Premessa. Sono nato nel 1966. Ho visto gli anni 70 con gli occhi di un bambino che non poteva andare a passeggio con la mamma in centro perché “gli studenti” manifestavano in piazza. A quindici anni ho iniziato a militare in un movimento giovanile politico che è stato oggetto di una feroce violenza politica che ha volenterosamente ricambiato per affermare la propria agibilità politica. Come se non bastasse, dalla seconda metà degli anni ottanta fino ai primissimi novanta ho frequentato un gruppo di ultras e sono stato testimone attivo (non oso dire attore date le poche comparsate) di alcune delle pagine più memorabili della Curva Sud di Milano. Ho fatto questa lunga premessa per ribadire che ho un’idea precisa di cosa sia un corteo (o un sit-in) non autorizzato (sia politico, sia calcistico), di cosa voglia dire “confrontarsi” con la polizia o gli “avversarsi” (che il più delle volte è sempre la polizia) o di cosa rappresenti la repressione poliziesca, contro chi veramente fa paura al sistema.

 

Sono a Dubai.

Quando posso, cerco sempre di passare dall’ufficio locale della mia azienda. Sono le due e mezzo del mattino e mi sto imbarcando sul volo per Hong Kong. Oggi, venerdì (oramai è sabato), è il primo giorno di weekend nei paesi musulmani e ho passato qualche ora in spiaggia a 40 gradi e spacca. Mentre mi imbarco, prendo il giornale di Hong Kong in lingua inglese e inizio a leggere i titoloni. L’occhio mi cade sulle fotografie di un poliziotto che viene portato via esamine di fronte agli “studenti ombrellati”… leggo il perché, non ci credo, dò la colpa al sole del mattino di Dubai. Dormo.

 

Arrivo a Hong Kong.

È sempre la stessa: mi sarei  aspettato più controlli in aeroporto, invece no. La coda dei taxi è sempre la stessa (il taxista non parla inglese e neanche il mandarino, solo cantonese, il che non mi permette di avere alcun dialogo).

Piove e c’è il sole, Hong Kong è sempre la stessa.

Arrivo in hotel. Dopo essermi sistemato in camera, incontro i miei colleghi cinesi per la cena. (I “cinesi” sono quelli della Repubblica Popolare, da non confondere con i residenti di Hong Kong). Trovo su un giornale di Hong Kong in cinese la stessa foto del poliziotto collassato e chiedo ai miei colleghi di tradurmi la causa … non ci credo, dò la colpa al fatto che non sono abituati a leggere i caratteri tradizionali (Mao negli anni ’50 introdusse una maniera di scrittura semplificata, per facilitare a sconfiggere l’analfabetismo. Macao, Hong Kong e Taiwan rifiutarono questa semplificazione e continuano tuttora a scrivere con i caratteri tradizionali).

Allora provo a chiedere cosa ne pensino di quello che sta capitando. Dato che mi conoscono e, credo, mi stimino, si esprimono (scordatevi che un cinese si metta a discorrere di politica con il primo che passa). Si mettono a ridere. Mi fanno una semplice domanda: i cittadini di Hong Kong non hanno mai votato per il primo ministro, solo per il comune e le amministrazioni locali. Gli Inglesi gli mandavano un “pallido Lord” da Londra senza consultarli, da quando si sono ricongiunti alla madrepatria cinese, avranno la possibilità di votare un numero di persone precedentemente selezionato, cosa vogliono?

Pechino gli ha già concesso 50 anni a statuto speciale. In Hong Kong si è “più liberi”: si può vedere youtube, google funziona, accedere a Facebook, ma non si vedono più le partite del mio Milan o tutti i film e telefilm possibili ed inimmaginabili a costo zero in streaming(come avviene nella Repubblica Popolare). Hanno addirittura parecchi partiti politici e non ci sono le insopportabili e sopprimenti tasse come nella Repubblica Popolare, cosa vogliono?

