th-9

 

Antonio Leotti è un personaggio. Non solo perché è uno sceneggiatore di pellicole importanti negli ultimi vent’anni, da Partigiani (1997), lungometraggio a più mani, a Vallanzasca (2012) di Michele Placido; non solo perché ha ripreso e rilanciato l’azienda agricola di famiglia a S.Casciano Bagni (Si), ma perché è uno scrittore raffinato che è partito dai romanzi, Il giorno del settimo cielo (Fandango), per arrivare a saggi brevi sul suo lavoro d’agricoltore come Il mestiere più antico del mondo e, appena uscito, Nella Valle senza nome, pubblicato da Laterza. Proprio quest’ultimo contiene un risvolto politico interessante: l’autore mette a fuoco il ruolo, nella provincia senese, del potere settantennale di Pci-Pds-Ds-Pd, «il Partito più forte del mondo» come lo chiama, il suo impatto sull’amministrazione pubblica e, conseguentemente, sulla vita dei cittadini.

Leotti ma dov’è questa valle, mi scusi. Ed è senza nome per evitare qualche querela?

Ma no, figurarsi. È «senza nome» perché effettivamente non ce l’ha mai avuto un nome, probabilmente per la sua irrilevanza storica, comunque è una formazione collinare che culmina nel monte Cetona e che divide la Val di Chiana dalla Val di Paglia e dalla Val d’Orcia.

Toscana profonda.

Al confine con l’Umbria e il Lazio. S. Casciano dei Bagni è laggiù.

Dove, lei scrive, si vive praticamente in un full immersion di comunismo all’italiana: una lunga ultradecennale prevalenza del Partito più forte del mondo-Pfm.

Qua i sindaci vengono eletti con percentuali plebiscitarie, dal 70, 80%, e sono espressi immancabilmente dal Partito. Situazione legittima e perfettamente legale, certo, ma che denuncia un’oggettiva anomalia e una situazione, dal punto di vista della vita democratica, sospetta.

Sospetta, perché?

Perché questo enorme consenso, nel tempo, è oggettivamente legato al ruolo sociale, ben oltre il mandato politico, che il partito ha sempre capillarmente esercitato e imposto in ogni ambito della vita dei cittadini.

Ossia?

Un partito che fa da ufficio di collocamento permanente per i propri iscritti, per i figli dei propri iscritti e forse anche per i parenti, e che, allo scopo, si è inventato improbabili aziende autonome per la gestione di acquedotti, o per lo smaltimento dei rifiuti, per non parlare della sanità. Tutte cose comprensibili, il manuale Cencelli ne esce monopolizzato, ma è inutile fare gli ingenui, il potere è il potere ed è, ahimé, necessario, lo sappiamo, non siamo nati ieri, ma, oltre un certo limite, questo apparato diventa fine a se stesso, serve solo alle carriere dei fedeli, degli adepti, dei simpatizzanti. Dirigenze gradite al Partito ma anche ad altri poteri

Del tipo?

Tipo la curia arcivescovile piuttosto che la massoneria. A Siena ne sanno qualcosa.

Già che a Siena, di massoneria si parla da un bel po’, qualche anno fa, con un famoso elenco di confratelli eccellenti, medici, professori universitari, politici. E che risvolti ha, Leotti, la presenza di un partito così ingombrante in una realtà dove l’amministrazione pubblica conta così tanto?

Gli effetti sul cittadino che non appartenga a questo sistema di potere, sono talvolta pesanti. Da un punto di vista della cultura politica, il «Partito più forte del mondo» governa adottando le stesse regole cervellotiche della sua discutibile democrazia interna, quella praticata nelle sezioni, insomma, quella che si trova nei regolamenti inutilmente complicati, nella tradizione assembleare, in cui si praticava di fatto l’interdizione e la censura delle idee come pratica normale di potere. Tutto questo, applicato all’amministrazione, ha portato alla compulsiva, dirigistica necessità di legiferare su qualsiasi cosa. Un incubo, mi creda.

Per cui?

Per cui viviamo sotto la legge dello Stato ma anche sotto quella della Regione Toscana, purtroppo.

Facciamo un esempio?

Certo. Tempo fa mio fratello maggiore ha deciso di chiudere l’agriturismo che aveva: una locanda con otto stanze e un ristorantino. Decise di darlo in gestione. Errore fatale. Bisognava fare la variante per classificare l’edificio come urbano, sottraendolo cioè al catasto agricolo, e lì è cominciato il paradossale labirinto disegnato con sadica maniacalità dai nostri amministratori.

E dunque…

Dunque aveva anche trovato un giovane chef che voleva buttarsi nell’impresa, senonché

Senonché?

