Ho conosciuto Guido Bertolaso durante il Giubileo del Duemila. Allora la Provincia, che non era ancora diventata quella sorta di ameba in cui è stata ridotta da successive, improvvide riforme, aveva un ruolo importante, insostituibile. Scuole e strade da manutenere, ambiente da controllare, difendere e valorizzare, una ampia gamma di competenze in vari settori, Comuni da coordinare per favorire lo sviluppo locale su area vasta, centri dell’impiego da organizzare per agevolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. E altro ancora.

Con il Giubileo alle porte, per quello che sarebbe diventato un evento storico, per dimensione e ricaduta internazionale, con un Papa straordinario come Giovanni Paolo II, il coordinamento tra Stato, Regione, Provincia, Comune e altri enti, compresi quelli ecclesiastici, trovò sintesi operativa in un’Agenzia costituita ad hoc. Fu quello un periodo di lavoro intenso e proficuo. Tra le istituzioni si collaborava. E se c’erano, come c’erano, discussioni anche accese tra di noi, si trovava sempre il modo di venirne a capo senza offrire il destro a polemiche pretestuose. All’esterno si proiettava, come è giusto che sia, una immagine forte e unitaria delle istituzioni, impegnate a offrire al mondo la bellezza di una Roma pronta ad accogliere i pellegrini di tutto il mondo e in grado di garantire sicurezza. Roma bella e universale, capitale di una Italia altrettanto bella e universale. Una Roma tirata a lucido nei suoi monumenti, nei suoi palazzi, nelle sue avvolgenti e suggestive architetture, nei colori, nelle strutture di servizio, nelle stazioni di treni e bus. Di quello spirito costruttivo e di molte di quelle opere si sono avvalsi tutti i romani e anche le amministrazioni che sono venute dopo.

Di quelle giornate, vissute con l’apprensione che ogni cosa dovesse funzionare come un orologio, ho impressa nella memoria quella della Gioventù. Milioni di ragazzi sorridenti. Una gioventù felice e composta. Gli ostelli erano insufficienti ad accoglierli tutti. La Provincia decise di aprire le scuole offrendo alloggi sicuri. Al resto, ossia ad organizzare quel che serviva per rendere il soggiorno di milioni di giovani il più agevole e sicuro possibile, oltre alle forze dell’ordine, ci pensò anche Guido Bertolaso, all’epoca stretto collaboratore del sindaco Rutelli.

Non era l’uomo della provvidenza, come non lo è stato dopo, e come non lo sarà neanche adesso che il governatore della Lombardia Fontana lo ha chiamato per aiutarlo nel fronteggiare l’emergenza Coronavirus nella regione italiana con più morti e contagiati.

Credo che una simile definizione, conoscendone il carattere, lo infastidisca non poco. Guido Bertolaso è semplicemente quel che si definisce un servitore dello Stato, una persona che ha impresso nel Dna la missione di aiutare il prossimo, quando il prossimo è in difficoltà. E lo fa dall’alto di una lunga esperienza acquisita sul campo, nei terremoti, nella lotta contro l’Ebola e la Sars, nell’organizzare eventi globali tipo Giubileo e G8. Nel trasformare la Protezione Civile, di cui fu pioniere Zamberletti dopo il terremoto del Friuli, in una struttura organizzativa di eccellente livello, invidiataci da tutto il mondo. Di quell’esperienza si avverte un gran bisogno. Di quella capacità di scegliere collaboratori giusti e preparati, sapendo che l’organizzazione è il fattore decisivo per venire a capo delle situazioni più difficili, pericolose, pesanti e complesse, avvertiamo tutti un bisogno crescente.

Finora il virus che ci sovrasta come un incubo lo abbiano inseguito, più che anticipato nei suoi effetti devastanti. Se Bertolaso riuscirà a dotare Milano e la Lombardia di nuove strutture in grado di accogliere posti letti e respiratori sufficienti per contrastare la pandemia in atto, potremmo dire tutti, senza stupide divisioni e stucchevoli polemiche, che niente è impossibile se diamo fondo alle nostre risorse migliori. Che sono intelligenza e genialità. Una dote di cui nessuno potrà mai privarci. E dovremmo ringraziarlo per la sua competenza ed esperienza, anche se ha un carattere duro e deciso, per taluni persino superbo. A noi, però, fa più paura l’ignoranza che si cela nella superbia.