Quella che viviamo oggi e’ comunque una fase di trasformazione, anche al netto della vittoria della compagine governativa del 14 dicembre, e dello stesso auspicio che il  trambusto che coinvolge la politica odierna possa essere agevolmente superato.

Verrà una nuova stagione politica in cui le alternative saranno altre rispetto al pro/contro Berlusconi, cui la semplificazione mediatica sta provando a circoscriverci, ed in cui le due principali opzioni politiche nate dallo pseudo bipolarismo della seconda Repubblica si dovranno confrontare sulla capacita’ di governare una società’ radicalmente diversa. Dove gli interventi pubblici avranno dei limiti imposti tanto dalla ristrettezza delle risorse quanto dal crescente condizionamento di organi sovranazionali.

Noi, provenienti dall’esperienza della destra italiana, rischiamo di esserne tagliati fuori, se cadessimo ingenuamente negli stereotipi nei quali e’ interesse di altri limitarci. Quelli con la faccia sempre truce, che strillano, che si concentrano su battaglie di bandiera che magari ci gonfiano il cuore ma non interessano la gran parte della gente: il caso Battisti, la difesa aprioristica della divisa, un patriottismo di facciata che non propone alcuna opzione attuale e più pratica del “bacio alla bandiera”, il ringhio contro Fini solo perché e’ traditore, senza rispondere alla provocazione di attualizzare le nostre proposte. A Fini, nel lungo periodo, dovremo continuare a saper contestare non tanto il fatto di aver voltato la spalle a Berlusconi (circostanza oggi primaria ma contestualizzabile alla contingenza) quanto la scelta di abbracciare le idee avverse pur di provare a brillare di luce propria.

Insomma non dobbiamo rischiare di divenire quelli che nella migliore tradizione delle strategie di guerra vengono “montati” ad arte per concentrare l’attenzione su un campo diverso da quello in cui si combatte la battaglia decisiva.

C’e’, in questi ultimi mesi, una percezione diffusa della necessita’ di dare un vero taglio con la società asfittica dell’Italia di oggi. In questo senso possono essere interpretati i numerosi fondi natalizi di Romano, Galli della Loggia, Battista, Veneziani, Monti, Panebianco, addirittura Sartori, con una interessante opera di responsabilizzazione attuata dal Corriere della Sera nelle ultime settimane, magari con fini opposti ai nostri, ma che comunque hanno avuto il pregio di aprire un dibattito sugli scenari futuri di una Nazione giunta ad un punto di svolta, denunciando l’assoluta inattualità della sinistra odierna, pur senza scontare alcuna critica al centrodestra che ha perso tante occasioni di definitiva affermazione in questi anni.

Noi dobbiamo essere protagonisti della trasformazione contenutistica di quello che sara’ il centrodestra. Dobbiamo avere la forza di aggredire per davvero le consorterie e i sindacalismi imperanti, di combattere senza infingimenti gli istinti alla conservazione, sempre forti in chi ritiene di mantenere un briciolo di potere sia pure in un sistema che appare rallentato da vicende che entrano nella politica solo in maniera strumentale.

Forzare un vero rinnovo dei patti sociali e istituzionali. Capire che il mondo va, ci piaccia o no, verso una sorta di precariato permanente, in cui gli sforzi per premiare chi si impegna vanno sempre assecondati; partecipare alla scrittura veloce dei decreti attuativi della riforma Gelmini; appoggiare il tentativo di Marchionne di archiviare lo strapotere del sindacato centralizzato; avviare la liberalizzazione dei pubblici servizi senza dare alcuna tutela alla P.A., anche se qualche nostro amministratore ci resterà male. Buttare a mare tutti gli orpelli di un proto ambientalismo di facciata (che spesso ha lambito anche le nostre spiagge) e imbracciare uno spirito attivo nella politica delle infrastrutture, dell’energia e della modernita’ che non si faccia mai condizionare dalla sindrome di NIMBY, anche quando li’ albergano alcuni potenziali elettori. Alleggerire il peso dello Stato, senza coprire chi usa il proprio ruolo per scopo clientelare, o confondendo l’impiego pubblico in ammortizzatore sociale. Contestare il tanto che non va nell’attuale sistema di welfare, senza fingerci novelli difensori dei disadattati, che spesso legittimano i peggiori malfattori a creare strutture intermedie che ne divorano le agevolazioni. Non aver paura di sostenere che il nuovo welfare non e’ più fatto di assistenza ma di opportunita’ di investimento e di rendita di capitali che potranno essere destinati a offrire servizi ad un popolo che invecchia, che non fa figli, che muore in solitudine e spesso in condizioni di non autosufficienza. Favorire un modello di società in cui ci sia davvero sempre meno pubblico e sempre più privato in azione, lasciando alla politica il solo compito di regolamentare.