Danno la colpa alla CIA di aver soffiato sul fuoco dell’antico odio di Hong Kong contro la Cina. Per chi non fosse aggiornato sulle vicende locali, Hong Kong, con il fatto di essere stata una colonia inglese, è sempre stata un’avanguardia: i palazzoni, la metropolitana, la ricchezza. Fino a 20 o 30 anni fa, era normale per gli uomini d’affari di Hong Kong recarsi a Shenzhen, villaggio di pescatori proprio davanti ad Hong Kong, a divertirsi con le cinesi senza soldi e disperate (un po’ come capitava a “noi occidentali” con i viaggi in Yugoslavia). Alla morte del Presidente Mao arrivò Deng Xiao Ping. Fece un giro della Cina in treno. Vide la miseria e decise che tutti i bambini cinesi dovessero avere un uovo sodo a colazione, non importava a quale costo, ma sarebbe stato un obbligo dello Stato. Fece anche tante altre cose (fra tutte dichiarò conclusa la Rivoluzione Culturale). Quando passo da Shenzhen, decise di costruire una nuova Hong Kong. Oggi Shenzhen è molto più ricca di Hong Kong. Adesso sono i ricchi cinesi che vanno a Hong Kong a divertirsi, a portare le famiglie a fare shopping. Fino a 2 anni fa, si poteva “liberamente” andare ad Hong Kong a partorire il secondo o terzo figlio in barba alla legge del figlio unico. “Liberamente” si fa per dire, giacché il parto costava 3 volte di più che quello di un cittadino di HK (pensate se introducessimo la stessa norma in Italia, prezzi maggiorati a seconda del tuo passaporto… Dio mio la Boldrini!).

I cittadini di Hong Kong non sopportano questa perdita di status. La vivono male, odiano i cinesi. Nel gennaio 2012 ci fu un casino di fronte a un negozio di Dolce e Gabbana: un alto funzionario del governo di Pechino stava facendo shopping e chiese di non essere fotografato (in fondo – ma proprio in fondo in fondo – si dichiarano ancora comunisti). D&G fu boicottata e quasi obbligata a lasciare HK. Fece “mea culpa” pubblicamente. In un clima elettrico di caccia al cinese, un bambino della Repubblica Popolare stava mangiando una merendina sulla metropolitana, dove è severamente vietato mangiare (anche se è pieno di negozi che vengono cibarie varie – mah!- mentre è una cosa normalissima farlo sulla metro di Pechino e Shanghai). Un ragazzo di Hong Kong si è alzato e gli ha strappato la merendina, immaginatevi la reazione della mamma “tigre” (e di qualsiasi altra madre). Sarebbe stato tutto chiuso li, con qualche spintone e un po’ di insulti, se “un genio” non avesse postato il video su un sito web, che è immediatamente diventato virale.

Un professore dell’università di Pechino, intervistato dalla televisione nazionale di commentare l’episodio, disse che i cittadini di Hong Kong sono tutti dei “cani” e da cani devono essere trattati, con un bel bastone! (credo non abbia lo stesso concetto che ho io sui cani: io non mi permetterei mai di paragonare un cane ad un uomo, mai attaccherei un cane con un bastone, cosa che invece ho fatto molte volte – e volentieri – con altri “uomini”). Pensate le reazioni a Hong Kong. I Cinesi erano insultati per strada. C’erano canzoni e manifesti che li paragonavano a delle cavallette. Il docente fu obbligato a tornare in televisione due giorni più tardi e a scusarsi. Si scusò. Disse che si era sbagliato, che aveva diversi amici ad Hong Kong: non tutti i cittadini della ex-colonia sono dei cani, ma… la maggior parte sì! Lo humor dei Cinesi, specie quelli del Governo Centrale, non è dei migliori, fu l’ultima sua apparizione in TV e all’università. Ma il fuoco ardeva sotto la brace.

La cena è finita, torniamo in hotel, chiedo a qualcuno se vuole andare a vedere quello che succede a Mongkok, che è solo a tre fermate di metro. Tutti si dicono stanchi, solo uno viene con me: aveva 16 anni quando successe TienAnMen e vuole vedere cosa sia una protesta. Arriviamo nelle famose vie dello shopping. Ci sono dei blocchi per strada: hanno portato dei sacchetti e delle barriere per bloccare il traffico. Difficile dire quanti siano, dato che ci sono molte persone che curiosano e che fanno le foto. Gli “studenti” saranno al massimo 500. In compenso non c’è nessuno nei negozi che compra. Questa è la settimana del primo di ottobre.

