Io, della “politica a favore degli ultimi”, ho sempre diffidato; diffidenza che – con il passare del tempo – si è conformata in disgusto. Perché la finta, verbale, carità pelosa é il marchio di fabbrica di ogni fallimentare socialismo; non ha mai sollevato le sorti di alcun disagiato; non è in grado di proporre soluzioni di sistema; utilizza fiumi di denaro pubblico, cumulato depauperando i contribuenti con tasse abnormi, con il risultato di lasciare gli “ultimi” nella loro posizione ed arricchire – piuttosto – proprio chi di quelle risorse sottratte ai legittimi proprietari si fa tramite.

Generazioni di politici, tutti quelli di sinistra e – ahimè – pure troppi di quelli che inspiegabilmente si professano di destra, hanno costruito carriere sulla demagogia assistenzialista, sulla retorica redistributiva, sull’intervento pubblico, che altro non è se non la volontà di mantenere in condizioni di dipendenza dalla magnanima elargizione del potente di turno orde di elettori, che per mantenere le indebite – e risibili – elemosine, garantiscono consenso elettorale al satrapo dal cuore così compassionevole e misericordioso.

Da noi il tessuto sociale è permeato da questa esaltazione dell’accattone; letteratura e cinematografia degli ultimi decenni hanno costruito una narrazione nazionale per cui lo straccionismo è la condizione caratterizzante da elogiare, contro la sordida e sempre colpevole manifestazione di agiatezza. Da Verga a Silone, dal neorealismo a De Filippo a Olmi a Fellini e Pasolini non c’è stata produzione conclamata che non avesse come obiettivo quello di ergere a campione di virtù il disagiato, il disadattato, l’indigente, l’ignorante; e pure le rarissime produzioni televisive che narrano le gesta di capitani d’industria, vedono luce solo se riescono a farne primeggiare un inatteso aspetto filantropico, sia mai che la capacità di produrre ricchezza finisca per corrompere l’animo di qualche prossimo aspirante al reddito di cittadinanza. Nella terra di Michelangelo, Leonardo e dei più grandi pittori e scultori della Terra, che hanno saputo produrre e tradurre bellezza nell’opulenza del pensiero, pure l’immagine assunta ad icastica rappresentazione comunitaria é quella del gruppo di disperati dipinti da Pellizza da Volpedo.

E la politica, ovviamente, agevola e favorisce questa condizione che culturalmente deresponsabilizza l’individuo, legittimandone il livore e l’invidia verso chi sta più in alto nella scala sociale; escludendo anche solo il periglioso pensiero che chi sta meglio lo debba a maggiore impegno e capacità.

Così si nazionalizzano aziende improduttive, rendendone eterne le perdite e non perseguibili i responsabili; si giura ai giovani la possibilità di garantire loro pensioni future di cui anche l’ultimo dei contabili sa leggere sin d’ora l’impraticabilità; si rende impervia e contrastata la strada verso la libera impresa; si colpevolizza la capacità reddituale; si demonizza la proprietà patrimoniale; si alimenta il senso di colpa per cui la cosa bella va tenuta nascosta per non urtare la sensibilità di chi non se la può permettere, il conduttore televisivo è mediaticamente massacrato perché dispone dei suoi peraltro conosciuti guadagni per portare la famiglia in vacanza esclusiva, il personaggio pubblico è sempre meglio che assuma una postura triste e dimessa per non essere tacciato di insensibilità.

E si cresce un popolo di smidollati, falsamente convinti di poter avere tutto perché lo Stato lo deve loro garantire; senza che nessuno si curi di informarli che lo Stato, i quattrini per fare qualunque cosa, li deve sottrarre d’imperio a chi li produce. E mai, mai, nessuno di questi interventi ha risollevato le sorti di un’azienda, di un territorio, di una comunità, di una famiglia. Piuttosto, il susseguirsi di queste scelte, ha disarmato le ambizioni personali, ha massificato l’ignoranza, ha costruito il sogno prima dell’impiego pubblico (elevato in intere aree di territorio a vera e propria merce di scambio elettorale) ed ora della paghetta di Stato per rimanere a casa a far nulla (o, più verosimilmente, per arrotondare i proventi del lavoro nero).

Nel frattempo il sistema scolastico ha perso competitività internazionale, perché l’attenzione ed il dibattito sono circoscritti al numero di precari e bidelli da assumere, piuttosto che sul modo per far crescere passione verso il sapere e riconoscimento del merito agli insegnanti più capaci. E i nostri imprenditori (i pochi pazzi ancora rimasti) fanno carte false per trasferire l’attività in paesi in cui burocrazia, giustizia e fisco non siano costruiti con l’esplicito intendimento di penalizzarli.

Ecco, per tutto questo e molto altro ancora che vi risparmio, comunico di aver perso ogni residua tolleranza verso l’esercito dei “soccorritori degli ultimi” in servizio permanente effettivo.

Perché gli ultimi resteranno inesorabilmente tali, sinché non verranno create condizioni per cui – non dico i primi, che se la cavano sempre e comunque- ma almeno i secondi ed i terzi non potranno investire, rischiare, costruire; e produrre quella ricchezza (sotto forma di creazione di opportunità di lavoro, realizzazione di opere, modernizzazione del sistema, circolazione del danaro) che davvero potrebbe ricadere sui bisognosi in modo assai più diretto e consistente di quanto non possa mai fare alcun obolo pubblico, dietro il quale si celano sempre sprechi di spesa e crescita di un debito di cui si continua a nascondere l’effetto per le prossime generazioni.

Basta, quindi, coi sacerdoti del barbonismo e con i professionisti dell’assistenza finanziata; basta con gli invidiosi inconcludenti. È ora di dichiararvi guerra, con fierezza e convinzione, disconoscendo ogni finto moralismo pauperista; è ora di combattervi con intensità e carica al cui confronto le azioni di Trump sembreranno bagattelle di un’educanda; è ora di mettere aspirazioni e capacità dell’individuo in testa agli investimenti legislativi, strutturali e culturali di un paese martoriato ed intriso dal magma del pensiero cattocomunista che ne ha permeato i gangli vitali e la stessa (in)coscienza diffusa. È tempo di restituire dignità e credito alla conoscenza, autorevolezza al saper fare, responsabilità e primato a chi riesce a farsi carico della crescita, fierezza dei propri risultati; restituendo nel contempo credibilità, nobiltà e premialità a filantropia e solidarietà, se condotte con risorse proprie e nella discrezione che si impone alle circostanze.

E se qualcuno, fra chi mi segue, dovesse sentirsi colpito o adombrato dalle mie parole, togliamoci subito il reciproco disturbo, perché siamo evidentemente troppo distanti per poter comunicare.

Ah, quasi dimenticavo, buon anno a tutti