Era il 17 maggio 2004, Matteo Vanzan — un ragazzo italiano, un soldato italiano — combatteva e moriva. Per difendere la base Libeccio, ultimo avamposto dell’esercito italiano in Iraq. Con coraggio. Valorosamente.
Nulla di strano. Quando decidi d’indossare la mimetica, arruolarti nei lagunari e imbracciare un’arma, per poi battersi, uccidere e, forse, venire ucciso fa parte del gioco. L’eterno gioco dei soldati.
Da Maratona ad oggi è l’eterno torneo di “monna morte”. Matteo lo sapeva. I suoi camerati, amici lo sanno.
Nessuno si lamenta. Matteo aveva scelto la sua strada.

Peccato che lo Stato italiano si sia dimenticato di Matteo e della sua famiglia. “Per poter far riconoscere a noi familiari una pensione – queste le parole del padre Enzo Vanzan riportate sul sito Congedatifolgore.com – abbiamo dovuto fare causa allo Stato e dimostrare che mio figlio era in servizio permanente effettivo quando è morto. Dopo aver vinto la causa, ci è arrivata a casa una pensione da 150 euro netti al mese, 2056 euro lordi annui, quando ogni giorno vediamo la vergogna dei vitalizi insopprimibili dei politici. Mio figlio è stato dimenticato”.
Le parole sono forse discutibili — è triste monetizzare la morte di un figlio in guerra — ma, alla fine, comprensibili. L’amarezza del padre — espressione del nord profondo e povero — ha una sua verità. Terribile, tragica nella sua semplicità.
Per ricordare Vanzan e i suoi camerati preferiamo riprendere uno spezzone di Black Hawk Down, lo splendido film di Ridley Scott dedicato alla battaglia di Mogadiscio. Ai soldati d’ogni tempo e uniforme. In pochi secondi vi è tutto. Anche la storia di Matteo e dei nostri caduti oltremare. Non è una questione di soldi.