In questo, il nostro essere di destra può trovare traduzione nel senso di responsabilità della classe di governo, nel recupero della dignità del ruolo pubblico, nella riassunzione di una dimensione etica dello Stato che – senza scomodare l’impostazione gentiliana – ci induca a difendere il diritto della politica di operare delle scelte anche in ordine al modello di società che si intende sviluppare (in questo senso, alcune battaglie condivise con il mondo cattolico possono essere serenamente sostenute anche da chi – tra noi – non intende dare alla sua azione alcun significato confessionale). E’ il primato della politica il valore che dobbiamo far riemergere ed accettare.

Sono scelte che spaccano, ma per cambiare non c’e’ spazio per compromessi o per mezze misure. Oggi l’elettorato di cdx potrebbe ancora essere disponibile a sacrifici, se vede che le cose cambiano davvero, ma certo non ci perdonerà oltre la mancata trasformazione dello Stato e delle regole della civile convivenza.

Soprattutto, sono convinto che questo sara’ il vero dibattito del futuro, nel quale non vorrei essere solo uno spettatore limitato dal ruolo dell’ex missino centralista e patriottardo, la cui unica ricetta economica e’ quella delle corporazioni e che si accontenta di sentir chiamare Patria l’Italia anche da chi proviene da percorsi differenti.

Il vero rischio, agli albori di quest’epoca di trasformazione, e’ che noi – per amore delle logiche interne di partito che da sempre ci appassionano piu’ di ogni altra cosa – si finisca invischiati nelle bizantine discussioni sugli organigrammi, le quote, le alleanze e le inimicizie, parlando un linguaggio sempre piu’ circoscritto all’interesse di pochi addetti ai lavori. perdendo cosi’ di vista il senso, la priorita’ e le opportunita’ delle vere sfide che la politica deve affrontare.

Non vi e’ dubbio, tra l’altro, che anche nel nostro stesso partito e’ forte l’interesse di molti a rappresentarci così: dei vecchi politicanti innamorati di un mondo autoreferenziale. E su questa base, senza una nostra reazione costruttiva, si determinerebbe la nostra progressiva esclusione dai centri decisionali.

Invece, se la destra e’ nata storicamente prima dei movimenti moderati o comunque li si voglia chiamare oggi, ciò non significa che i suoi attori siano più vecchi, tanto anagraficamente quanto per capacita’ di rappresentare le istanze della modernità. Dobbiamo saper dimostrare che il venire da lontano e’ proprio ciò che ci consente di capire in che modo interpretare i bisogni, perché siano efficaci ed al passo dei tempi senza in questo abbandonare un patrimonio valoriale senza il quale anche il miglior politico e’ solo un modesto amministratore.

Paradossalmente, forse il miglior modo di assumere un ruolo davvero protagonista, può essere quello di smettere di dichiararsi la destra del partito, ma di esserlo concretamente nei fatti, dettando l’agenda, lanciando provocazioni culturali, proponendo soluzioni moderne, mischiandoci con chi ha avuto una storia differente ma con cui vogliamo averne ora una comune, senza settarismi o nostalgie.