L’amaro e spaventoso senso della solitudine. Una domenica trascorsa ad inseguire motivi di vita, mentre intorno si assiepavano dinieghi, rifiuti, richieste di sigilli, perfino militari, alle nostre frontiere. E mentre i motivi di vita si rarefacevano ora dopo ora, accompagnati da apprensioni  crescenti man mano che le notizie affogavano la resistenza psicologica in un torbido lago di premonizioni, svaniva una certa idea di umana solidarietà che mi rimbalzava nella mente affollata dalle pagine manzoniane.

Agonizzanti e  monatti, senza nessuna pietà intrecciavano una danza macabra tra giornali stropicciati accatastati sul tavolo, notizie in affanno, aggiornamenti continui. Poi alcune grida, disumane come sanno essere quelle che invocano protezione, incuranti delle ambasce dei propri vicini. Dalla Francia, dall’Austria, ai Paesi dell’Est (quelli a cui non risparmiammo le carezze pericolose del nostro dolore, tanti anni fa), abbiamo sopportato increduli l’intimazione  della  chiusura dei confini “a prescindere” per i nuovi lebbrosi. E capisco così che quest’Europa non può davvero essere la mia Europa.

Perfino nel vortice  di un momento dannato  è lecito attendersi una mano tesa. Ho sentito, invece,  il risentimento latino e quello slavo nel mettere in guardia tutti i governi dall’offrire un briciolo di solidarietà a chi probabilmente si è fatta male da sola, alla mia nazione, piegata dal malsano vento cinese spirato da Wuhan.

E guardando il cielo increspato non di nuvole grigie, ma di rancori mai immaginati, di egoismi imprevisti, di accese parole prive di virtù civili, ho capito che l’Europa non esiste.

Per carità, la signora Marine Le Pen può stare tranquilla: nessun untore italiano attraverserà  le Alpi per turbare la serenità francese. “Oggi  o domani potrebbero essere necessari controlli alle frontiere”, ha sentenziato l’esponente  del neo-patriottismo transalpino.  E, se non fosse stata abbastanza chiara, ha aggiunto: “Il governo deve essere in grado di prevederlo e preferisco che faccia di più o troppo che non abbastanza. Al momento non ha fatto abbastanza visto che consente i voli dalla Cina”. E chi potrebbe negarglielo. Ma avremmo gradito che spendesse qualche altra parola sul dolore in cui è immerso il nostro Paese, a prescindere dal fatto che il suo governo tiene ancora in piedi il sistema di voli con Pechino. Sospettiamo per affari. Da parte nostra cercheremo di dare il minor disturbo, così anche Salvini, che le ha dato ragione, sarà contento.

Ma che discorso: è ovvio che i controlli sono indispensabili; quanta finezza, quanta eleganza nell’intimare l’adozione di un provvedimento che era ed è nell’ordine delle cose. Vorremmo ricordare alla signora Le Pen che quando in Francia si è registrato il primo decesso causato dal coronavirus (la vittima un turista cinese ultra ottantenne), l’Italia se n’è rammaricata, ma non ha intimato aut-aut, e adesso apprezza la notizia data dal ministro della Salute  Olivier Véran secondo il quale il suo Paese si sta preparando ad aumentare il “numero di laboratori dotati di test diagnostici per poter arrivare a condurre diverse migliaia di analisi al giorno e su tutto il territorio, contro i 400 di oggi”

Ed eccessivo ci è sembrato  il blocco della circolazione ferroviaria deciso dal governo di Vienna tra l’Austria e l’Italia dopo che un Eurocity proveniente da Venezia e diretto a Monaco era stato fermato al Brennero per la presenza a bordo di due casi sospetti di coronavirus. Forse occorrerebbe una misura diversa, più sobria,  nel valutare pericoli di infezioni.

La Romania, nazione amica, ha disposto, la quarantena obbligatoria per tutte le persone in arrivo dalla Lombardia e dal Veneto o che siano stati nelle due regioni italiane negli ultimi 14 giorni.

Di fronte alle centinaia di contagiati in Italia, ai pazienti in rianimazione, a coloro che non ce l’hanno fatta, a quanti sono in quarantena, a tutti quelli che temono di ammalarsi, alle famiglie divise tra Sud e Nord che non sanno come e quando potranno ricongiungersi, vorremmo che l’Europa “sana” o meno acciaccata fosse più vicina non tanto con gesti concreti – si può fare poco – quanto con sentimenti e atteggiamenti semplicemente più umani, a meno che la disumanità non sia necessaria…

La solitudine di domenica vorrei che fiorisse nel tempo stretto di una settimana in un campo di solidarietà. E che l’Europa, per una volta almeno, si ritrovasse non su ciò che solitamente non c’è, la politica, ma nello sguardo sconcertato e affaticato di ricercatori, medici, biologi che insonni lavorano perché una nazione torni al più presto a vivere.

Il Dubbio, 24 febbraio 2020