Senonché ha sbattuto la faccia contro la legge regionale 65 del 2014 , la quale obbliga l’agricoltore che voglia fare un’operazione simile a presentare il fantomatico Piano di Miglioramento Aziendale, detto con trionfale affettazione ed esultanza dei burocrati PMA.

La dicitura spaventa lo ammetto ma, dove stava il problema?

Il PMA pretende che l’imprenditore agricolo stili un documento in cui, al netto di astrologi compiacenti, denunci tutto quello che vuole fare nei prossimi 10 anni, comprese variazioni di ordine edilizio e catastale.

Di questi tempi è come guardare nella palla di vetro.

Il bello è che la legge prevede anche che si firmi un patto d’obbligo, per cui il PMA, che pure può essere modificato, diventa vincolante e fortemente limitativo della stessa libertà civile del cittadino che di fatto non è più in pieno possesso e in disponibilità delle proprietà sostenute. Così mio fratello ha dovuto chiamare un professionista e redatto il documento, pagato l’onorario del suddetto professionista, insomma, tutto a posto. Senonché.

Senoché?

Senonché questo PMA maledetto non si sapeva nemmeno a chi bisognasse consegnarlo. In Comune ci dissero che il destinatario avrebbe dovuto essere una certa commissione regionale che, essendo il consiglio regionale appena rinnovato, non era ancora insediata. Morale: da due anni, l’agriturismo è chiuso, noi paghiamo le tasse, l’amministrazione di fatto ci impedisce di svolgere un’attività legittima. Kafka era un dilettante, al confronto.

Alla luce di questa storia, l’episodio della sua condanna per aver sbagliato a tagliare un pezzo di bosco, con denuncia della Forestale e poi condanna in tribunale, assume dei connotati più normali. Con quella storia comincia il libro e lei si autodefinisce «un criminale».

Certo, perché sbagliare ho sbagliato, l’ho detto subito, va bene, pago una multa, è giusto, infatti ho pagato i miei 1.400 euro, tutto giusto. Ma se penso che per una vicenda del genere si siano dovuti scomodare tre magistrati, con tutto quello che hanno da fare, mi cascano le braccia.

Senta ma che c’entra il modo di amministrare, con la storia del Partitone?

Beh c’è, da un lato, la voglia di legiferare anche sul colore delle mutande delle gente, che è un retaggio di un certo dirigismo un po’ stalinista. Dall’altro, probabilmente l’idea di farla pagare a noi «padroni». Un sadismo vagamente vendicativo che s’è rivelato anche nella recente adozione del Piano di Indirizzo Territoriale-Pit, da parte della Regione Toscana.

Quello famoso dell’assessora e urbanista Anna Marson, che si scagliava contro le «vigne pettinate»

Esatto. Quel piano è un delirio: tratta il paesaggio toscano come se fosse un museo, come se l’agricoltura non esistesse o come se fosse un gioco da fare durante il fine settimana. Come se non ci fossero gli agricoltori, cioè persone, famiglie che cercano tenacemente di trarre profitto dalla terra, di camparci. Un atteggiamento che viene da politici che, evidentemente, non sanno cosa sia l’agricoltura né il paesaggio. O che non si pongono il problema.

Perché cos’è il paesaggio, Leotti?

Il paesaggio esiste se è vivo e se cambia. L’abbiamo fatto noi, gli agricoltori, per secoli, noi sappiamo come si fa. Semmai abbiamo la colpa di non averlo ricordato a sufficienza, di non averlo rivendicato. E poi, per quarant’anni, si costruito ovunque e male poi, di colpo, vincoli paesaggistici, regole severissime, leggi a cascata culminate nel Pit. Insomma, il cittadino è quasi immobilizzato dalle leggi, non può fare quasi più niente, invece

Invece?

La pubblica amministrazione, può tutto.

Tipico.

Per cui a S.Casciano, doveva avevamo un scuoletta pericolante, per qualche decina di ragazzi, perché nel capoluogo vivono 400 persone, a S.Casciano, dicevo, il Comune, facendosi finanziare dalla Fondazione Monte dei Paschi per cinque milioni e mezzo, ha demolito la vecchia scuola e ne ha costruita un’altra, un edificio ispirato a una nave, col fumaiolo, battagliole e tutto il resto. Ma in realtà è un edificio orribile, sembra un relitto più che una nave e nessuno saprà mai perché si sono spesi milioni in un comune in drammatico declino demografico. Per non farci mancar niente, poi, la graziosa fregata è stata costruita un’azienda di Casal di Principe. Non so cosa significhi, né lo voglio sapere, certo in paese si dice che ci piova dentro e che la palestra sia grande come il tinello di casa mia.

Senta, nel libro lei se la prende anche con un certo ambientalismo: racconta cosa ha dovuto passare per abbattere, a sue spese, un boschetto di querce ammalate che, a ogni temporale, venivano giù, per poco ammazzando chi passava.

