Da quando si è diffusa la notizia che il virus Ebola è stato segnalato nell’Africa sub sahariana e non solo nelle foreste tropicali, una certa apprensione si è manifestata nell’opinione pubblica, disorientata anche da informazioni divergenti. C’è chi dipinge Ebola come il virus dell’Apocalisse, chi si sofferma su aspetti molto, forse troppo rassicuranti. Di mezzo c’è il grande, insormontabile problema dell’immigrazione selvaggia, che alimenta giuste preoccupazioni e grandi fantasie.

Vediamo di cercare di fare il punto sulla situazione.

Fino a non molto tempo fa, chi partiva dall’Africa per raggiungere l’Europa ed un lavoro, era un po’ il prescelto dalla famiglia. Doveva avere doti fisiche e caratteriali adatte a superare l’attraversamento del deserto e le successive traversie in mare. Difficilmente quindi toccavano i nostri confini soggetti ammalati o fragili.

Oggi i percorsi sono più agevoli,gli schiavisti o scafisti che dir si voglia, si stanno organizzando.

E le epidemie prossime venture anche.

Il secolo scorso fu colpito da una prima grande pandemia dal 1918 al 1920 che portò a decine di milioni di vittime, più della Grande Guerra, inferiore come numero di morti solo alla immensa piaga del comunismo. Fu la “spagnola”, così chiamata per il fatto che furono i giornali iberici i primi a parlarne, immuni dalla censura militare. Furono le truppe americane, colpite per prime dalla malattia , ad infettare il vecchio continente. I grandi spostamenti di eserciti, la debilitazione provocata dalla fame, incisero sulle popolazioni, rendendo la circolazione del virus più facile e devastante.

Nel 1957 arrivò la seconda grande pandemia , l”asiatica” che partì da Hong Kong, metropoli ad altissima densità di popolazione, durò un anno e fece un milione circa di morti.

Dal che si dedusse che le pandemie hanno un intervallo, tra una e l’altra, di circa quarant’anni. Ci si aspettava una nuova grande epidemia per l’inizio del nuovo millennio.

Con l’arrivo della Sars, conosciuta anche come aviaria, si pensò che fosse giunto il momento: la preoccupazione raggiunse il culmine ma provocò relativamente poche vittime.

La malattia si diffuse inizialmente in Cina e nel sudest asiatico fino ad arrivare a Singapore, dove alcuni inquilini furono contagiati attraverso l’aria condizionata di un grattacielo, in modo verticale da un piano all’altro. L’epidemia fu circostanziata da sistematiche stragi di polli , possibili serbatoi del virus.

Anche un giovane italiano fu colpito dal virus dell’aviaria e ricoverato in ospedale a Genova.

Ricordo che ad un convegno a Milano, un noto professore universitario raccontò di essersi recato nella città ligure per documentarsi sulla malattia. Ottenne dal primario amico di poter portare con sé una fialetta di siero prelevato dal versamento pleurico del malato, per studiarlo meglio nei propri laboratori,e se la infilò nel taschino della giacca.

Spiegò tutto alla platea, molto soddisfatto, quasi contento. I medici plaudirono al suo impegno, ma non pochi si chiesero allibiti cosa sarebbe accaduto se sulla Serravalle, una camionale chiamata autostrada, il nostro luminare fosse stato coinvolto in un incidente e la fialetta si fosse rotta. Prima che il quadro fosse stato chiarito i soccorritori avrebbero diffuso il contagio.

Ora arriva di nuovo Ebola. Identificato una prima volta nel 1976 in Zaire, non è mai stato ben conosciuto perché finora le epidemie sono state rapide e violente, concentrate nei villaggi delle foreste equatoriali, senza lasciare molti superstiti. Forse il vettore è una volpe volante, una sorta di vampiro o grosso pipistrello che puoi trovare anche alle Maldive. Questo farebbe pensare ad una maggiore difficoltà alla diffusione della malattia.

E’ stato detto che il virus non può scatenare una grossa epidemia perché l’incubazione sarebbe di tre settimane. In realtà va da due a ventuno giorni. Poi si è aggiunto che Ebola non si trasmetterebbe per via aerea ma solo attraverso i fluidi corporei.

Il che non è vero, essendo stati dimostrati casi di contagio respiratorio; in ogni caso le carrette del mare che si dirigono verso Lampedusa o altri approdi non sono alberghi a cinque stelle, ma contenitori strapieni di uomini e donne. Non è che uno si può alzare e chiedere allo scafista di turno : “scusi, dov’è la toilette?”.

Con traversate di alcuni giorni i fluidi sul fondo della barca si spargono e diffondono ogni genere di olezzo.

Confrontando la situazione di oggi con la genesi delle pandemie di ieri si può notare che esistono delle condizioni predisponenti analoghe. I movimenti di grandi masse umane provenienti da luoghi disparati, la debilitazione di molti soggetti, gli scarsi e affrettati controlli, i virus poco conosciuti e l’assenza di cure dirette.

Di contro oggi esistono terapie antibiotiche per le possibili complicanze, organizzazioni sanitarie capaci di circoscrivere le epidemie, nuove terapie intensive e farmaci antivirali ancora da mettere alla prova.

Ma al di là dell’arrivo o meno di una vera e propria pandemia, esiste già una situazione di rischio di piccoli focolai infettivi di virus fuori controllo.

Nell’ultimo anno sono tre i medici milanesi contagiati in servizio da virus terribili con un epilogo tragico di cui nessuno parla.

Non occorre andare missionario in Africa per correre il rischio di morire in servizio, basta anche compiere bene il proprio lavoro in una città come Milano. Ancora oggi fare il medico significa esporsi a infezioni incontrollabili o essere sottoposto a malattie a forte componente di stress , quali quelle cardiovascolari.

Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro, l’importante è non farci trovare impreparati e non concedere alcun vantaggio allo sviluppo di ogni possibile epidemia.