La “rivoluzione culturale” maoista, la grande follia rossa costata due milioni di vittime, per i mandarini di Pechino resta un argomento tabù. Lo conferma il brusco ritiro dal Festival di Berlino del nuovo film di Zhang Yimou (senza dubbio il miglior regista cinese) ambientato in quei drammatici anni. I produttori hanno annunciato due giorni fa che la pellicola non sarebbe stata proiettata per non meglio precisate “ragioni tecniche incontrate dopo la produzione”. In realtà è arrivato il veto del governo.

Per il Partito Comunista Cinese è complicato affrontare (e tanto più discutere) la durissima battaglia, una vera e propria guerra civile, fra le Guardie rosse – giovani manipolati da Mao Zedong e la “banda dei Quattro” – e l’esercito, terminata solo con la morte del “Grande Timoniere”. Il bilancio fu pesantissimo. Tra il 1966 e il 1974 vennero perseguitati e uccisi veri o presunti oppositori di Mao, religiosi di ogni fede, borghesi, elementi “antisociali” mentre gli universitari, professori e intellettuali furono trasferiti a forza nelle campagne a “imparare dal proletariato contadino” . Insomma lavori forzati per chiunque sapesse leggere e scrivere.

Fu il destino anche di Zhang Yimou. Non a caso la sua pellicola “Un secondo” — il racconto di un uomo in fuga da una fattoria-prigione — vuole essere un omaggio ai milioni di cinesi stritolati dal “tempo del grande caos”. Troppo per la censura di Pechino: il Dipartimento di propaganda del Partito non ammette nessuna critica alla storia del Partito comunista cinese. Nemmeno da un grande artista come Zhang.