A me sembra che il primo e principale ostacolo all’affermarsi della Destra in Italia sia stato e sia l’ambiguità del suo rapporto con il Fascismo. Sia delle componenti che vi hanno fatto e vi fanno tuttora riferimento in positivo, ( dal MSI a Forza nuova); sia di quelle che vi si riferiscono in senso negativo, ( i liberali ed i liberaldemocratici e i leghisti).
Entrambe prescindono da una corretta analisi del Fascismo, che ormai e’ fenomeno storico, non proposta politica, stante la radicale, profonda, irreversibile mutazione culturale, sociale, economica del contesto europeo e mondiale rispetto all’epoca in cui si affermò .
Il Fascismo si è concluso nel1945. Il 1945 ha concluso un’epoca, quella dell’eurocentrismo e dei sistemi culturali, politici ed economici autoctoni ed autarchici; ed ha segnato l’inizio del ” nuovo mondo”, del mondo planetario condizionato da Stati e Potenze extraeuropee. Di questo mondo, ci piaccia o no, dobbiamo prendere atto, come italiani e come politici. E invece di sprecarci in nostalgie sempre sterili e spesso strumentali, dobbiamo intervenire nel presente, cogliendone le peculiarità positive , dalle quali le idee validi non possono che trarre ulteriore vitalità , come le vecchie radici traggono dai giovani innesti la forza per nuove fioriture. E’ il solo modo di salvare dall’alluvione del contingente i principi, i valori di sempre, garantendo al futuro “un cuore antico”.
Il “cuore antico” della Destra non è il Fascismo, certamente non tutto il Fascismo.
Il Fascismo e’ stato l’unione di più elementi “legati” insieme. Il laccio che li ha tenuti insieme, in un “fascio” appunto, e’ stato Benito Mussolini. E’ stato il primo esempio di “convergenze parallele” e di “solidarietà nazionale”. Infatti, dal 1922 al 1943, nel Fascismo hanno coabitato molti filoni culturali e politici e molte forze della società italiana: cattolici e laici, conservatori e progressisti, monarchici e repubblicani, nazionalisti e anarchici; come anche agrari e contadini, operai ed industriali, corporazioni e sindacati.
Nel consenso il Regime fu davvero interclassista.
Oggi gli storici distinguono il Fascismo-movimento dal Fascismo-regime; ma in entrambi sussistevano entrambe le componenti ed forse altre ancora. Fin dalle origini i fascisti si differenziavano e spesso si contrapponevano, talora non solo dialetticamente, in nome della destra e della sinistra, secondo classificazioni e categorie preesistenti e sopravvissute al Fascismo, ciascuna delle quali in se’ considerata gli e’ impropria. Come può definirsi di destra chi vuole lo Stato soggetto principale dell’economia, istituisce la previdenza e l’assistenza pubblica, le Corporazioni e la magistratura del lavoro, postula infine la socializzazione delle imprese? D’altronde, può definirsi di sinistra chi ha il culto della gerarchia, del merito, della stirpe, della potenza?
Fatto e’ che il Fascismo e’stato il capolavoro politico di Mussolini, che ha collegato e coinvolto nel suo progetto di progresso e di potenza della Nazione anime diverse, che poi, finito il Regime, hanno riassunto i loro specifici caratteri e ruoli distinti ed anche contrapposti.
Ci siamo ritrovati al dunque, alla base, ai fondamentali: alla scelta prioritaria fra due visioni dell’uomo e della vita, all’alternativa radicale che apoditticamente definisco Destra o Sinistra.
Certamente sono cambiati e cambieranno attraverso il tempo i contenuti e le forme della destra e della sinistra, ma permangono e permarranno le contrapposte interpretazioni del mondo e della storia e delle relativa coordinate etiche, culturali e politiche.
I vertici della società medievale erano il Papà e l’Imperatore, quelli di oggi sono l’ONU e la Corte dell’Aja; ma il principio di autorità permane, giacché un ordinamento e’ il presupposto di una civile convivenza.
Le stesse correnti equazioni della residuale ideologia ottocentesca tra sinistra=progresso e destra=conservazione, discendono dalla struttura dualistica dell’uomo. Che poi il progresso e la conservazione siano sostanzialmente quelli descritti dalla cultura politica attualmente prevalente e’ tutto da verificare. Ma la differenza sussiste e sempre sussisterà, come l’alternativa tra due fondamentali modelli di condotta individuale e collettiva. Nell’etica come nella politica.
Nell’etica, la destra presume e postula la coscienza, cioè la libertà e la responsabilità personale. E’ l’etica del fine, che presuppone verità oggettive, deducibili dall’essenza dell’uomo, che trascende il mondo fisico e si realizza vuoi in Dio vuoi nella Storia. E antepone l’essere, che scavalca la morte, all’avere, che cade con essa.
A sinistra, invece, vale l’etica della motivazione, fondata sull’istinto, sul sentimento, sul calcolo; risultato dell’esperienza, abito del mondo, responsabilità sociale.
Donde discendono le due diverse linee pedagogiche e giuridiche: del rigore e del lassismo, della disciplina e del permissivismo, della punizione e del perdono.
Nella politica, la destra persegue un ordine, la sinistra un utile.
Consapevole dei limiti naturali dell’uomo, saggiamente pessimista sulla possibilità di cancellarli, la destra punta ad arginarli in un sistema di relazioni sociali e di meccanismi istituzionali, che agevolino il meglio e penalizzino il peggio: affermando il primato del merito e della competenza, del dovere e della virtù. Laddove la sinistra, abbagliata dal mito della bontà naturale, insegue il miraggio della società perfetta, una sorta di paradiso islamico sulla terra, in cui tutti godano al massimo di tutto, promuovendo la società dei consumi che nei fatti sovrappone il prodotto al produttore e genera privilegi ed emarginazioni, arroganze e frustrazioni, invidie e violenze, e sofferenze crescenti.
Se, infatti, si nega all’uomo un complemento superiore, se non gli si riconosce un fine immateriale, se non gli si attribuisce un’essenza spirituale; allora, si, la sua vita sta nella coltivazione del suo orto, nella gratificazione del suo ego, nella soddisfazione dei suoi sensi, nell’accrescimento della sua ricchezza e del suo potere. E il bene sta nel piacere, nell’utile, nel conveniente, nella licenza, nella prevaricazione. La democrazia diventa un alibi, lo Stato un pretesto, la politica un marchingegno. Appunto ciò che è accaduto e accade dove domina la sinistra; in Italia peggio che altrove. Per questo si diffondono la disaffezione dalla politica e l’egoismo dei singoli e dei corpi intermedi. Per questo l ‘ingovernabilità contrassegna ogni articolazione della nostra società, dalla giustizia alla scuola , dall’economia all’ambiente , dai trasporti alle comunicazioni.
Bisogna cambiare, bisogna cambiare davvero, a fondo e presto. Bisogna dare nuove regole alla convivenza nazionale. La “gente”, come si usa e si abusa dire oggi, chiede ordine, sicurezza, integrità, competenza, sobrietà. Chiede lavoro e giustizia. Chiede lo smantellamento delle greppie pubbliche e private, delle mafie e delle cosche, delle lobby parassitarie e speculative.
Cioè, chiede, chiama la Destra! Perché nessuno risponde?