La più grande transumanza di esseri umani al mondo è durante il capodanno cinese: si conta che ci siano per lo meno un miliardo di persone in viaggio, tutti tornano a casa a trovare le famiglie e a giocare a mahjong.  A Ottobre, invece, ci si ricorda di quando Mao entrò da vincitore a Pechino e fece il primo comizio in TienAnMen. Il Governo Cinese concede 7 giorni di vacanza che generalmente vengono arrotondati a 2 settimane. In questo periodo non è il miliardo di persone che si mettono in viaggio, ma siamo li.  Tutti in vacanza a fare i turisti, come da noi capitava una volta ad Agosto. E spendono. Tanto.

Una buona fetta (circa 3-4 milioni)si riversa a Hong Kong per lo shopping selvaggio (non ci sono le tasse di importazione come in Cina) e la meta è Mongkok. Oggi non c’è nessuno, ci saranno al massimo un migliaio scarso di turisti, 500 “contestatori” e un migliaio di curiosi. In un normale sabato sera, su Mongkok calano diecimila shoppers. I commercianti stavano aspettando questa settimana da un anno, ci credo che si siano innervositi e che qualcuno si sia messo a tirare sonori schiaffoni agli “studenti”.  Altro che triadi. Quello che mi disgusta di più e leggere (il mio collega mi aiuta con la traduzione) uno striscione che invita il capo della polizia a dimettersi perché non ha difeso gli studenti dall’attacco delle triadi della sera precedente. Scusa? Vuoi fare la rivoluzione e chiedi alla polizia di proteggerti? Hai paura dei commercianti arrabbiati? Con che animo vuoi affrontare uno stato di un miliardo e mezzo di persone?

Osservo i sit-in con occhio critico: non hanno alcuna capacità di resistere ad alcunché, neanche a una signora incazzata che non può fare compere. La polizia è mischiata a loro. Questo mi sembra tutto men che meno un sit-in di contestatori rivoluzionari. Giocano con l’ipad o scambiandosi le fotografie di “Hello Kitty”. Il mio collega ha paura a parlare e a far sentire il suo accento del Nord della Cina. Fermo uno studente. Mi dice che la sera precedente sono arrivate le triadi a picchiarli tutti e che c’era una donna che dava ordini in cinese. (ancora l’odio contro il cinese che affiora). Che il governo e la polizia sono andati a prelevare i picchiatori nelle aree più povere di Hong Kong a maggioranza cinese (e dai…) e che si capiva dal fatto che non parlassero Cantonese e gli hanno offerto denaro 200 Dollari di Hong Kong a testa (20 Euro). Non voglio dire, probabilmente ci sarà stato qualcuno delle triadi, sicuramente qualcuno del Partito comunista che ad Hong Kong ha vissuto in clandestinità per 100 anni, ma molto francamente credo che fossero commercianti incazzati neri che aspettavano questa settimana da un anno.

Poi questa leggenda metropolitana del fatto che parlassero Mandarino mi fa sorridere.

Nel 1955, Mao introdusse la lingua tradizionale, basata sul dialetto di Pechino, detta Putonghua (Mandarino) come lingua ufficiale. Questo per unificare una nazione di un miliardo di persone(all’epoca) – dopo avergli dato una scrittura più facile. In Cina, oltre agli Han, che sono i maggioritari con il 92%, esistono altri 55 gruppi etnici. Le lingue parlate sono oltre un centinaio, anche se le maggiori si raggruppano in 8.Tutti parlano mandarino. Nella regione del Guangdong (l’antica Canton) – dove ci sono circa 105 milioni di abitanti – la lingua materna è il Cantonese … va bene tutto: ma non credo che se Pechino volesse organizzare una spedizione punitiva contro 500 campeggiatori abusivi non riuscisse a trovarne una ventina che non fossero fluenti in Cantonese… ma per favore… Ma l’idea che ne viene fuori mi sembra chiara.

Prima di mezzanotte ritorniamo in Hotel, il mio amico Cinese mi dice che ai tempi di TienAnMen, la polizia non riusciva ad entrare nella piazza e che il presidente russo fu deviato a Shanghai in visita ufficiale, qui la polizia fraternizza e protegge i “manifestanti”.

