L’indecente invettiva di Francesco Merlo su Repubblica contro Giorgia Meloni vale più di un trattato di antropologia. Condensare in così poco spazio e con tanta efficacia la visione distorta della realtà, la sottocultura, la psicologia ossessiva e manipolatoria, l’arroganza, la spocchia, gli stereotipi banali, l’ingiustificato complesso di superiorità, l’ottusità, la mentalità chiusa e sprezzante della intellighenzia di sinistra era difficile, ma Merlo ci è riuscito perfettamente.

Asserragliati nei loro bunker-terrazze dei quartieri alti o nelle ridotte di redazioni autoreferenziali, le elite pseudo intellettuali, totalmente sconnesse dal mondo reale, combattono come possono la loro battaglia contro una realtà che va nella direzione opposta a quella che loro vorrebbero e che a loro insindacabile giudizio di illuminati sarebbe quella giusta per tutti.

Un po’ come il reverendo Jim Jones e la sua setta del Tempio del Popolo, isolati dal resto della società e incattiviti contro una fantomatica “invasione del Male”, che loro chiamano a seconda delle necessità “fascismo”, “populismo”, “sovranismo” (e chissà cos’altro si inventeranno), intellettuali, giornalisti e sapienti di varia e incerta consistenza combattono col veleno e la manipolazione la loro guerra santa per imporre a tutti il loro verbo, cioè un banale e conformista pensiero unico.

Francesco Merlo, rappresentante tipico ed autorevole della categoria, produce un violento e squallido attacco a Giorgia Meloni, aggredendola non sul piano politico o ideologico, come sarebbe lecito ed anche opportuno, ma su quello strettamente personale sciorinando un campionario di insulti, bassezze, insinuazioni, insolenze realmente sconcertante. Un vero e proprio carico di letame maleodorante scaricato sulla testa della Meloni donna e persona, più che su quella della Meloni politica e capa di partito, che avrebbe dovuto fare indignare tutti quelli, e soprattutto tutte quelle, che si stracciano le vesti e starnazzano più delle oche del Campidoglio contro il “maschilismo” quando si osa criticare una penosa esternazione della Boldrini o il look della Bellanova, ma che questa volta restano tutti zitti, allineati e coperti.

Il repertorio di insulti è impressionante, così come la meschinità delle argomentazioni: si parte con “Marie [sic, ma si chiama Marine] Le Pen valchiria wagneriana fascista e razzista”, per proseguire con la Meloni “Reginetta sì, ma di Coattonia”, “Alice peronista”, “burina”, “incanaglita”, dispensatrice di “gagliofferia” con la “sua cantilena da suburra” grazie alla quale raccoglie i voti tra “i coatti romani e gli emarginati” delle periferie dove “Roma frana verso Napoli e la sua camorra di ferocia e guapparia” e la “destra sociale [che chissà poi cosa c’entra ndr] ha le sue fortezze, e il suo linguaggio d’odio”.

Poche cose spiegano meglio la deriva culturale della sinistra di questo disprezzo astioso per il popolo, la povertà e per l’emarginazione, un atteggiamento che avrebbe sicuramente fatto inorridire Pasolini e anche Gramsci, se solo avessero potuto immaginare, anche lontanamente, il naufragio intellettuale della sinistra di oggi.

La pioggia di liquame dialettico non risparmia niente e nessuno: la famiglia della Meloni e le sue vicende, il funerale del padre, il compagno, la figlia, che Merlo descrive come una specie di giocattolo subdolamente usato per comizi e interviste, il lavoro da barista al Piper, cameriera e baby sitter per aiutare la madre rimasta sola, i “sessanta sessantesimi del suo diploma alberghiero, ramo linguistico”, evidentemente impresentabile al confronto con quelli dei licei bene dei quartieri alti dove il PD ha la maggioranza.

Non poteva mancare il tributo ad alcuni classici e ritriti sterotipi della sinistra salottiera, dagli “ex picchiatori raccontati sempre come vittime, gli anni Settanta come mito” (evidentemente per Merlo Sergio Ramelli, i ragazzi di Acca Larentia e tutti gli altri sono morti di morte naturale, ammesso che siano mai esistiti) ad un alquanto incauto “Paolo Borsellino, che i reduci missini vantano come radice della loro idea di legge e ordine” non sapendo, o facendo finta di non sapere, che Borsellino era stato un militante del FUAN rimasto fedele alle sue idee fino all’ultimo giorno.

