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‘A fessa mman ’e creature: come era prevedibile è il vecchio detto napoletano a fornirci la migliore e più efficace sintesi dei due mesi di governo grillino a Roma.

Ricapitoliamo: Virginia Raggi entra trionfalmente in Campidoglio al grido di “onestà onestà” (come se fosse un programma di governo e non la minima condizione necessaria per amministrare la cosa pubblica) ma non fa in tempo a sedersi sulla poltrona di sindaco che scoppia l’inferno. Succede che la Raggi, allo stato una specie di Alice nel paese delle meraviglie, procede alla nomina delle posizioni chiave dell’amministrazione.

Le scelte, però, si rivelano subito, per merito e metodo, un guazzabuglio maldestro e forse anche qualcosa di peggio. La sindaca grillina conferma dalla gestione commissariale il capo di gabinetto Carla Raineri, magistrato della Corte d’Appello di Milano, e l’assessore a bilancio e partecipate Marcello Minenna, dirigente della Consob.

Persone professionalmente competenti alle quali, però, affianca una struttura parallela composta da uomini di sua fiducia tali Raffaele Marra, dirigente del Comune di Roma che la stampa classifica come già attivo nella giunta Alemanno, nominato vice capo di gabinetto, e Salvatore Romeo funzionario del Comune che, con una bizzarra procedura (di cui sentiremo sicuramente parlare nei prossimi giorni) lascia l’impiego per essere subito riassunto dallo stesso Comune nello staff della sindaca ma con stipendio triplicato (“onestà onestà”…).

Ovviamente le due strutture parallele entrano subito in contrasto e quella dei pretoriani della Raggi riesce in breve ad emarginare e neutralizzare la Raineri e Minenna che tolgono immediatamente il disturbo in un grottesco polverone di liti, colpi bassi, polemiche demagogiche sulle retribuzioni, pettegolezzi, ricorsi e pareri più o meno strumentali o strumentalizzati.

Intanto la base inizia a rumoreggiare, straparlando di fantomatici complotti dei “poteri forti”, mentre i caporioni del grillismo si avvitano in grottesche e inconcludenti discussioni di tutti contro tutti ma dove nessuno sembra capirci niente.

Già, perché la superficiale propaganda demagogica imposta dalla subcultura grillina, seguita passivamente anche dalla grande stampa, si concentra sul dito del falso problema di alcune retribuzioni senza vedere la luna, ovvero le reali ragioni di certe scelte e le loro conseguenze nel contesto romano.

Eppure il vero problema ha un nome ed un cognome: Paola Muraro, nominata assessore all’ambiente con delega alla gestione dei rifiuti, da anni e per il futuro il principale e più grave problema della città di Roma.

La neo assessora Muraro non è certo un volto nuovo: è consulente dell’AMA dal 2004 e ha mantenuto questo incarico fino al 30 giugno 2016 attraversando imperterrita le amministrazioni di Veltroni, Alemanno e Marino fino alla consacrazione definitiva con la giunta della discontinuità e dell’onestà (a parole) che le conferisce pieni poteri in materia di gestione dei rifiuti, un problema enorme che muove interessi altrettanto enormi.

Una volta nominata la Muraro non perde tempo; mentre giornali e opinione pubblica, seguendo il solito copione della demagogia spicciola, si interrogano sui suoi emolumenti decennali da consulente (in realtà niente di speciale) la signora piomba all’AMA, un carrozzone inefficiente e dissestato al centro di infiniti interessi e clientele, e pur non avendo nessuna competenza formale sulla gestione (essendo una partecipata ricadrebbe casomai sotto Minenna che invece viene scavalcato senza tanti complimenti) fa saltare come birilli dirigenti e manager liberandosi di tutti quelli che non ritiene allineati. In pochi giorni arrivano le dimissioni dei vertici dell’AMA e una serie di movimenti interni in tutte le direzioni ordinati o ispirati dall’assessora.

Cosa si nasconda dietro questo attivismo lo possiamo dedurre dalla sorpresina che la magistratura ha in serbo per la giunta Raggi: la Muraro risulta indagata da aprile per violazioni ambientali ed abuso d’ufficio.

Inizia così un grottesco balletto tra i piccoli notabili del grillismo per capire se e chi fosse al corrente della notizia, il che manda ancora più nel caos i già confusi vertici del M5S.

In realtà non è questo il punto e possiamo tranquillamente lasciare agli esegeti dell’avviso di garanzia, e ai giornaloni che li seguono come cagnolini, la valutazione giustizialista del fatto.

Il vero problema è un altro e andrebbe innanzitutto valutato sul piano politico.

La Muraro all’AMA si è occupata per anni del funzionamento dei due impianti di trattamento dei rifiuti di Rocca Cencia e della Salaria e pare che i guai con la magistratura derivino proprio da questa attività, nell’ambito della quale sono, da sempre, inevitabili i rapporti con Manlio Cerroni, da decenni plurinquisito dominus, in regime di quasi monopolio, del business dei rifiuti romani.

Le società di Cerroni gestiscono a loro volta impianti di trattamento dei rifiuti simili, e di conseguenza concorrenti, a quelli dell’AMA ed è evidente che l’interesse dell’azienda pubblica, e perciò del Comune, può entrare facilmente in conflitto con quello della società privata.

