Può anche accadere, per una volta in maniera quasi miracolosa, sul foglio di proprietà di Urbano Cairo, che si pubblichino note, tali da richiamare i versi di Metastasio (Ipermestra, atto II, sc. I) “Voce dal sen fuggita/ Poi richiamar non vale”, che, come è arcinoto all’editore del “Corriere della Sera”, riprendono il concetto espresso da Orazio (Ars poetica, v. 390) “nescit vox missa reverti “. Nell’edizione di lunedì, infatti, dedicata, con un profluvio esagerato ed enfatizzato di pezzi, alla tizia, riportata in Italia e accolta come un’assai improbabile eroina, dalla coppia “più bella del mondo”, Conte – Di Maio, può essere la compresenza, incredibile ed inattesa, di un articolo di Daniele Manca, “Il paese del bonus”.

Nel pezzo si inizia nutrendo dubbi tutt’altro che infondati sul carattere teorico del provvedimento, “che dovrebbe (teoricamente) intervenire in tutte le situazioni di sofferenza”. Non sfugga l’uso eloquente del modo condizionale. Il giornalista osserva, cogliendo un sentimento ben diffuso nel Paese, che “c’erano e ci sono tutte le condizioni perché questa tremenda emergenza sanitaria con il suo tragico carico di vittime potesse fare anche da spinta a recuperare i mille ritardi del Paese. A disegnare un’idea di Paese. Non è così. Non vengono indicate priorità. Ogni misura si affianca all’altra nel tentativo di creare un giustificato ombrello sotto il quale chiunque possa trovarsi in qualche modo aiutato”. “Ancora una volta prevale – continua con fondate ragioni – il sapore dello Stato paternalista, un bonus per ognuno, un voucher per ogni esigenza”.

Lo scritto diviene incalzante nel passaggio in cui arriva quasi a scandire che “l’Italia non può e non deve essere soltanto quella dei redditi di emergenza e di cittadinanza. Nel supermercato di misure doveva e deve essere ritrovato il filo di un Paese che ha visto nell’assistenzialismo fine a se stesso uno dei suoi grandi limiti. Sarebbe ed è l’occasione anche culturale di ridefinire un’Italia che negli ultimi anni è andata sfilacciandosi e frammentandosi” con particolare virulenza sotto i governi gialloverde e giallorosso.

Coglie sensatamente un punto nodale nella scuola, con faciloneria e superficialità abbandonata a sé stessa, con un futuro arido ed avvilente, affidata ad una figura del tutto insopportabile. Nella chiusura Manca insiste nell’inalterabilità della politica nazionale, la cui passione, oggi più che mai nelle mani degli inconsistenti quanto vacui e presuntuosi grillini, “occuparsi di risorse e soldi da distribuire. Ma con la beffa, che quando non si tratta di sussidi, a forza di non scegliere, spesso quel denaro resta in cassa, perché la parte facile è annunciare e stanziare, quella difficile è come spendere”.

Nella sezione della stessa edizione del quotidiano meneghino, due qualificati collaboratori, a proposito del bilancio pubblico, rilevano che “la crisi economica e sociale va evitata: giusto fare debiti (ma niente illusioni dovremo ripagarli)”. Berlusconi è stato avvertito? In questa situazione caotica, carica di pretese spesso se non sempre deleterie, Dino Cofrancesco vede con piena ragione lo Stato come “braccio armato del diritto”, quello autentico, non quello costituito, ahinoi, da Decreti Presidente del Consiglio.