Su tutto e su tutti la grande firma di Repubblica fa cadere il suo disprezzo di creatura intellettualmente ed antropologicamente superiore, la sua tracotanza di appartenente ad una casta di eletti, depositari esclusivi di tutto ciò che è buono e giusto. Un atteggiamento vergognoso ed intollerabile ma estremamente sintomatico, del cui disvalore Merlo e quelli come lui nemmeno si rendono conto perchè è così che dai loro circoli chiusi e ristretti vedono veramente il mondo esterno.

Una visione fatta di finzione, ipocrisia, settarismo e conformismo, costruita su stereotipi e pregiudizi astratti che in molti cervelli di sinistra hanno rimosso e sostituito la realtà, un fenomeno che Sigmund Freud potrebbe spiegare meglio della politica.

Un mondo surreale come il Paese delle Meraviglie di Lewis Carrol nella cui parodia kitsch Francesco Merlo colloca a sproposito la Meloni senza rendersi conto di essere lui quello che vive e scrive in una dimensione parallela nella quale la logica e la realtà sono completamente ribaltate e deformate.

Un mondo nel quale i nemici degli eletti sono pupazzi che fanno e dicono esattamente quello che secondo i loro cliché caricaturali dovrebbero fare e dire, non quello che fanno e dicono veramente. Come la Meloni reinventata da Merlo: “Chiudiamo i porti”, “spariamo sulle navi” (un virgolettato completamente inventato che, a occhio e croce, in tribunale potrebbe avere il suo peso), “costruiamo i muri” e intanto “ce famo du spaghi a Garbatella che è er quartiere mio”

Il perché di tanto astio è spiegato nell’invettiva stessa: la Meloni “vola al secondo posto nel gradimento dei sondaggi”, “è lei la seconda leader d’Italia. Sta infatti subito dopo Conte, che è però il carro del vincitore, e sta davanti a Salvini”. E’ quindi un pericolo, e tanto basta per additarla al pubblico ludibrio nella speranza di demolirne l’immagine e fermarla. E’ un peccato che tra le tante leziose citazioni letterarie che condiscono l’articolo (chiamiamolo così), Merlo abbia tralasciato la più pertinente, quella dei Due Minuti d’Odio di 1984 di George Orwell, il rituale collettivo escogitato dal Grande Fratello per canalizzare l’odio latente e le pulsioni aggressive del popolo contro il grande nemico Goldstein, rappresentato sugli onnipresenti schermi di Oceania in modo odioso e abietto, proprio come ha fatto lui con la Meloni sulle pagine di Repubblica.

“La cosa orribile dei Due Minuti d’Odio era che nessuno veniva obbligato a recitare. Evitare di farsi coinvolgere era infatti impossibile. Un’estasi orrenda, indotta da un misto di paura e di sordo rancore… un’emozione astratta, indiretta, che era possibile spostare da un oggetto all’altro come una fiamma ossidrica.”

La risposta della Meloni, insolitamente pacata e molto puntuale, non si è fatta attendere, così come la querela all’autore dell’articolo e al direttore del giornale. Repubblica, mantenendo un atteggiamento sdegnoso e noncurante, non ci ha fatto troppo caso evitando di pubblicare la replica integralmente e col dovuto rilevo. Francesco Merlo, invece, ha risposto con poche righe stizzite e sprezzanti: “Non ho da aggiungere nulla a quel che ho scritto. Chi ha letto il mio articolo sa già la verità che volentieri consegno al giudizio del tribunale. E non infierisco sulle corbellerie citazioniste – la Stasi, Gandhi, la scienza della menzogna – perché l’estremismo di Giorgia Meloni è già caricatura. Ed è così arruffato che anche l’ironia è senza speranza”.

Ne risponderà nel luogo più opportuno, cioè un tribunale, dove il suo concetto di “verità” verrà messo alla prova e dovrà confrontarsi non con i sodali della redazione ma con il codice penale. Se ci sarà un giudice a Berlino, Francesco Merlo scoprirà che la parte del Barone Von Gersdorf è molto scomoda. Per capire quanto può rivolgersi a quella sua nota collega del medesimo giornale che dopo essersi ritrovata con lo stipendio pignorato per una condanna per diffamazione non ha trovato di meglio che prendersela, scompostamente, con il bieco “fascista” che era stato diffamato dal giornale che dirigeva e che le aveva fatto causa. Nelle redazioni radical chic diffamare i “fascisti” non è mai stato reato, in tribunale invece si, almeno per il momento.