fra di voi come andava?

“Prima di questa vicenda, eravamo quattro giovani colleghi , ci si conosceva solo di vista; poi ci siamo trovati come in trincea, nel nostro piccolo spogliatoio. E ci scambiavamo le nostre emozioni, i nostri tormenti , le nostre paure. Aspettavamo l’arrivo della febbre come si aspetta lo scoppio di una granata in trincea; fortunatamente non è mai arrivata. Perché chi è in prima linea è meglio equipaggiato , sa come muoversi. Ma c’è stato anche chi non ha retto a questo stress.”

Cosa è successo?

“ Una collega anestesista, sui sessant’anni, single, che ne avrà viste di tutti i colori nella vita professionale. Una sera ha sottratto un forte oppioide dalla farmacia della rianimazione ed a casa sua si è iniettata una dose letale in vena.”

E’ accaduto anche a New York; Lorna Breen, un’anestesista di cinquant’anni, single, si  è uccisa in casa. Di lei pero ha parlato il mondo. La nostra collega forse non è nemmeno inclusa nell’elenco dei 160 medici vittime della pandemia.

“Il nostro momento di tregua era rappresentato dalla mensa. Per quanto separati tra noi a debita distanza, il pranzo era un momento di normalità, in cui parlare d’altro, talvolta perfino scherzare di situazioni che avevamo vissuto. Poi la sera, quando uscivamo dall’ospedale e tutto intorno era tranquillo, silenzioso, ci sembrava di essere in un altro mondo, distante anni luce dalla realtà del nostro lavoro.”

Per quanto riguarda le terapie come vi siete regolati?

“Tre di noi erano di scuola chirurgica ; eravamo già abituati a fare scelte rapide, estreme; avevamo uno spirito pratico e questo è stato apprezzato dagli internisti, più metodici nelle decisioni. Alcune volte abbiamo preso decisioni che non avremmo mai voluto prendere. Un giorno c’era un uomo ormai cianotico , non respirava quasi più, stava tirando gli ultimi; ci siamo ribellati a quella situazione ma non sapevamo cosa fare. Poi abbiamo deciso: abbiamo tolto il C-PAP ad un altro malato che sembrava stare meglio e lo abbiamo destinato a lui. Ha resistito una decina di giorni in più ed alla fine il bilancio è stato negativo per tutti e due i pazienti. Ma lo rifaremmo ancora ed altri lo hanno rifatto in rianimazione ed in altri reparti. Ma non ci mancavano solo i C-PAP, perfino le medicine scarseggiavano, usando sempre gli stessi farmaci era più facile capitasse. Ci fu un giorno che non c’era più morfina , sembrava di essere in un ospedale da campo in guerra. I sacchi dei cadaveri giacevano nei corridoi, non c’era più spazio nella camera mortuaria.”

E l’eparina ? Non l’avete usata?

“Noi usavamo sempre l’eparina in quanto i nostri pazienti erano allettati ma non alle alte dosi che sono entrate nei protocolli successivi; temevano che con dosaggi più alti avremmo provocato delle emorragie e non volevamo rischiare denunce. Invece ci ha aiutato molto il cortisone ad alte dosi.”

Capisco.

“Ma sai quale è stato il momento più difficile ?”

Quando?

“Quando tutto si è diradato, quando la tensione si è allentata, quando ho avuto tempo di pensare. Sono entrata in uno stato quasi depressivo, fuori dal lavoro tutto quanto vedevo attorno mi sembrava di poco conto , insignificante. Ho cominciato a ricordare i morti e a dare loro un nome , un volto. Solo tra noi quattro potevamo capirci, gli altri , quelli di fuori no. ”

Anche per i reduci dall’Iraq è stato lo stesso. Un mio amico tornato alla vita normale in Italia è entrato in depressione; quando stava in mezzo alla guerra, con i missili che potevano annientarti da un momento all’altro, aveva quella adrenalina che lo teneva vivo. Era in mezzo ai suoi camerati che condividevano i suoi rischi, che soli potevano capire.

“Ma la soddisfazione più grande è stata incontrare i guariti . Pensavamo che non ci avrebbero riconosciuti ed invece no, avevano capito chi fossimo. Nella loro sofferenza erano riusciti ad identificare il portamento di ognuno, la sua altezza, lo sguardo, la voce. Ci hanno tutti ringraziato. La parente di un paziente che non ce l’ha fatta ha voluto ugualmente conoscermi e ringraziarmi : ha dato un senso a tutti i nostri sacrifici.”

Questa la testimonianza di Elena. Mi auguro che il sacrificio dei medici, degli infermieri, degli addetti alle ambulanze, dei farmacisti non vada dimenticato. Gli eroi, quelli veri, servono a darci un messaggio di speranza e di esempio, teniamolo nel nostro cuore.