Gli interessi strategici italiani passano inevitabilmente attraverso il mare. E l’Italia non può fare a meno di riflettere sulla propria strategia marittima e sul ruolo che deve avere nel Mar Mediterraneo. Un fattore troppo spesso sottovalutato, dato quasi per scontato. Come se il mare interessasse solo il settore esclusivamente marittimo, senza capire che invece è il mare, con i suoi collegamenti, i suoi fondali, i suoi porti, le sue rotte e le sue risorse a essere il vero fulcro della nostra economica e della nostre strategie.

L’Italia non può prescindere da una strategia navale. Non lo può fare né da un punto di vista economico, né da un punto di vista militare, né, in definitiva, politico. Proiettati al centro del Mediterraneo, siamo necessariamente connessi al mondo attraverso le vie di comunicazione marittime. Che oggi presentano sfide anche legate alla sicurezza nazionale e internazionale, come dimostrato anche dalle diverse crisi che si sono sviluppate nel bacino mediterraneo e in altri mari dove è impegnata la nostra Marina miliare.

L’idea che il mare debba essere al centro delle politiche di sicurezza ed economiche dei governi italiani è stata confermata anche nell’incontro per i 150 anni della Rivista Marittima, organo di informazione che permette di valutare la strategia navale del nostro Paese. Un incontro che, alla presenza del Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Valter Girardelli, è servito non solo per celebrare i 150 anni della rivista, ma anche per soffermarsi sull’importanza del mare per il nostro benessere e per la nostra sicurezza. Il mondo ha nel mare la sua più grande via di comunicazione e di accaparramento di risorse.

Proprio per questa ragione, il mare presenta non solo certezze, ma anche sfide. Da un punto di vista commerciale, è del tutto evidente che per l’Italia prescindere dai porti e dalle rotte marittime è impossibile. L’Italia è fra i primi Paesi dell’Unione europea per traffico commerciale marittimo: i dati Eurostat del 2016 parlavano del 61% del nostro traffico commerciale con Paesi terzi effettuato via mare (66,6% di importazioni e circa il 56% per quanto riguarda le esportazioni). Il nostro sistema portuale e mercantile movimenta un numero di tonnellate di merci tale per cui è impossibile non considerare il mare come elemento imprescindibile della nostra economia che va ben al di là del nostro semplice comparto marittimo. È l’intero sistema commerciale del Paese a dipendere, in buona parte, dal Mediterraneo.

Ed è anche per questo che è necessario che le amministrazioni si concentrino sul potenziamento dei porti e delle infrastrutture che rendano raggiungibili i suoi moli. Sfida in cui non è da sottovalutare anche l’arrivo di investimenti stranieri, in particolare cinesi. La Nuova Via della Seta marittima ha messo da tempo l’Italia nel suo mirino. E i governi di Roma hanno già presentato i porti di Genova, Trieste e del Nord Adriatico come terminali dell’iniziativa cinese. Per l’Italia è un’opportunità di sviluppo da cogliere al volo, come spiegato anche da Matteo Bressan. Ma è anche un rischio, nel momento il cui mondo viene sempre più caratterizzato da una polarizzazione fra Oriente e Occidente e dallo scontro commerciale fra Cina e Stati Uniti. Un eccessivo dinamismo cinese preoccupa, inevitabilmente, la potenza occidentale che copre con il suo ombrello Nato, l’intera area euro-mediterranea.

Ecco dunque che interessi economici, politici e militari si fondono in unico grande blocco. E in questo senso è difficile anche valutare quale possa essere il peso maggiore nelle scelte strategiche di un Paese. Perché il mare è anche il nostro spazio di sicurezza e non è un caso che la Marina svolga anche il ruolo di “prima linea di difesa dei nostri interessi nazionali”, come spiegato da Germano Dottori nel corso del convegno. E questo ruolo di difesa dell’interesse nazionale nel mondo lo si evince anche dal fatto che è stato proprio in Marina che si è iniziato a parlare per la prima volta di Mediterraneo allargato, quel concetto che identifica un’area che non riguarda solo il Mediterraneo strettamente geografico, ma anche tutte le aree limitrofe, terrestri e marittime, che incidono inevitabilmente sui destini del nostro mare.

Come spiegato anche dall’ammiraglio Fabio Caffio in Elementi di diritto e geopolitica degli spazi marittimi, il Mediterraneo allargato nasce dall’esigenza della Marina di valutare le aree di possibile intervento militare in scenari di crisi. Ma è diventato nel tempo un concetto che va ben al di là della semplice visione militare, facendo riferimento a tutti gli interessi nazionale, da quelli di sicurezza a quelli energetici.

Sotto il profilo della sicurezza energetica e dell’approvvigionamento di gas e petrolio, non va infatti dimenticato che attraverso i nostri fondali arriva una larga parte degli idrocarburi che servono il nostro Paese. L’Italia dunque ha necessità di avere gasdotti, oleodotti e rotte del petrolio e del gas protette. Ma soprattutto deve concentrarsi sulle capacità di ricevere approvvigionamento dal mare visto che il gas dall’Algeria, dalla Libia, dal Mediterraneo orientale arriva in Italia attraverso pipelines che per larghi tratti passano nei fondali marini. Anche il progetto South Stream, cui l’Italia è stata obbligata a non aderire, avrebbe coinvolto l’Adriatico, come ricordato da Costantino Moretti.

E per questi interessi, come per tutti gli altri, occorre che l’Italia attui una strategia navale sempre più approfondita. Ne va, prima di tutto, del nostro futuro. Come scriveva l’ammiraglio statunitense Alfred Thayer Mahan, “il tridente di Nettuno è lo scettro del mondo”. Una metafora aulica ma perfetta per capire perché il mare resta, anche nell’epoca del cyberspazio e dei altri domini, il centro degli interessi strategici mondiali. E quindi italiani.

 

Lorenzo Vita, Il Giornale 23 novembre 2018