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L’altro giorno ho volutamente evitato commenti sull’editoriale, la solita concione e il consueto sermone, di Ernesto Galli della Loggia, intitolato “Una destra che non ha identità”, e la migliore e la più significativa risposta è arrivata da Stefano Parisi, da qualche mese innalzatosi e, pur tra incertezze, elevato da Berlusconi, a “uomo di punta” di questo fantasioso, vago ed evanescente nuovo schieramento, cui è stato imposto il nome di “destra liberale e popolare”, di certo legata al PPE.

L’ex manager della CGIL e della Confindustria e di chissà quali altre società ha replicato in termini, che hanno rispolverato sul piano della spettacolo una vecchia canzonetta di Mina “Parole, parole, parole” e sul piano culturale una frase di Manzoni “codeste, mi scusi, sono di quelle sue solite chiacchere che non concludon nulla”.

In effetti è impossibile nel rimuginamento, nell’”aria fritta” di Parisi, scorgere aspetti concreti, passaggi pratici sul quadro politico, proposte fattibili ed operative per una sostanziale metamorfosi della situazione.

Perché mai il fine primario dovrebbe essere “la ricerca di una nuova identità del centro destra”? Quando mai la destra l’ha realmente smarrita?

La Meloni ha felicemente ed efficacemente replicato, notando che “Noi di Fratelli d’Italia li rappresentiamo [i valori conservatori] difendendo famiglia, lavoro autonomo, identità nazionale, confini, Stato efficiente ed etica pubblica. E ci definiamo destra” assieme ai tanti, che si astengono dalle urne, rigettando ogni sudditanza ai vaneggiamenti ed ai vagheggiamenti antiidentitari dei leghisti ed ai propositi egemonici dell’autocrate lombardo, provati con l’incredibile figuraccia alle amministrative capitoline.

A voler selezionare i propositi espressi e i giudizi formulati si rileva che essi non sono altro che mere enunciazioni su errori compiuti in ambito nazionale ed internazionale dalla sinistra o dal centro (gli inni ammirati innalzati a Clinton e a Blair, ma l’altro ieri ai fratelli Kennedy ed oggi a Obama, la drammatica impreparazione di fronte ai fenomeni migratori, sul futuro arido ed oscuro, sul radicalismo religioso), dalla destra politica dei decenni trascorsi individuati, criticati e combattuti.

Ancora: le élite di sinistra o radical chic hanno sempre parlato, come loro dogma immutabile e congenito, di populismo mentre del tutto inesistente o forse addirittura inventata è la “reazione” demonizzatrice della destra contro l’innovazione tecnologica. Scontata e ovvia è la sua antitesi alla globalizzazione indistinta e annullatrice.

La terapia è individuata o forse inventata con la cultura liberale popolare, cioè con una “politica che torni ad essere composta da persone integre, che credono nel loro Paese e che abbiano il coraggio di affrontare i nodi storici della nostra economia”.

E’ quasi impossibile definirsi soddisfatti e principalmente partecipi di queste proposte e di queste intenzioni.

D’altro verso non può assolutamente sfuggire e non può non preoccupare che Parisi non abbia mai citato né si sia mai impegnato nel censurare Renzi e la linea seguita dai vari cerchi magici piloti. Parisi non si cura di raccogliere e sfruttare le forti critiche espresse dal profeta ispiratore, tornato ora ufficialmente nella “casa madre”, sulla “campagna referendaria partita male”, sul “Parlamento non degno”, sul “Parlamento straccio”. Se fosse o volesse divenire un oppositore serio, Parisi in questo suo “pistolotto” avrebbe dovuto raccogliere il sogno di Napolitano per l’eliminazione della decretazione d’urgenza e maxiemendamenti, aggiungendo l’altro illiberale, lui tanto sensibile, strumento dei “voti di fiducia”.

Che la confusione sotto i cieli sia massima senza che Parisi se ne accorga è provato da queste palesi incongruenze. Domenica il “Corriere della Sera”, vicino molto spesso e cantore delle gesta ovvero dei vaniloqui del “presidente del Consiglio”, annunziava che “presenterà un nuovo Italicum entro ottobre” mentre il ministro alle Infrastrutture ed ai Trasporti spiegava al quotidiano che il ponte tra Calabria e Sicilia è diventato una delle priorità del governo”. Lunedì invece sempre il solito toscano ha negato al progetto infrastrutturale un rilievo primario e al PD un impegno normativo sul progetto dell’Italicum, a suo avviso “una ottima legge”. “E te credo” esclamano i romani.

Alberto Asor Rosa, in questi giorni di crescente polemica, ha considerato Renzi “una figura di estrema mediocrità politico – culturale”. E’ una valutazione sempre espressa a destra, mai accettata da Berlusconi e innegabilmente rifiutata dallo stesso Parisi.