Parlando alla National Defense University, Barack Obama ha dichiarato che “l’America  non è in guerra con l’Islam”. Ne prendiamo atto. Non sono   – del resto –  una novità i toni rassicuranti dell’establishment statunitense, impegnato, da decenni e sotto diverse amministrazioni, in uno snervante stop and go con il mondo arabo, sempre sul filo di guerre fatte, ma mai dichiarate, di armistizi formali, ma mai completi.

 

E’ il segno dei tempi, di tempi ipocriti, ma proprio per questo, non meno difficili di quanto i conflitti erano espliciti, terrorismopalesi, diretti. Anche perché – non nascondiamocelo – per quanto l’Occidente dissimuli la belligeranza  dietro la rassicurante patina delle “missioni di pace”, sull’altro versante, sul versante islamico, la guerra all’Occidente l’hanno dichiarata e con modalità tutt’altro che convenzionali. E’ lunga la scia di sangue lasciata dal cosiddetto “terrorismo fai da te”, con forme e modalità diverse, che hanno spaziato dall’attacco alla metropolitana di Londra del luglio 2005 alla recente, pubblica decapitazione, in una strada di Londra,  del soldato britannico Lee Rigby, ad opera  di due fondamentalisti islamici.

 

Di fronte ad aggressioni del genere non c’è nessuna guerra da dichiarare,  tanto il  “nemico”   appare invisibile,  sfuggente, non  facilmente identificabile. Così come nessuna guerra può essere genericamente  dichiarata ad una religione,  dai confini indeterminati e dagli aderenti non identificabili, quale è l’Islam.

 

Siamo su di un altro piano. Siamo ad un livello di emergenza non convenzionale, di cui bisogna  prendere atto, elaborando le doverose contromisure.

 

Qui entra in gioco quella che negli anni cinquanta venne definita “guerra rivoluzionaria”. Ad elaborare tale riflessione strategica furono soprattutto i vertici dell’esercito francese, durante la guerra di Indocina e poi in Algeria, lucidamente identificati come scenari della  guerra ideologica, in cui  rientravano  non solo la risposta strettamente militare, sul campo, ma  gli elementi motivazionali, di carattere civile, patriottico, politico, psicologico.

 

Per realizzare questi obiettivi venne pianificata l’azione propagandistica rivolta alla popolazione musulmana algerina. Fu creato un organismo militare di azione psicologica. Venne rafforzata l’azione psicologica sul morale delle truppe, l’azione informativa rivolta agli ufficiali e ai sottoufficiali sui problemi economici e politici algerini, e la realizzazione di infrastrutture per modernizzare l’Algeria avvicinandola sempre di più agli standard francesi.

 

Mentre un’azione psicologica aveva un carattere offensivo e consisteva nell’esercitare pressioni di varia natura da esercitarsi in modo sistematico allo scopo di provocare l’adesione degli spiriti a una causa determinata (come mantenere la coesione e il morale delle truppe), la guerra psicologica consisteva nella realizzazione di strumenti di varia natura destinati a influenzare l’opinione, i sentimenti, l’attitudine e il comportamento degli avversari-militari e civili-a favore degli obiettivi del governo francese. Analoga attenzione veniva rivolta al “fronte interno”, ugualmente vittima della propaganda avversaria, attraverso le cosiddette “quinte colonne” di orientamento comunista.

Spostiamo avanti di sessant’anni le lancette della Storia e troveremo non poche analogie con l’odierna realtà, soprattutto sui fattori di fondo, quelli psicologici, motivazionali, civili.

 

Oggi – riconosciamolo – l’Europa è molto debole da questo punto di vista. Ha scarse motivazioni di fondo. E’incline al multiculturalismo. E’ inconsapevole dello scontro in atto. E’ psicologicamente gracile. Si emoziona, una tantum, di fronte ad ogni avvenimento delittuoso, provocato dall’aggressione integralista, salvo poi dimenticarsene subito dopo.

 

Più che di dichiarazioni belliciste c’è bisogno di una nuova consapevolezza civile ed ideale, intorno a cui costruire una reale linea di difesa, che parta dall’opinione pubblica, dal sentire collettivo, da chiare scelte motivazionali. Per fare questo occorre però una chiara volontà politica ed una conseguente strategia informativa e formativa. In caso contrario a nulla serviranno le azioni militari, i controlli di polizia, l’innalzamento dei livelli di controllo. Utili deterrenti, ma, nella sostanza, né più né meno che palliativi viste le dimensioni e la “qualità” dello scontro in atto. Non rendersene conto significa, alla lunga, essere destinati alla sconfitta.