Un ambientalismo fasullo, finto. Perché un vero pensiero ecologista deve anche farsi carico dei problemi. Mi devi dire, cioè, cosa posso fare. Più spesso è la solita retorica verde, con le solite parole d’ordine trite e ritrite. Quello che mi fa rabbia è che nessuno si rende conto che questa propaganda, così dogmatica e granitica, nasconde in realtà una grande operazione di marketing dei geniali imprenditori che hanno inventato la famosa nicchia di mercato.

Nel libro se la prende con Carlin Petrini, mister Slow Food appunto, citandone un dialogo surreale con Ermano Olmi, in un articolo di Repubblica, in cui fanno l’elogio della agricoltura povera di una volta.

No guardi, fanno proprio l’elogio della povertà. Sono pazzi? Non lo so, ma certo sono due persone che hanno vissuto molto a loro agio nei canoni borghesi della società, uno fa il regista di cinema, l’altro ha costruito un impero su quel poco ideologico che è la gastronomia. Insomma, hanno vissuto da ricchi borghesi, e hanno fatto bene, ma che non vengano a rompere i coglioni con la storia della povertà. Anch’io sono un borghese, conosco bene la malattia infantile della borghesia italiana, questo eterno, provincialissimo gusto dell’essere alla page.

Del tipo?

Mi ricordo le madri miliardarie dei miei amici, con cinque cameriere in uniforme, case a Cortina e all’Argentario, che sfogliavano stancamente Lotta Continua e il Manifesto. Non era una recita quella? Faceva figo essere comunisti, un fenomeno di conformismo simili a quelli che si riscontrano nella classi delle scuole elementari. Me la prendo con Petrini perché ha lo stesso atteggiamento, fa l’elogio della povertà e poi acquista il castello di Pollenzo (Cn), bellissimo peraltro, per la sede della sua, lasciatemi dire, sedicente università del gusto.

Quando il Partito sceglie la via dell’ambientalismo com’è?

A due facce. Feroce nell’amministrare e romanticamente politically correct la domenica da Fazio in tv.

Nel libro racconta del suo dibattito, surreale, con una deputata del Pd senese.

Sì, si vantava di aver presentato un disegno di legge per istituire la Giornata della Civiltà contadine. Roba di fumosa inutilità. Ma poi, che cosa celebriamo? La povertà? Lo sfruttamento che era, allora, bestiale e sistematico? Celebriamo la fatica che ammazzava la gente? Anche qui, dove la mezzadria temperò un po’ le cose, fino agli anni ’70, i contadini vivevano senza il bagno in casa. È quel pensiero che celebra ossessivamente il passato e considera il presente come una schifezza e il futuro come una minaccia. Da qui l’ostilità, agìta, vera, sostanziale, verso la tecnologia e la scienza. Basterebbe guardare al caso Ogm.

Contro cui è scatenato un pensiero oscurantista e antiscientifico. Il «Partito più forte del mondo», che oggi si chiama Pd, ha qualche responsabilità nell’affermarsi di quel pensiero?

Enormi. Lei ha visto la punta di Presa diretta sugli Ogm?

No.

Per la prima volta una trasmissione onesta sul transgenico.

Onore a Riccardo Iacona. E dunque?

In quella puntata, il ministro dell’agricoltura, Maurizio Martina, non s’è presentato, non ha voluto parlare. Perché non sanno cosa dire, letteralmente. Non hanno risposte.

Anche sul nuovo Pd, quello di Matteo Renzi, il fascino esercitato da Petrini e anche da Ermete Realacci col continuo riferimento alla lenticchia di Castelluccio, è forte.

Io credo che Renzi, ancora, su queste cose non abbia messo la testa. Perché non gliene frega niente. Non sono un suo sostenitore, intendiamoci, ma mi pare che meglio di lui, in giro, non ci sia nessuno. Certo che…

Certo che?

Ha stanziato 120 milioni per la ricerca e 400 per il cinema. Come sceneggiatore un po’ me ne vergogno.

Leotti, Che idea s’è fatto del tracollo del «modello Siena», di cui il Partito più bello del mondo menava vanto: università, Asl, Comune, Monte dei Paschi, sono venuti giù uno dietro l’altro.

Mi sono meravigliato che non fosse successo prima.

E perché?

Vedevamo, da anni, le cose gestite male, questa sistematica occupazione del potere da parte di dirigenti con la terza media, tutti yes-man creati dalle scuole di partito destinati, carica dopo carica, a raggiungere i vertici dirigenziali di partecipate, amministrazioni locali, cooperative. Probabilmente, la classe dirigente più ignorante d’Europa. Non poteva durare.

 

( di Goffredo Pistelli da “Italia Oggi”, 19 marzo 2016)