Chiuso, almeno formalmente, il confronto all’interno della Fondazione AN (con l’inevitabile strascico di polemiche e magari di ricorsi) ed archiviate le scaramucce del giorno dopo (fotografia di un mondo diviso tra FdI, FI, Lega, Ncd, finiani, fittiani e verdiniani) rimangono inalterate le questioni politiche e culturali, legate al ruolo e allo spazio della destra italiana, termine generico che riassume un’esperienza politico-ideale, che ha avuto un ruolo ed uno spazio, per quanto minoritario, negli ultimi settant’anni di   Storia nazionale, affondando le sue radici nella ben più ampia identità italiana.

Preso atto di ciò ed evitando di ricapitolare idee, idealità e storici punti di riferimento, che dovrebbero essere “metabolizzati” almeno a livello di leadership, resta aperto il problema su come riconnettere un’identità forte alle più immediate domande della quotidianità politica e sociale.

Senza farsi risucchiare dalle spire dell’ideologismo, un giusto mezzo tra pulsioni ideali e prassi politica va insomma trovato. Come metodo. Partendo dalla consapevolezza di fondo che oggi, proprio per i mutati contesti e per le esperienze realizzate dal 1994 in poi, sia a livello di governo centrale che di amministrazioni locali, una destra di pura testimonianza non ha senso.

Il problema è che cosa si vuole dire e fare veramente quando dall’opposizione si passa ad assumere responsabilità dirette?  Che cosa si intende salvaguardare di un’identità “forte” ? Ed ancora , in una fase di “transizione”, come coniugare risposte immediate ed   una visione di lungo periodo, con un’idea complessiva di Stato, di Società, quindi di Cultura ?

Si lascino alle spalle le ansietà da prestazione … elettorale. I voti certamente contano, proprio perché sono l’espressione di un consenso, che nasce dalla capacità di intercettare una volontà diffusa, ma oltre i voti ci sono le sfide di principio e le battaglie “di sostanza”, in grado di dare forza e ragioni profonde ad un impegno.

Vogliamo chiamarle battaglie di civiltà ? Senza fare i crociati esse riguardano le ragioni stesse del nostro essere italiani ed europei, toccano interessi diffusi , ridisegnano possibili alternative (politiche, istituzionali, sociali, economiche).

Ecco, ad un destra che voglia essere, oggi, autenticamente “alternativa” e quindi capace di cogliere un malessere diffuso (fissato – tra l’altro – nell’ astensionismo elettorale) questo si chiede: di essere insieme di governo e di lotta, quindi di programma ed antagonista (sui temi sensibili dell’etica, della giustizia sociale, dell’identità nazionale), di proposta e movimentista. In che modo ? Esistono strumenti concreti “di mobilitazione” che vanno ripresi: campagne informative, petizioni, atti simbolici. E c’è, in larga parte da costruire, una nuova “visibilità” di governo che, a partire dalle istituzioni, deve ricostruire un nuovo protagonismo, collegando tra loro gli amministratori, creando comuni piattaforme informative ed analoghe iniziative programmatiche.

“Fare cultura politica”, anche all’interno delle Istituzioni, non può significare insomma limitarsi ad una gestione di “routine”, puramente amministrativa, ma vuole dire esprimere anche una scelta “di campo”, capace di fissare dei discrimini “di valore”, intorno a cui sviluppare un organico progetto di governo. Su questi crinali, al di là delle polemiche più o meno ad uso interno, si misurerà la capacità “riaggregativa” di una nuova destra all’altezza delle sfide di questi tempi e di quelli che verranno. Una destra ben piantata nella realtà, ma capace di guardare oltre le nebbie dell’emergenza