Nella mia esperienza politica mi è capitato di assumere diversi ruoli, di partito ed istituzionali, a vari livelli. Come tutti, ho compiuto errori ed ho fatto cose buone; i primi sempre in buona fede, le seconde grazie ai tanti ottimi amici e collaboratori che mi hanno accompagnato.

Ma di tutto il lungo percorso, non ho mai fatto mistero che ciò che sempre mi renderà orgoglioso è di aver fatto parte – dal 1995 al 2008 – delle Giunte regionali lombarde guidate da Roberto FORMIGONI.

Arrivammo, nuovi di fronte all’immane sfida, all’indomani di un vero e proprio “tsunami politico-giudiziario” che aveva spazzato partiti e volti della prima repubblica.

La Regione era un’istituzione sconosciuta ai più, di cui pochissimi ricordavano il nome del presidente, quasi nessuno (parenti esclusi) quello degli assessori che ci precedettero.

Da subito, trasformammo il modo di fare politica, compimmo scelte noncuranti della diffidenza o dell’ostilità di chi intendeva conservare privilegi o particolarismi del vecchio sistema.

La Regione, ed il suo presidente in primis, divennero il punto di riferimento di tutta la società civile lombarda. A noi si rivolgevano imprese, associazioni, famiglie e cittadini, anche per le cose di cui non avevamo diretta e/o formale competenza. Nessuno rimase inascoltato, moltissimi ottennero soddisfazione nelle azioni e nelle risposte che mettemmo in campo.

Si realizzò la vera sussidiarietà, ovvero la compartecipazione tra istituzioni pubbliche e forze ed energie private, per rendere più efficienti le risposte ai bisogni della popolazione.

Partimmo dalla riforma della Sanità, con un lavoro che impegnò il Consiglio regionale per 2 anni e mezzo, con 3 giorni alla settimana di sedute, mattino,pomeriggio e sera. E con un ministro della Salute (Rosi Bindi) che ci avversava tanto da averci rimandato indietro la legge per 4 volte, sinché non ebbe più né argomento tecnico né sostegno politico per impedire che ai lombardi venisse concessa la “libertà di scelta” per le strutture in cui curarsi.

Da allora, in brevissimo termine, vi fu una drastica riduzione dei tempi di attesa, una competizione sulla qualità crescente tra tutte le strutture (pubbliche o private che fossero), la diminuzione della spesa pro-capite e l’invarianza di costo tra ospedali e cliniche a tutto vantaggio della scelta del paziente.

Ripetemmo lo schema sull’istruzione e sulla formazione, avendo sempre come bussola l’imperativo di mettere i cittadini in grado di scegliere per conto loro, senza che nessun politico o funzionario pubblico potesse interferire sulla vita personale di ciascuno; accompagnammo le imprese nell’internazionalizzazione; garantimmo loro canali privilegiati di accesso al credito; difendemmo le specificità di artigiani ed agricoltori; realizzammo una rete di supporto per le famiglie e per gli anziani; creammo la professionalizzazione nell’assistenza. Realizzammo infrastrutture in serie, dal raddoppio e quadruplicamento delle linee ferroviarie locali alla quarta corsia dell’A4, al progetto di Pedemontana, all’accordo per la realizzazione della Brebemi, all’apertura del Passante ferroviario, al rifacimento della strada per la Valtellina con il tunnel di Lecco e quello di Monza, a migliaia di interventi di carattere locale. Alimentammo la sostituzione dei mezzi di trasporto pubblico; attivammo le prime gare per l’assegnazione della gestione dei servizi di TPL, tanto su gomma che su ferrovia. Collocammo stabilmente la Lombardia tra le 4 regioni “motore d’Europa”, con Catalonia, Rhone Alpes e Baden Wurttenberg.

Tutto questo decimando il numero dei dirigenti, riducendo quello degli addetti pubblici, falcidiando l’incidenza pro-capite per i nostri cittadini del costo di mantenimento della Regione. Responsabilizzammo il nostro organico, attribuendo a funzionari e dirigenti il ruolo ed il compito di gestire, curare, controllare e firmare le delibere che successivamente sarebbero approdate in Giunta.

