Chi mi conosce sa che non sono tipo da difendere ciecamente la propria parte, qualunque cosa accada.
Fui il primo, a lungo inascoltato se non ostracizzato per questo, a dire dall’interno di AN che Fini ci stava snaturando (forse alcuni ricordano giá nel 2003 una visita a Milano dell’inquilino monegasco, in cui lo accolsi con un mio giornalino – l’Archimede, il “papà” di destra.it – attaccandolo esplicitamente per le sue idee malsane); nel PDL ho spesso denunciato la scarsa attenzione verso ingiustificate ricchezze e atteggiamenti poco commendevoli di alcuni colleghi di partito; anche oggi, in Fratelli d’Italia, non sempre condivido tempi e modi di azione del partito che pure ho contribuito a far nascere.
Sará forse che la sola idea di essere definito “partigiano” mi provoca l’orticaria, ma credo di essermi costruito una certa credibilità nel formulare giudizi imparziali.
Ora però, a tutto c’é un limite.
Dalla chiusura delle urne domenica sera in poi, é tutto un florilegio di scritti, interviste, dissertazioni, apodittiche affermazioni di quanti rimpiangono la mancata ricostituzione di un soggetto di destra.
Senza tema di smentita, voglio qui tracciare un breve profilo di quanti ci propinano lezioni di “destrismo” duro, puro e immarcescibile.
Ci sono quelli che hanno calcolato di ambire a ruoli di governo o sottogoverno restando in scia ad Alfano e Lupi, ed oggi lamentano il mancato rispetto dei patti elettorali nelle preferenze europee all’interno del NCD. Quasi ci volesse il genio della lampada per sapere che non esiste alcun patto coi democristiani vecchi e nuovi che preveda una soluzione diversa dal loro esclusivo favore.
Ci sono quelli che hanno pensato che l’ombrello di Berlusconi fosse eterno, salvo scoprire che il re é nudo e che i cortigiani superstiti a tutto pensano salvo che lasciare qualche avanzo di cucina agli sguatteri che provengono dalle fogne sdoganate. E che ora, divorati da un livore che ne fa esorbitare i bulbi oculari, hanno come unica ambizione tifare per il fallimento di quanti hanno avuto un coraggio che loro non hanno saputo trovare.
C’é chi correva contro il satrapo perché voleva le ancelle “solo in orizzontale”, e poi s’é sdraiata come d’incanto.
C’é il giornalista di partito, che privato di ogni punto di riferimento capace di garantire una direzione, riscopre la purezza fanciullesca per dire che tutti hanno l’animo corrotto.
C’é l’ex tribuno del popolo, che ci contestava il pantone del simbolo per delegittimare la nostra credibilità, fino a 2 ore prima di rilasciare alle agenzie l’annuncio della ritrovata folgorazione sulla via di Arcore.
Ci sono i cantori, che hanno floridamente attinto all’emotività di gente troppo a lungo emarginata, che si sentono defraudati del ruolo di interpreti ufficiali del disagio e quindi rimpiangono i tempi bui maledicendo quanti hanno portato una comunità ad assumere responsabilità impensate.
E poi c’è l’intellettuale d’area, che ci elargisce lezioni settimanali dalla carta stampata, che però rifiuta di sporcarsi le mani direttamente perché questo potrebbe indurre l’Editore a privarsi della sua ben remunerata collaborazione.
Ecco, a me tutta ‘sta gente ha rotto il cazzo.
Con Fratelli d’Italia, preso atto della deriva in cui stava perdendosi il PDL, abbiamo provato a dar vita ad un soggetto che riunisse chi non era disposto a vendersi a scorciatoie, abbandonando le stesse motivazioni per le quali da giovani si era entrati in un sistema avaro di soddisfazioni, ma ricco di passione.
Lo abbiamo fatto distinguendoci, rinunciando a poltrone comode e certe, riaffermando una indefettibile alteritá alla sinistra. Abbiamo contrastato la deriva culturale di governi (tanto il Letta quanto il Renzi) che mantenuti dal determinante voto o dalla silente non-opposizione di forze che hanno RUBATO il voto ad elettori di centrodestra, adottano provvedimenti scellerati: indulti ed amnistie, abolizione del reato di immigrazione clandestina, liberalizzazione della droga, reintroduzione della tassa sulla prima casa, agevolazioni alle banche, sconti ai gestori di slot machines e chi più ne ha ne metta.
Non eravamo abbastanza? Si poteva fare di più, di meglio? Forse, anzi certamente.
Ma abbiamo fatto un percorso alla luce del sole, cercando,di allargare a chiunque lo volesse per migliorarci ed aumentare le nostre offerte e credibilità.
Mentre lavoravamo, con Officina per l’Italia, alla ricerca di nuove adesioni ed alla stesura di un programma condiviso per arrivare a celebrare un Congresso in cui abbiamo dato disponibilità a cambiare nome, simbolo, modalità di partecipazione e criteri di scelta pur di far sentire tutti i nuovi arrivati a casa loro, venivamo accompagnati da ironici sorrisetti, radiografie sullo stato di purezza, confronti con un passato non più replicabile, quasi che compito della politica non sia soprattutto quello di guardare avanti.
Ce la siamo dovuta sfangare da soli, con le difficoltà di chi non ha ministri per garantire favori, né giornali e tv che ti aiutino a comunicare. Abbiamo fatto tanto, quasi raddoppiato voti e percentuali.
Abbiamo però mancato l’obiettivo del 4%, e questo é un danno per noi e per tutti quelli che comunque ritengono che si debba dare un futuro agli elettori alternativi alla sinistra. É un danno anche per i miserabili che oggi sospirano allo scampato pericolo perché il drappello di FdI non ce l’ha fatta.
Certo, oggi c’è da ricostruire tutto, da questa parte. E di questo debbono prendere atto tutti nel centrodestra, a partire da quelli che ancora pensano di impostare il futuro su un 78enne inibito al voto.
Sono, siamo ancora disposti a lavorarci. Perché lo vogliamo, perché ci crediamo, perché lo dobbiamo agli italiani che meritano di meglio.
Ma ci siano risparmiate le lezioncine perché non riconosciamo cattedre ad alcuno.
La pazienza ha un limite, e l’abbiamo raggiunto.