Ieri mattina ho ascoltato papa Francesco in Piazza Duomo a Milano. Procede per metafore, che, come diceva il Manzoni dei paragoni, sono scarpe che calzano, ma fanno male. Lasciano troppo margine all’interpretazione: “al discernimento”, da Lui caldamente raccomandato.

Ma la verità non si sceglie, è rivelata. Rivelata da Dio, non costruita dagli uomini. E se è chiaro e vero che “essere in minoranza non significa essere deboli” e non giustifica la rassegnazione, e “che dobbiamo imparare a non confondere la pluralità con il pluralismo e coltivare le idee, non le ideologie”; l’invito suggestivo ad “avviare processi, non occupare spazi”, è ambivalente, se non ambiguo. Esorta alla semina o al superamento del Vangelo, della dottrina e della tradizione? È l’impulso ad un apostolato, ad un’evangelizzazione più appassionata e dinamica o la spinta a superarne e cambiarne i precetti?

Si può intendere come una “rivoluzione”, un ritorno alle origini, alla rinuncia alle vanità, ai poteri, ai privilegi; ma anche come “omologazione” al relativismo, al permissivismo demagogico dominanti. Dopo le “innovazioni” sul matrimonio, sul sesso, sui rapporti interreligiosi, sono a disagio di fronte ai dogmi, ai sacramenti, al credo. Mi chiedo se siano definitivi e perentori o anch’essi “in processo”.
Non bastano la carità, la tanto conclamata accoglienza, la sobrietà a definire una fede. Non sono connotati esclusivi e distintivi del cristianesimo, tanto meno del cattolicesimo. Appartenevano ed appartengono anche al paganesimo, ad usi e costumi tribali, alle dottrine illuministiche e finanche atee. Sono il contrappasso umano dell’egoismo e dell’ostracismo. Non testimoniano l’esistenza di Dio, la rivelazione e la resurrezione di Gesù.

Accade spesso in politica di dover scegliere tra il fine e il mezzo, tra gli ideali e il partito. Non vorrei trovarmi a dover scegliere fra la mia chiesa e la mia fede.