C’era, pur nella a volte aspra diversità delle forze politiche che partecipavano a quell’impresa, la comune convinzione di avere una missione da svolgere, per fare della nostra terra la prima della classe in tutto. Ci riuscimmo, lo dovettero riconoscere – con colpevole ritardo – anche i più ottusi tra i nemici.

Ci riuscimmo, perché accompagnati da una splendida società di donne e uomini che remavano nella stessa direzione; perché ci muoveva l’intento di mostrare ai governi avversi (1995-2001 e 2006-2008) che un’alternativa era possibile, ed a quelli amici (2001-2006) che si può sempre fare meglio.

Ci riuscimmo perché non andammo mai a pietire nulla a nessuno, ma ci prendemmo il nostro spazio, giorno dopo giorno, anche a costo di litigare con chi comandava a livello nazionale nei nostri partiti.

Ci riuscimmo, mi piace dirlo proprio oggi, perché alla guida di tutto c’era un cavallo di razza della politica; sicuro di sé ai limiti dell’arroganza, concentrato sul lavoro tanto da apparire spesso algido nei rapporti umani con la sua stessa squadra, ostinato e determinato tanto da fornire a tutti i lombardi la certezza di essere guidati da qualcuno che realizzava concretamente le cose, e nel loro stesso interesse.

Vinse a mani bassi le elezioni regionali per 5 volte di seguito, prima e dopo fu parlamentare nazionale ed europeo; quando girava per le provincie lombarde era accolto dalla gente con entusiasmo quasi maniacale; e infatti a Roma non fu mai amato, perché non vi era dubbio che fosse di diverse spanne il più bravo di tutti.

Un uomo difficile, per le sue scelte, per il modo di esporle, per il mondo di appartenenza.

Non sono mai stato ciellino, e nelle discussioni politiche sono state più le occasioni in cui ci siamo scontrati che quelle che ci hanno visto dalla stessa parte. Ma abbiamo sempre trovato il modo di lavorare – e bene – insieme.

Ad un certo punto, lui privo di una vita privata “normale”, ha cambiato il modo di trascorrere il suo tempo libero; da campione della morigeratezza divenne personaggio sovraesposto, ed il passaggio dai ritiri spirituali alle spiagge esclusive non gli venne perdonato.

E questo, nessuno me lo toglie dalla testa, è ciò che ha alimentato il livore e l’azione giudiziaria che gli hanno follemente aperto le porte del carcere.

Un processo mediatico, interminabile, in cui mano a mano sono stati giustamente assolti tutti i coimputati che ricoprivano ruoli chiave nella gestione della sanità, perché tutto si è palesato secondo le norme vigenti. Alla fine, la sua condanna in solitudine, come se da solo avesse nottetempo scritto le delibere, le avesse approvate nella segretezza e quindi firmato gli impegni di spesa nell’ignavia generale.

Ma questa è una di quelle storie che, purtroppo, saranno rilette con distacco e serenità solo quando il peggio sarà stato fatto. La storia patria è colma di pentimenti tardivi da parte di chi asseconda miserabili istinti rivoluzionari.

No, non è per le delibere che lo hanno condannato, ma perché ha sostituito i calzini cadenti e slabbrati del giovane ciellino (vero marchio di fabbrica dei seguaci di Don Giussani, accomunati chissà perché da un’estetica sciatteria di fondo) con le giacche firmate (anch’esse improbabili, va detto); e perché anziché a Viserbella o a Roccacannuccia, si faceva vedere in Costa Smeralda o ai Caraibi.

E questo, francamente, mi fa ancor più schifo della conseguente speculazione politica.

Il fatto che prevalgano l’invidia ed il livore del pezzente (d’animo e spirito più che di tasca), certifica come questo triste paese sia ben lontano dall’appartenere all’occidente libero e moderno. Nel forte dispiacere per la vicenda umana che colpisce oltre misura una figura che resterà positivamente rilevante nella mia storia personale, mi è di sollievo il mitico Marchese del Grillo. Perché Roberto resterà il miglior amministratore degli ultimi 50 anni, e la Lombardia vivrà a lungo sulla rendita del suo lavoro innovatore e modernizzatore. E chi oggi insulta, ironizza o festeggia per la sua caduta in disgrazia, continuerà a non essere un cazzo. Vermi anonimi la cui sempre troppo tardiva dipartita non lascerà traccia.

Fatti forza, amico mio.