Domenica sera vado ad Admiralty, nel cuore della protesta. Sono sicuramente tanti, 8/10 mila persone (anche se è difficile capire il numero dei curiosi). Ancora una volta, questa non è una manifestazione, un sit-in. Questo è un campeggio di fine estate (domenica è stata una giornata stupenda sui 30 gradi con una leggera brezza che rendeva molto sopportabile lo stare in spiaggia a rosolarsi al sole) dove tutti si incontrano e ridono felici: non fanno una scritta su un muro, riciclano i rifiuti, seduti per terra non parlano fra di loro ma giocano coi cellulari.

È lunedì, vado a lavorare, incontro i miei colleghi di Hong Kong. Gli mostro la pagina del giornale con la foto del poliziotto collassato. Mi devo arrendere all’evidenza: il poliziotto si è sentito male – portandolo via in barella, come da foto – perché ha avuto un colpo di calore e non aveva bevuto a sufficienza. È sicuramente un fiero atto rivoluzionario. Poi gli chiedo che ne pensano. Tutti sono d’accordo: sono contrari alla protesta. Pensano che in fin dei conti come cittadini di HK hanno una maggiore autonomia della Cina e molto meglio dei tempi del colonialismo… Hanno paura che se Pechino si incazzi veramente ne rimetta l’economia (e il commercio) della città. E che poi nessuno è un leader in piazza. La gente ci va per far casino (io ho un’altra idea sul perché ci vadano).

E allora parliamo del leader: Joshua Wong. Lo chiamano leader rivoluzionario, è stato paragonato a Che Guevara… Boh! È il classico secchione, occhialuto, sfigato che continua a ripetere che lui vuole fare la rivoluzione pacifica, riciclando i rifiuti ed organizzando campeggi abusivi. Non vi fate impressionare dai numeri: cento mila persone, in una città di otto milioni e in una nazione di un miliardo e mezzo hanno una dimensione differente.

 

Mi direte che noi che abbiamo sognato “la rivoluzione”, non ci siamo riusciti e magari lui ci riuscirà. E poi che questa è Hong Kong e le cose sono diverse. Magari si, vedremo… comunque vorrei citare la seguente frase: “革命不是請客吃飯,不是做文章,不是繪畫繡花,不能那樣雅緻,那樣從容不迫,文質彬彬,那樣溫良恭儉讓。革命是暴動,是一個階級推翻一個階級的暴烈的行動”. Per chi ha meno dimestichezza con le lingue, aiuto a tradurre. “La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra”. E queste sono parole di un signore che qualche anno fa pochi chilometri più a nord la sua rivoluzione la fece e la fece tutta. Se queste sono le avanguardie rivoluzionarie, allora l’imperatore celeste Xi può dormire sonni tranquilli su a Pechino.

Potrò sbagliare, ma per me questi sono dei ragazzi esuberanti, come lo sono tutti – più o meno – alla loro età, che possono fare cose i cui padri neanche si sognavano di pensare e che aizzano solo ed esclusivamente l’odio dei “decaduti” di Hong Kong contro i cinesi, novelli padroni della città, il suffragio universale è solo un corollario. Tutto il resto lo fa la CNN, che non vedeva l’ora di aprire un nuovo fronte contro il maggiore degli alleati di Putin.

 

D’altronde questa è Hong Kong, quella che conosciamo, sempre la stessa: una città stupenda, forse la (o una delle) più belle al mondo. Con i suoi grattaceli puliti del Financial District – che sembra Tokio -, con le strade affollate di Mongkok e l’odore penetrante del “Tofu puzzolente” che ti entra nelle ossa assieme alla pioggia battente – che sembra Shanghai – ed infine con le spiagge bianche bordate dell’azzurro del mare e del verde delle colline dei Nuovi Territori – che sembrano i Caraibi o la Tailandia -, e il tutto a 60 minuti di distanza l’uno dall’altro. Dove c’è una delle migliori varietà di ristoranti di tutta l’Asia intera. Dove ci sono due set di bastoncini a testa: uno per se (nero) e uno per prendere dal piatto di portata (bianco) – e se uno non è mai stato in Cina non può apprezzare in pieno questa sottigliezza. Dove se uno ha un semplice raffreddore, si mette la maschera chirurgica in faccia per evitare di spargere i germi. Dove la gente ha paura della propria ombra e dove non prenderà mai una decisione in autonomia, figuriamoci sulla possibilità di autodeterminarsi.

 

Oh… poi magari domani scoppia la rivoluzione e mi sono sbagliato tutto.