Giovedì sera, è deceduta nel carcere turco di Silivri, dopo 238 giorni di sciopero della fame, l’avvocato Ebru Timtik. Lei, strenuo difensore dei diritti civili, era stata condannata a 13 anni e 6 mesi per il suo impegno giuridico e sociale.
La Turchia del tiranno Erdogan continua la sua inarrestabile caduta verso l’oscura repressione di ogni pensiero e di ogni figura non corrispondente alla sua visione islamista radicale.
Nel 2018, dopo un processo farsa, venne condannato all’ergastolo senza condizionale il giornalista Ahmet Altan, che è attualmente sepolto vivo in qualche carcere di massima sicurezza.
Prendo loro come esempi, i due simboli della legge e della parola silenziati nella morte e nella prigionia.
Mentre Di Maio si preoccupa della Bielorussia, sempre che sappia dove sia, accogliendo con il sorriso da maggiordomo l‘esponente cinese, e la Boldrini della discriminazione del termine avvocato invece che avvocata, e il sedicente Pontefice subisce con imperturbabile viltà la profanazione delle chiese cristiane, c’è chi muore fisicamente o socialmente per difendere anche le nostre libertà.
Dall’invasione dell’Ungheria del 1956 a quella della Cecoslovacchia del 1968, l’Europa ha sempre mostrato il suo scadente valore etico. Anzi, di fronte a queste due tragedie storiche, il nemico interno rappresentato dal blocco comunista ha addirittura sostenuto la causa degli invasori, tirando in ballo quella difesa della democrazia stravolta nei termini e nella sostanza. C’è da dire che simili posizioni avevano un proprio spessore ideologico, seppure infarcito di cinismo e di sangue.
Oggi, invece, l’assenza di posizione critica e la tolleranza pavida di fronte allo spietato regime di Erdogan sono definibili all’interno di una doppia caratteristica dei portavoce istituzionali: da un lato, l’ignoranza grossolana delle problematiche geopolitiche e della pericolosità ideologica dell’interlocutore; dall’altro, di una accondiscendenza suicida alle operazioni di carattere economico e finanziario contro l’Europa e l’Italia che malamente rappresentano.
Mentre continua la campagna di attenzione per Giulio Regeni contro l’Egitto, la cui verità è blindata nell’omertà di Cambridge, per lo sforzo sentimentale e onesto di molti, e la strumentalizzazione in malafede di alcuni, nei confronti della Turchia muto servilismo.
Femministe, clero, opposizioni, gazzettieri e intellettuali in mediocre e codardo silenzio.
Ebru Timtik non deve essere morta – uccisa – invano. Come è scritto nel sottotitolo del libro di Altan “Non rivedrò più il mondo”: “Potete mettermi in carcere, ma non potete tenermi in carcere. Perché come tutti gli scrittori, faccio una magia. Passo attraverso i muri”.
Facciamo anche noi la magia di superare insieme il muro della reticenza e della complicità, affinché il nome di Ebru Timtik diventi il simbolo della lotta civile contro l’oppressione fondamentalista.