Parafrasando la celebre pubblicità in voga negli anni ’90, si può dire che una telefonata prolunga la morte. Il tanto celebrato contatto telefonico – post-assoluzione – tra Berlusconi ed Alfano rischia infatti di far smarrire il senso di quanti parlano, a torto o a ragione – della necessità di “ricostruire il centro-destra”.
La sommatoria delle sigle in cui si è scomposto l’ex PDL non avrebbe, allo stato, alcun senso politico; e chiunque prendesse quella strada confermerebbe che la sua stella polare sono solo e soltanto le vicende giudiziarie di Berlusconi, a nulla valendo le opzioni e le scelte che dovrebbero motivare il sincero impegno nella cosa pubblica.
La realtà, per chi ha a cuore il futuro da offrire ai milioni di italiani alternativi alla sinistra, è che va definitivamente celebrata la fine dell’esperienza nata nel 1994, alla luce di due elementi che non possono essere taciuti:
1) La rivoluzione promessa vent’anni fa, che fece breccia nel cuore degli italiani, è fallita. Lo Stato non è stato liberato dai vincoli della burocrazia, dal condizionamento dei sindacati, dal ruolo determinante dei poteri forti (banche, finanza internazionale, massoneria…). Spesa pubblica e pressione fiscale non solo non sono state ridotte, ma addirittura sono aumentate. Sotto il profilo culturale, non si è sfruttata l’occasione per modellare una società in cui senso di responsabilità ed affermazione del merito facessero argine contro il relativismo da cui – purtroppo – anche molti fra noi hanno accettato di farsi travolgere. Soprattutto, non si è stati capaci di riconsegnare alla Politica quella dignità sottratta dal ciclone di Tangentopoli sulle cui macerie – è bene ricordarlo – nacque l’ambizione riformatrice che rese possibile l’affermazione del centrodestra.
2) L’uomo che ha incarnato il ventennio è giunto al capolinea. Questa stagione è stata così conformata – nel bene e nel male – alla sua figura, da rendere impossibile un semplice proseguimento di quell’esperienza senza di lui. Nè – peggio ancora – si può pensare di riproporlo a simulacro di se stesso, quale totem all’ombra del quale far proseguire il proficuo gioco di intrallazzi di qualche mediocre faccendiere. Berlusconi – sia detto per amore di verità e senza alcun intento recriminatorio – ha concluso la sua stagione politica, perché non ha più né la condizione anagrafica né la congiuntura politica per ambire a riassumere il ruolo che pure per 3 volte (1994, 2001 e 2008) gli italiani gli conferirono con il voto. La sua sopravvivenza come soggetto politico poggia ormai esclusivamente sulla propria necessità di ergersi come interlocutore inevitabile di un governo cui non a caso strizza l’occhio anche quando finge di fare la voce grossa, per tutelare interessi legittimi, ma altrettanto nettamente privati. E, come Crono che divora i suoi figli per evitare di esserne spodestato, così oggi Silvio non si cura di rappresentare – egli stesso – un vincolo alla concreta possibilità di costruire qualcosa di nuovo. E se anche è innegabile che ancor oggi lui è quello che raccoglie più consensi, bisogna riconoscere che non ne conseguirà mai più a sufficienza per vincere e rappresentare una vera alternativa alla sinistra, renziana o meno che sia.
Come potrebbe essere credibile oggi la somma di tante debolezze, con la riproposizione degli stessi leaders e di parole d’ordine ormai svuotate di credibilità?
La novità non può essere rappresentata dall’odierna Forza Italia, al cui interno si sta consumando una guerra distruttiva tra chi vuole mantenere il proprio ruolo di potere alla corte dell’imperatore – pure sfiancato da mille battaglie – e chi prova a liberare l’azione politica da un cerchio magico sempre più caricaturale.
Non è attrattivo il Nuovo Centrodestra, che ancora non riesce a superare l’immagine della scialuppa di autoconservazione di poltrone da parte di chi, per mantenerle, non ha esitato a dileggiare il “satrapo” dopo averlo troppo acriticamente venerato per 4 lustri.
Nè risulta sexy – bisogna avere il coraggio di riconoscerlo – l’operazione di Fratelli d’Italia, che ha provato forse fuori tempo massimo a ricostruire l’ambito di una destra politica aperta al confronto con i “moderati” sottovalutando l’insuperabile portato di storie, litigi, invidie e piccinerie di un mondo che non ha avuto la forza di riprendersi dalle macerie in cui si è lasciato colpevolmente condurre da un altro presunto condottiero, che per carità di Patria neppure voglio nominare.
La verità, per essere realistici, è che è giunto il momento di resettare tutto. Insegne, strategie, protagonisti.
E’ tempo che una nuova classe dirigente sappia costruire un progetto basato su parole di semplice buonsenso. Che si rivolga agli Italiani che non dubitano sul fatto che per avere un figlio si debba essere un uomo ed una donna (dalla nascita, intendo, e non per effetto di chirurgia “applicativa” o “sottrattiva”); che pensano che chi manifesta coperto da un casco e armato di mazze sia un delinquente senza alibi; che la droga è per i falliti e che lo Stato debba sempre combatterne la diffusione; che una famiglia non può lavorare solo per finanziare la spesa pubblica; che se le carceri sono piene non si fanno amnistie per svuotarle, ma se ne costruiscono di nuove; che se uno straniero vuole stare a casa nostra senza declinare le generalità e rispettare le regole va cacciato a pedate nel sedere; che lo Stato deve lasciare i cittadini liberi di rischiare, lavorare e guadagnare senza che questo sia una colpa; che la dignità internazionale dell’Italia vale sempre più dell’interesse di qualche imprenditore più o meno filo-governativo; che si sta per scelta e convinzione in Europa solo se si è trattati da pari fra tutti; che se un magistrato sbaglia deve pagare come un medico o un autista di autobus. E tanto altro ancora.

Un progetto, soprattutto, in cui sia negato domicilio a quanti si sono macchiati di reati contro lo Stato e il bene pubblico; in cui chi è sospettato – in modo consistente ed argomentato – di corruzione, concussione, interesse privato o peggio di associazione mafiosa, stia fermo un giro in attesa di dimostrare la propria estraneità. Perché la rappresentanza politica deve incarnare l’etica della moralità.
Dopo, solo dopo aver disegnato il modello di società cui ispirarsi ed aver definito i confini dell’area politico-culturale, si potrà parlare di sigle, simboli, coalizioni, nomi e modalità di scelta delle leadership.
Se non si antepone il “cosa” al “come”, che senso ha stabilire le regole di ingaggio? E perché si dovrebbe preferire Alfano alla Meloni o Salvini a Fitto?
E soprattutto, perché dovremmo credere che agli italiani – cui mancano le risposte di base – dovrebbe interessare se si fanno le primarie, le secondarie o le terziarie, o se alle stesse devono partecipare tutti, o solo gli iscritti o solo i biondi con gli occhi azzurri? “Per fare che?”, è la prima domanda che sorge spontanea.
E’ una storia intera, quella che va riscritta; è un racconto dell’Italia che vogliamo, e di come intendiamo realizzarla a dispetto degli errori passati da cui trarre insegnamento, ciò di cui dobbiamo far innamorare gli italiani. E’ il momento di avere coraggio, rinunciare a qualsiasi rendita di posizione, aprire le porte a chi vuole proporre, elaborare, impegnarsi sul domani. Azzerare tutto per dare spazio al nuovo.
Chi ci sta, alzi la mano. Tutto il resto è sterile tatticismo autoreferenziale, peggio che noia.