Alla vigilia della Fase2 e della più o meno piena  ripresa delle attività economiche, il quesito  ricorrente è: tornerà lo Stato imprenditore ? Non è un quesito da poco, vista l’eccezionalità della crisi economica e del già grave stato della nostra realtà produttiva. Farne una battaglia ideologica (di qui i paladini del libero mercato dall’altra parte i neobolscevichi statalisti) sarebbe però un errore. Il vero tema è come ed in che misura raddrizzare le vacillanti sorti della nostra economia, individuando strumenti efficaci d’intervento.

Partiamo da un dato di fatto. Il nostro sistema economico, così come quello della maggioranza degli altri Stati europei, non stava proprio, ancora prima dell’emergenza sanitaria,  in buona salute. Dal 2008 qualcosa si era inceppato  nelle sorti e progressive del neocapitalismo globalizzato, a cui molti avevano creduto, dopo la rottura, nel 1989, del vecchio ordine mondiale.

Tramontata quella d’impronta comunista,  l’utopia liberista sembrava vincente su tutta la linea. Così come preconizzato da  Francis Fukuyama (La fine della storia e l’ultimo uomo) il turbo liberismo pareva  votato a rappresentare l’estremo e più perfetto stadio dell’evoluzione economica mondiale.  L’utopia era destinata a realizzarsi nel progresso tecnologico ed industriale, con il capitalismo all’apice dello sviluppo, in un perfetto connubio tra democrazia liberale e democrazia economica, tra libertà ed opportunità individuali.

In realtà l’accelerazione del quadro storico, lungi dall’assumere i tratti della “linearità” – così come teorizzato dopo l’89 – verso il progresso tecnologico-industriale ed il suo corollario politico, rappresentato dal   liberalismo assoluto,  ha aperto, nel primo ventennio del  Terzo Millennio, scenari critici dagli sviluppi tutt’altro che scontati. Il laissez faire laissez passer  si è scontrato con la spregiudicatezza degli Stati emergenti (Cina in testa) e la loro capacità invasiva. D’altro canto – ed è storia degli ultimi mesi – il mitico Mercato, di fronte a certe emergenze, ha dimostrato di non avere  né prodotti, né soluzioni da offrire, lasciando allo  Stato interventista di  provvedere: ordinando quarantene, chiudendo le frontiere, limitando le attività economiche, privando i cittadini di alcune libertà costituzionali, intervenendo nei rimpatri, attivando le Forze Armate per gestire le emergenze, fornendo mascherine.

Per le stesse considerazioni, nella fase della “ricostruzione” post pandemia, lo Stato  non può esimersi dal farsi carico direttamente (cioè ben oltre gli “incentivi” e le “norme salvagente”)  della crisi economica e sociale. Deve farlo – questo è il tema  – sulla base di una corretta valutazione del proprio ruolo e ritrovando un’ormai dimenticata vocazione d’indirizzo, riemersa sull’onda dell’emergenza,   in grado di programmare le grandi scelte strategiche nazionali in campo economico e sociale, attraverso un’attenta politica previsionale, unita alla partecipazione, sulla base delle competenze,  delle categorie produttive. Non serve insomma   una qualsiasi “bad company”, attraverso la quale  ammortizzare le perdite e gestire le “dismissioni”. Ci vuole qualcosa di più.

La prima necessità è ripensare un progetto aggiornato d’intervento pubblico, un  vero e proprio Istituto nazionale (un IRI bis ?) capace di costruire una nuova stagione di crescita, ricapitalizzando le imprese e favorendo investimenti in innovazione. Lavorando – in definitiva – ad un   futuro, che – ci dicono gli istituti di ricerca – deve puntare sulla logistica, sui trasporti, sui porti, 5G, robotica, energia, sanità, cultura, turismo, costruzioni, sistema creditizio. Non dunque un ruolo di mero “salvagente” per le aziende in crisi.

Sul fronte delle risorse a disposizione c’è la più volte citata Cassa depositi e prestiti. Un’idea  innovativa è venuta recentemente  dall’ Osservatorio permanente sulla sicurezza dell’EURISPES, diretto da Gian Maria Fara, che  ha proposto di dare  vita ad una holding che metta  a frutto i 32 miliardi sottratti alle mafie: una sorta di IRI 2 articolata per settori di competenza affidati a manager di comprovata esperienza (come, ad esempio: immobiliare, produzione agroalimentare, agricoltura, distribuzione, servizi e ambiente).

E poi c’è il grande tema dell’individuazione della  classe dirigente e degli assetti istituzionali. Occorre tornare a “selezionare” le elites e nello stesso tempo salvaguardare la partecipazione-rappresentanza degli interessi generali. La capacità di partecipare deve essere  determinata dalla preparazione culturale e tecnico-professionale acquisita dall’esercizio delle specifiche competenze, messe a disposizione del bene collettivo, nel contempo occorre però puntare ad  un coinvolgimento sistematico e istituzionalizzato delle categorie produttive, che parta dalle aziende e dai territori.

Anche qui è necessario  voltare pagina, imparando a declinare il nuovo lessico dell’emergenza e a mobilitare   le risorse sociali e professionali, già presenti. Competenze, dunque, partecipazione, decisione, programmazione di sistema e – se necessario – intervento pubblico: ecco gli ulteriori elementi che l’emergenza sanitaria  ha portato al centro del dibattito e del doveroso intervento riformatore. E che ora diventano essenziali per fronteggiare la crisi economica con interventi “strutturali”. Su questo occorre confrontarsi e decidere, senza preconcetti ideologici. Pena una crisi sistemica dalle prospettive devastanti.