Mari agitati in Asia e previsioni fosche a Washington. All’inizio di gennaio è stato diffuso il rapporto 2014 dell’US China Economic and Security Review Commission del Senato americano. Il dossier ha analizzato il processo di modernizzazione delle forze armate cinesi e ha sottolineato in particolare il deciso rafforzamento della marina di Pechino. Secondo gli esperti statunitensi, la flotta cinese — se manterrà i suoi attuali ritmi di crescita, oltre cinquanta nuove unità all’anno — dal 2020 disporrà di un numero di navi superiore a quella della US Navy. Accanto allo sforzo industriale, gli analisti hanno evidenziato l’aumento delle attività addestrative e operative: le missioni oceaniche del Dragone sono passate da sei nel 2007 a 25 nel 2013 e a 28 nell’ultimo anno, con una presenza costante nelle “blue waters”.

Ad inquietare ancor più senatori ed ammiragli nord americani (ma non solo loro) è il consolidamento della collaborazione tra le marine di Mosca e Pechino: nel 2015 sono previste due grandi esercitazioni navali cino-russe nel Pacifico e nel Mediterraneo, l’ex Mare nostrum.  L’attivismo della Repubblica popolare sta inquietando anche l’India. Le continue crociere dei sottomarini nucleari cinesi attorno allo Sri Lanka e gli ancoraggi delle unità di superficie nei porti dell’isola hanno insospettito Delhi. Secondo gli indiani nel mirino della Cina — partner molto generosa del governo di Colombo — vi sarebbe la vecchia base britannica di Trincomalee, l’unico porto dell’area accessibile a navi d’ogni tonnellaggio. Per rimarcare il proprio disappunto, il governo indiano ha stretto una serie d’accordi militari con il Vietnam, uno dei nemici storici di Pechino, anch’esso impegnato in un costoso piano di riarmo navale imperniato sulla realizzazione di una flottiglia di sottomarini e moderne unità missilistiche.