A me non piace Trump, se non per l’aspetto che mantiene le promesse. Non mi piacciono nemmeno Obama e la Clinton. Non mi piace l’establishment americano nel suo complesso, ne’ quello di oggi, ne’ quello di ieri. Perché non mi piace il capitalismo e aborro il puritanesimo, che misura la virtù con il denaro ed il successo. Wall Street è il
nuovo Tempio dei moderni farisei, che chiamano democrazia i loro appetiti. Un sistema “che giudica e manda, secondo che avvinghia”: in Paradiso chi l’avvantaggia, chi lo serve; all’Inferno chi non si prona.

Ai Furio Colombo, ai Severgnini, alle Botteri, ai Capranica et similia, invece, piace il sistema, adorano il Tempio, esaltano la democrazia, ma odiano Trump, perché strappa il velo, toglie le mutande, mostra le pudende. Non
nasconde la concupiscenza, carnale o finanziaria che sia, sotto la scrivania della Casa Bianca. Non ha l’eleganza di Clinton, tantomeno di Kennedy. È rude, volgare, palpeggia  ostentatamente. E poi, imperdonabile!, ricicla parole che sono bestemmie ai delicati orecchi dei progressisti in genere, di quelli nati in Italia, in specie: patria, nazione, legge
e ordine, sicurezza. Come un Salvini o un Grillo qualsiasi.

Davvero è troppo, per le  “anime belle” della tribù sedicente intellettuale nostrana, in giostra perenne fra New York, Londra, Parigi, Roma e Milano, quasi sempre in conto spese di enti o istituzioni mantenuti dai contribuenti, cioè da noi comuni mortali che paghiamo le tasse, da loro in genere eluse ed evase.
L’intensità dei loro deliri giornalistici e televisivi, grondanti menzogne e livori, contro Trump, contro Le Pen, contro i ” populisti”, i ” sovranisti”, i “nuovo fascisti”, più che  indignarmi mi rallegra. Avvertono anche loro che il mondo sta cambiando, che gli “establishments” sono al tramonto, e che il tramonto potrebbe non essere incruento.
E che questa volta non servirà cambiare gabbana, come molti di loro o loro ascendenti riuscirono a fare tanti anni fa.