Più lavorano gli impianti di AMA, meno lavorano quelli di Cerroni e viceversa e a quanto risulta da due recenti due diligence gli impianti AMA in questi anni non hanno certo lavorato al meglio, tutt’altro.

Chi dirige il traffico dei rifiuti raccolti dall’AMA influisce sostanzialmente sull’andamento delle aziende e i rapporti tra la Muraro e il sistema Cerroni, a quanto risulterebbe, sono sempre stati frequenti e caratterizzati da atteggiamenti piuttosto benevoli.

Lasciando alla magistratura il compito di accertare l’esistenza, o meno, di fatti penalmente rilevanti sorge spontanea a questo punto una domanda: ma come mai una giunta di rottura, espressione di un movimento anti sistema che fa dell’onestà (astratta) il suo cavallo di battaglia e della discontinuità con i metodi delle giunte precedenti e della politica in generale il suo credo mette in una posizione chiave una persona coinvolta in tutte le inefficienti e vergognose gestioni precedenti e che da anni si aggira nel sottobosco della amministrazione navigando in acque a quanto pare non sempre limpide?

Sarebbero queste le scelte di rottura del M5S, la sua diversità e la novità che apporta all’amministrazione delle grandi città?

E perché la Raggi difende una scelta del genere con tanto accanimento?

Una scelta che neppure l’inconcludente direttorio del M5S riesce a mettere in discussione.

La Muraro all’AMA, secondo la stampa, avrebbe intrattenuto stretti rapporti con Panzironi e Fiscon, arrestati per l’inchiesta mafia capitale, e risultano telefonate con Buzzi allo stato penalmente irrilevanti, anche se forse verranno rivalutate, ma che rivelano certamente la familiarità con un certo sistema di potere.

Senza rievocare qui i fasti di quell’inchiesta e della sua rappresentazione di comodo, che ha interamente scaricato sulla giunta Alemanno (certamente responsabile quanto meno di incapacità) il malaffare costruito negli anni (ben prima di Alemanno) dal sottobosco affaristico della sinistra con al centro le cooperative rosse e bande del PD romano, è innegabile che una scelta del genere risulti strana e del tutto incoerente con i “valori” (in realtà slogan superficiali) dichiarati dal movimento.

E’ questo che dovrebbe spiegare il M5S invece di perdersi in chiacchiere inconcludenti denunciando una inesistente congiura dei “poteri forti”.

I “poteri forti”, a quanto pare, sono ben piazzati nella giunta Raggi e non hanno nessun interesse a congiurare contro un gruppo di dilettanti gestiti da un software a quanto pare facilmente manovrabili e totalmente confusi. Non è certo un caso se l’assessore all’urbanistica Berdini – sull’orlo delle dimissioni – parla di “fili oscuri”e “grumi di potere” che condizionano la giunta.

Il business dei rifiuti di Roma, feudo di Manlio Cerroni, vale circa un miliardo l’anno e fa gola a molti.

All’Acea, ad esempio, con Francesco Gaetano Caltagirone oramai in procinto di cedere la propria partecipazione del 23,5% alla francese Suez che, divenuta il principale azionista della società, potrebbe cercare di subentrare all’AMA nel redditizio business del trattamento dei rifiuti lasciando a quest’ultima il poco remunerativo lavoro di raccolta, rispolverando così un vecchio piano che risale ai tempi di Veltroni. Pare che l’assessore dimissionario Minenna si stesse già muovendo in questa direzione con i vertici di Acea.

Niente di nuovo: i profitti ai privati e i problemi al Campidoglio, che invece di valorizzare e rendere efficienti le sue strutture le lascia, per ben intuibili motivi, nel degrado e nell’inefficienza. Forse non è un caso che nella guerra per bande che ha dilaniato la giunta Raggi Minenna e la Muraro si siano trovati su posizioni totalmente contrapposte e di reciproca ostilità.

Come si diceva all’inizio citando il proverbio napoletano, l’amministrazione di una grande città sembra un problema troppo grosso per essere lasciato in mano a dilettanti ingenui e/o incapaci che finiscono facilmente preda di interessi molto più grandi di loro.

Resterebbe un ultimo rilievo politico sul ruolo della destra, che in Campidoglio è rappresentata ai massimi livelli.

Purtroppo l’azione politica di FDI non risulta, almeno sino ad ora, né particolarmente efficace né adeguatamente focalizzata sui problemi. Al di là di generiche prese di posizione, ricordiamo solo la mozione sull’abolizione delle auto blu comunali, nient’altro che un modo superficiale di inseguire la demagogia grillina o comunque di cercare i facili consensi del momento. Nessuna seria analisi e denuncia dei problemi né iniziative adeguate al contesto.

Purtroppo quello della politica fatta di slogan momentanei e tweet è oramai un vezzo diffuso che nel caso di Fdi ha anche raggiunto esiti piuttosto grotteschi, come quando si è invocato lo “spirito di Ventotene” (cioè il documento antifascista che contiene una delle più forti manifestazioni di spirito antinazionale) o come quando Nazario Sauro da eroe della I Guerra mondiale è stato trasformato in “eroe del Risorgimento”…