Il 31 luglio ha perso l’ultima battaglia in questo mondo, ma certamente ha vinto, in Cielo, il premio più bello. Jocelyne Khoueiry, 64 anni, si è spenta, dopo lunga malattia, nell’ospedale Notre-Dame de Secours di Jbeil, portandosi dietro un pezzo di Libano che i più non conoscono senza sapere cosa si perdono.

Era nata a Beirut nel 1955 e la leggenda vuole che sia stata addirittura la prima combattente di quella sanguinosa guerra del Libano che troppe volte è stata definita, con indulgenza superficiale e automaticamente complice, “civile”, laddove è invece sempre e solo stata una guerra per procura, una guerra di invasione, una guerra di annientamento. Non la “guerra di tutti contro tutti”, il solito suk levantino dove non si capisce nulla e tribù contrapposte di semiselvaggi sventagliano raffiche di mitra a casaccio, ma la guerra di una nazione, cioè di una comunità di uomini per nascita e per destino, che si è difesa per preservare la propria identità, e che, preservandola, ha difeso le libertà fondamentali di tutti.

Il Libano, infatti, è stato il Libano cristiano sin dalla notte dei tempi, e dentro di esso c’è sempre stato il Libano maronita. Lo è stato però nel senso meno confessionale e dunque più nobile del termine: un mondo definito fino nel midollo dal cristianesimo, anche quando i cristiani non sono la maggioranza, ma fanno sempre la differenza: ne sono cioè la sostanza.

La leggenda, si diceva, di Jocelyne non è una bella bugia raccontata con parole d’argento: è invece la storia da leggere di una Dama del lago che ha saputo avere il coraggio di difendere la verità anche con le armi.

Quando, nell’aprile 1975, scoppia la guerra, Jocelyne imbraccia i propri vent’anni e il fucile automatico perché a quel punto non c’è altro da fare. I nemici sono assetati di sangue, non risparmiano nessuno e qualcuno deve agire. I fedayn palestinesi, accolti dal Libano generoso, avevano oramai creato uno Stato dentro lo Stato, sovvertendo il Paese dall’interno. Allora Jocelyne si erse, Lady Marian con la stamina di Robin Hood. Le prime fasi della guerra prendono il nome, famoso, di Front des Hotels, “la Battaglia degli alberghi” combattuta con spreco di razzi e mortai nel distretto Minet-el-Hosn di Beirut per il controllo di una zona strategica. Il 7 maggio 1976 Jocelyne e sei compagne difendono un edificio in Piazza dei Martiri fermando 300 palestinesi finché – quando Jocelyne ne abbatte il capo – i fedayn sbandano e si ritirano. Le Termopili del Libano. E poi uno pensa che “leggenda” sia espressione esagerata?

Tra 1977 e 1979 la guerra scema alla bassa intensità e allora Jocelyne pensa sia il momento di deporre le armi. È questa la virtù dei forti, senza paragone rispetto alla violenza dei bruti. Ma i nemici non la pensavano allo stesso modo e il conflitto si riaccese. Fu allora che il mondo vide stagliarsi all’orizzonte la sagoma di Bashir Gemayel (1947-1982), Thorin Scudodiquercia che indica la via al popolo sbandato. Bashir chiede a Jocelyne di riprendere le armi alla testa di 500 combattenti donne, l’ala femminile delle milizie del Kataeb, la “Falange libanese” fondata nel 1936 dal padre di Bashir, lo sceicco Pierre Gemayel (1905-1984). Il reparto comandato dalla Dama arriverà fino a 1000 unità. Assassinato Bashir, cambiate le condizioni, nel 1986 Jocelyne capisce che è davvero venuto il momento di proseguire la battaglia con altre armi. La guerra l’ha forgiata, cambiata, plasmata, facendole vivere la fede fino in fondo.

Nel 1985 fonda un movimento laicale femminile cattolico, di formazione e di apostolato, «La Libanaise-Femme du 31 May», in cui entrano anche diverse sue compagne d’armi e dove diverse si consacrano. Intrisa di spiritualità mariana, fonda anche «Oui à la vie» nel 1995 e un «Centre Jean Paul II» nel 2000, lavorando al cuore dell’identità nazionale, umana e cristiana in aiuto e in difesa della vita e della famiglia.

Nel 1988 questa grande figlia del Libano diventa anche oggetto di un documentario, La Tueuse, diretto dalla regista Jocelyne Saab, sua connazionale, per il francese Canal+. Nel 2005 Nathalie Duplan e Valérie Raulin la ri-raccontano in Le Cèdre et la Croix: Jocelyne Khoueiry, une femme de combats (Presse de la Renaissance, Parigi), tradotto in italiano come Il cedro e la croce. Jocelyne Khoueiry, una donna in prima linea (Marietti, Milano 2008), ma ripubblicato in francese nel 2015 in edizione ampliata come Jocelyne Khoueiry l’indomptable (Le Passeur, Parigi). Amata e riverita, ricercata per consiglio da ministri ed ecclesiastici, Jocelyne partecipa alla Terza Assemblea generale straordinaria del sinodo dei vescovi nel 2014 e viene nominata nel Pontificio consiglio per i laici.

Una donna straordinaria, insomma, che a starle accanto ti colpiva per la forza del suo ordinario eroico. Chi qui scrive ha visitato, con altri, il Libano di Jocelyne assieme a Jocelyne nell’estate 1990, appena prima che la guerra del Libano si chiudesse nel sangue con l’assalto finale dell’esercito siriano, il 13 ottobre, al palazzo presidenziale di Baabda, ormai un piccolo ridotto, dove un altro grande, il generale cristiano Michel Aoun, presidente della Repubblica ad interim, difendeva l’ultimo lembo di sovranità del Libano, un fazzoletto di terra. In Italia era nato, a maggio, il Comitato per la Libertà e l’Indipendenza del Libano, che tra l’altro organizzò spedizioni di aiuto alla popolazione, sotto l’egida della Caritas. Portammo generi di sopravvivenza e di necessità, calpestando, sul piazzale dell’edificio delle suore francescane toscane che ci ospitavano a Jounieh, i blister di anticoncezionali che si erano infilati nelle razioni di medicinali raccolti tra diversi donatori.

Con Jocelyne e le sue consorelle vedemmo il Libano cristiano essere l’anima di un Paese crocevia di culture, etnie e religioni: non un mescolone irenistico, ma un umanesimo autentico poiché cristiano anche per chi cristiano non lo è, pur nei disastri della guerra e della sofferenza. Ne parlammo poi a tanti in tante conferenze pubbliche in Italia. Sono cose che uno nella vita ricorda come un’epopea, come quella enorme croce di ferro, chissà se c’è ancora, che verniciammo di rosso e, dopo averla portata in processione, issammo sul costone della montagna, bandiera realistica dell’unica vera pace possibile. Tant’è che – senza di essa – gli esiti li vedono tutti, in Libano e in qualsiasi altro luogo.

La gigantesca statua di Nostra Signora di Harissa sulla costa è l’ultima cosa che vedi quando lasci il Libano in traghetto: Jocelyne l’ha certamente abbracciata per prima cosa, giungendo all’altra sponda. Ora lei continua a combattere davanti, e noi, comunque, la seguiremo.

Marco Respinti, Nuova Bussola Quotidiana